Con l’Umbria sono cinque le Regioni che hanno approvato una legge sul suicidio medicalmente assistito, in applicazione della sentenza della Corte costituzionale 242/2019, e il Parlamento resta chiamato a decidere se e come intervenire sul fine vita. Nel frattempo papa Leone XIV, durante il recente viaggio apostolico in Francia, parlando proprio delle leggi che riguardano suicidio assistito e eutanasia, ha ricordato che «ciò che è legale non è necessariamente morale».
Ne abbiamo parlato con monsignor Renzo Pegoraro, vescovo, medico e bioeticista padovano, dal 2025 presidente della Pontificia accademia per la vita, che rilancia le cure palliative e ricorda che per la Chiesa il suicidio assistito è sempre moralmente inaccettabile.
Monsignor Pegoraro, anche l’Umbria ha approvato una legge sul suicidio assistito: è la quinta Regione, in applicazione della sentenza della Consulta. Con il massimo rispetto per leggi e sentenze, vengono in mente le parole di papa Leone: ciò che è legale non è necessariamente morale. Che cosa significa questo monito?
«Papa Leone riconferma giustamente un principio di fondo che deve valere per tutte le tematiche, specialmente quando si parla della vita umana, del rispetto della vita, della dignità delle persone. Se matura una decisione legislativa che rende legale una certa pratica, questo non vuol dire che sia morale: può compromettere valori etici fondamentali, principi etici essenziali. La distinzione tra legale e morale vale per tutti ed è importante tenerla presente, così come capire che tipo di relazione si crea fra questi due piani diversi, perché certe cose chiedono una tutela legale, oltre che una responsabilità morale. Il tema della morale e del diritto è entrato in molte questioni, specialmente in bioetica».
Queste parole indicano, in un certo senso, che un’eventuale legge nazionale sarebbe una legge ingiusta. La Chiesa non potrebbe mai appoggiare una legge sul suicidio assistito?
«La Chiesa entra nel tema soprattutto dal punto di vista morale: quali sono i valori in gioco, come si deve sempre tutelare la vita umana e proteggere specialmente la vita di chi è ammalato, di chi vive situazioni di salute compromesse. E la Chiesa rivendica l’importanza di promuovere soprattutto le cure palliative quando parliamo di malattia terminale o di situazioni ormai aggravate, e di offrire a tutti accoglienza, accompagnamento, terapia del dolore, sostegno psicologico e spirituale. La Chiesa affronta il tema del suicidio assistito sempre come moralmente non accettabile».
«E parlare di suicidio assistito» aggiunge «non è guardare avanti, ma tornare indietro, considerare una possibilità che oggi può essere superata con buone cure palliative e con un buon sostegno al malato. A volte si pone l’alternativa tra un dolore, una sofferenza insopportabile, e il provocare la morte o facilitarla con il suicidio assistito. Ma oggi, per fortuna, con il progresso della medicina e dell’assistenza qualificata, abbiamo la possibilità di dare una buona risposta a chi è colpito da malattie inesorabili, dalla sofferenza, da una situazione molto precaria. Per questo bisogna promuovere le cure palliative come risposta moralmente sostenibile e importante».
Philippe Couillard, primo ministro del Québec nel 2014, quando la «dolce morte» fu legalizzata in Canada, ha dichiarato di recente: «Ci siamo spinti troppo oltre, non so se lo rifarei». Il dietrofront di un laico che quella legge l’ha approvata, e ne ha visto le conseguenze, non dovrebbe fare da monito anche a noi?
«In Québec ci si era spinti molto avanti, perché non si parlava solo di suicidio assistito, ma proprio di eutanasia, cioè di provocare la morte di un altro, in questo caso di un malato, su sua richiesta, in determinate situazioni. Non si trattava solo di aiutare chi vuole darsi la morte da sé, ma di provocare la morte di un altro. Che ci sia un ripensamento è importante: dovrebbe far riflettere tutti e illuminare anche i legislatori italiani, che dovranno confrontarsi e decidere come affrontare la materia del fine vita e della richiesta di suicidio in condizioni ben definite e limitate, perché c’è una sentenza della Corte costituzionale da considerare, e come evitare questa proliferazione di leggi regionali. Di fatto, le Regioni che hanno una legge stanno già attuando il suicidio medicalmente assistito».
Lei diceva che esiste una risposta con una sua valenza morale: aiutare le persone nel dolore attraverso le cure. Anche il legislatore, prima di preoccuparsi di dare la morte a qualcuno, dovrebbe preoccuparsi di curarlo?
«Esatto. Il legislatore deve fare due considerazioni. La prima è come promuovere le buone cure di ogni malato, quelle che chiamiamo cure palliative, valorizzando le due leggi che abbiamo in Italia. Soprattutto la 38 del 2010, sul diritto alle cure palliative, perché siano davvero presenti nel territorio e disponibili: ogni malato deve avere l’offerta di una buona cura palliativa di fronte al suo bisogno e alla sua sofferenza».
«L’altra è la legge più complessa, la 219 del 2017, sul consenso informato e le disposizioni anticipate di trattamento, dove c’è la libertà – anche qui vale la distinzione tra legale e morale – di rifiutare le cure e i trattamenti; il paziente va comunque sempre assistito e, in certe situazioni, può esserci la sedazione palliativa profonda». «Il legislatore», precisa «deve attivarsi per realizzare questi impegni. Dall’altra parte, il Parlamento è sovrano e può interpretare quello che la Corte costituzionale ha deliberato in maniera più restrittiva e definita, senza lasciare che le Regioni si muovano in questo modo. La vita umana e le cure sono valori fondamentali che chiedono una tutela a livello nazionale».
Anche molti non credenti si sono opposti: penso a Giorgio Israel, a Oriana Fallaci, e di recente allo scrittore francese Michel Houellebecq, che in un suo libro ha scritto che la vera ragione dell’eutanasia è che «non sopportiamo più i vecchi, non vogliamo nemmeno sapere che esistono». Ci sono forti ragioni anche per i non credenti per opporsi alla morte assistita?
«Ci sono valori fondamentali di tutela della vita, perché la società sia sempre orientata alla cura delle persone e alla salvaguardia della vita, metta in atto tutto ciò che è necessario per questo principio e definisca anche dei limiti alla stessa libertà. Una libertà che va riconosciuta e rispettata, ma che tenga conto dei doveri della società e soprattutto del mondo medico, che è sempre chiamato a curare e a prevenire eventuali tentazioni di suicidio».
«Questo», spiega «coinvolge tutta la società civile, anche chi non è credente ma crede nella tutela della vita, nel rispetto della persona, e teme che ci siano pressioni culturali o sociali sugli anziani, sulle persone più vulnerabili, sui disabili, su quelle vite che sembrano ormai inutili e quasi solo un peso, perdendo di vista la dignità di ogni malato anche quando la sua vita è gravemente compromessa ed è in fase terminale. Su questi principi può esserci un incontro tra diverse posizioni culturali e religiose, ma questo entra poi nel dibattito più ampio, sociale e anche parlamentare, quando si affronterà il tema».
Può spiegarci in poche parole la differenza morale tra accompagnare una persona alla morte naturale e provocarne la morte?
«Accompagnare vuol dire assistere, alleviare il dolore, dare un sostegno psicologico e spirituale: è tutto ciò che rappresenta vicinanza e assistenza. Causare o procurare la morte vuol dire uccidere una persona malata per eliminare il dolore. La Chiesa definisce l’eutanasia come un’azione o un’omissione che di natura sua e nelle intenzioni, procura la morte, allo scopo di eliminare ogni dolore. Questo marca davvero la differenza tra l’assistenza, l’aiuto, e il causare la morte. Il suicidio è un caso particolare, perché è il soggetto stesso a darsi la morte, ed è un tema complesso: dobbiamo interrogarci sulle tante forme di suicidio che oggi attraversano soprattutto i giovani e ci interpellano».
«Si è sempre fatto tutto il possibile per prevenire il suicidio, per evitare che qualcuno lo veda come via d’uscita? Dobbiamo insistere su questo sforzo di prevenzione e non cadere nell’idea che il suicidio venga aiutato. Non sempre si riesce a impedirlo», ammette, «perché si entra nel vissuto, nel mistero delle coscienze e delle vite delle persone: a volte ci sono depressioni molto pesanti, crisi di varia natura, e tante volte è la malattia stessa a generarle, perché ci sono malattie che causano depressione e difficoltà di gestione. Ma come dare risposte che evitino l’idea che il suicidio possa essere aiutato o sostenuto? Questa è la domanda con cui tutti dobbiamo confrontarci».
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >