fede salute
Papa Leone XIV lascia il Policlinico Gemelli dopo l'operazione (Ansa)

Che forte papa Leone XIV! L’avranno pensato in tanti dopo che, operato il 13 ottobre per la rimozione chirurgica di un adenocarcinoma polmonare – non esattamente una passeggiata – il pontefice statunitense ha lasciato il Policlinico Gemelli in appena quattro giorni. Ottenendo pure, a una settimana dall’intervento, esami istologici positivi: nessun bisogno di altre terapie.

Motivo per cui, a 71 anni da poco compiuti, il Santo Padre può essere ottimista, tanto più pensando ai suoi predecessori.

Dai papi agli studi scientifici: la fede associata a una vita più lunga

In effetti, con la tragica eccezione di Giovanni Paolo I, da tempo la longevità papale è confortante: Pio IX è vissuto 85 anni; Leone XIII ha promulgato la Rerum novarum a 81 anni ed è morto a 93; san Pio X, che in una decina d’anni riformò la Chiesa, morì a 79 anni; Benedetto XV ebbe abbreviata la vita (a 67 anni) dall’«inutile strage»; Pio XI visse 81 anni come Giovanni XXIII, Pio XII 82, Paolo VI 80, Giovanni Paolo II 84, Benedetto XVI 95, Francesco 88. Tutto merito della privilegiata assistenza medica su cui possono contare i pontefici, obietteranno alcuni.

In effetti il Papa è il Papa, cioè un capo di Stato, ragion per cui non pare scandaloso, anzi, che possa avere una corsia agevolata nelle cure mediche. Il punto è che la longevità in particolare e la salute in generale risultano davvero associate positivamente – anche nei comuni credenti – alla fede religiosa.

Lo provano numerosissime evidenze scientifiche. Iniziando con la longevità, si segnala come già nel 1999 uno studio uscito sulla rivista Demography avesse messo in luce come, a una frequenza regolare ai luoghi di culto che sia mantenuta come tale nel corso di tutta la propria esistenza da una persona, corrispondano non alcuni mesi – che non sarebbero comunque da buttare via –, bensì sette anni di aspettativa di vita in più.

Due anni più tardi, su Archives of internal medicine, uno studio su 596 pazienti che erano stati ricoverati presso un ospedale della Carolina del Nord ha appurato come, dopo due anni, 176 fossero deceduti e come, rispetto ad essi, i superstiti risultassero aver «frequentato la chiesa più frequentemente».

Con uno studio del 2016 su Jama internal medicine, realizzato considerando un campione assai vasto – quasi 75.000 donne – relativamente ad un arco temporale di oltre 15 anni, si è altresì osservato come, all’aumento della frequenza ai luoghi di culto, diminuisse il rischio di morire rispetto al medesimo periodo di riferimento, e neppure di poco: dal 13 fino al 33%.

Nel 2017 un ulteriore lavoro a cura del dottor Marino A. Bruce della Vanderbilt University, pubblicato sulla rivista Plos One, ha trovato un dato ancora più notevole.

Infatti, a partire da un campione di 5.449 persone seguito fino ad un massimo di 18 anni, Bruce e colleghi, tenuti sotto controllo diversi fattori – a parità cioè di età, sesso, etnia e patologie croniche – hanno rilevato come nel periodo di follow-up i frequentatori di una chiesa di età compresa tra 40 e 65 anni abbiano beneficiato, rispetto alla controparte secolarizzata, del 46% di probabilità in meno di morire per tutte le cause.

Studi successivi hanno trovato anch’essi un’associazione fra frequenza delle funzioni religiose e minore mortalità per tutte le cause, sia pure con una entità variabile: dal 26% in un’analisi combinata di coorti statunitensi – pubblicata nel 2020 sull’International Journal of Epidemiology – al 47% in uno studio su uomini afroamericani anziani, uscito nuovamente su Plos One nel 2022.

Dunque il legame tra pratica religiosa e minore mortalità è solido. Ma come mai? Una spiegazione esaustiva non c’è.

L’opinione prevalente tra gli studiosi è però che la fede praticata, così come l’osservanza dei precetti religiosi, comporti tutta una serie di esperienze – l’inserimento in una rete comunitaria e di relazioni solidali, uno stile di vita sano e lontano da abusi di sostanze, nonché un rifiuto di condotte a rischio o criminali – che, combinate, comportano tangibili benefici per la salute dei fedeli. Il tema è talmente serio che ormai una larga maggioranza degli studi scientifici va in questa direzione.

A documentare quest’ultimo aspetto è recentemente stato un team di studiosi della Brigham Young University – composto da Loren D. Marks, Shima B. Baughman, Harold G. Koenig, Jared R. Robbins, Paul W. Lambert, Elijah L. Nevares – che, nel rapporto, The Religion & Physical Health Connection, pubblicato a giugno di quest’anno, ha fatto un’impresa titanica: passare a setaccio la letteratura scientifica di maggior qualità metodologica relativa al rapporto tra fede e salute.

Oltre mille ricerche analizzate: l’82% rileva benefici della religione sulla salute

Basandosi dunque sugli studi più rigorosi e di alta qualità – ne sono stati selezionati oltre 1.000 (1.086) – questi ricercatori hanno riscontrato come una schiacciante maggioranza di essi, l’82% (876), abbia riportato risultati significativi che identificano correlazioni positive tra religione e salute fisica. Gli studi che hanno rilevato associazioni negative sono risultati poco più di un decimo, 124 (12%), mentre 69 studi (6%) hanno prodotto risultati contrastanti o complessi.

Significa che, sulla base della miglior ricerca scientifica oggi disponibile, le associazioni positive tra fede e salute superano quelle negative con un rapporto di circa sette a uno: non proprio un dato trascurabile.

Spiritualità e malattie: perché la fede può aiutare anche i pazienti

Chiaramente tutto questo va a beneficio anche delle persone malate. Non è un caso che Tracy Balboni, medico presso il Dana-Farber/Brigham and Women’s Cancer Center e professoressa di radioterapia oncologica presso la Harvard Medical School, nel 2022 abbia pubblicato su Jama uno studio dove – a partire da un database di 6.485 articoli scientifici – abbia concluso che bisogna «riconoscere la spiritualità come fattore associato alla salute nella ricerca, nelle valutazioni della comunità e nell’attuazione dei programmi».

Tutto questo discorso, com’è inevitabile, ha anche un rovescio della medaglia: quando si abbandona la pratica religiosa sono dolori. Pure questo è confermato dalla ricerca.

Il riferimento, qui, è a Opiates of the masses? Deaths of despair and the decline of American religion, un fitto paper di oltre 60 pagine pubblicato nel gennaio 2023 dal National Bureau of Economic Research. Realizzata dagli studiosi Tyler Giles, Daniel M. Hungerman e Tamar Oostrom, quest’indagine parte da una constatazione: negli Usa, le cosiddette «morti per disperazione» – quelle cioè dovute a suicidio, overdose di droga e alcolismo – sono aumentate drammaticamente.

Solo che tale aumento si è accompagnato ad un altro fenomeno. «Esso è stato preceduto», scrivono Giles e colleghi, «da un calo della partecipazione religiosa» e, curiosamente, ambedue tali tendenze risultano «guidate da americani bianchi di mezza età». Una scoperta interessante, ma non una novità assoluta.

Già nel 2021, infatti, due studiosi di Harvard, Tyler J. VanderWeele e Brendan Case, in un articolo avevano apertamente denunciato come «l’abbandono della religione» stia «danneggiando anche il benessere di coloro che hanno smesso di frequentare le chiese».

E questo perché «la partecipazione religiosa promuove fortemente la salute e il benessere», con il risultato che gli effetti negativi della disaffezione religiosa «sono destinati ad aumentare nei prossimi anni». Ce n’è onestamente abbastanza, a questo punto, non solo per non dubitare dei benefici della fede, ma anche per chiedersi per quale motivo si continui a ritenere, talvolta perfino in ambito cattolico, l’affidarsi a Dio un fatto privato; quando invece, ricerche alla mano, è un fenomeno con amplissime ricadute sociali e perfino sanitarie: e positive, oltretutto. Basta crederci, anzi: basta credere.

Da non perdere