Talvolta ci si chiede che bisogno abbiano a sinistra di individuare un leader del campo largo quando hanno una pletora di vescovi a disposizione. Viceversa, tocca chiedersi a che servano i prelati quando parlano come un qualsiasi sociologo liberal-progressista. Sintesi troppo dura? Può darsi, come no. Eppure il messaggio veicolato in queste ore dalla parte più visibile della gerarchia ecclesiastica è il seguente.
Bisogna ascoltare i giovani, il governo sbaglia a spingere sulla repressione, non siamo abbastanza accoglienti con gli stranieri. Ragionamenti politici, appunto, non troppo distanti da ciò che la sinistra appena più moderata ha proferito nell’ultima settimana.
Delpini: «I poveri non sanno come difendersi»
L’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, a Repubblica si dice «scosso» dalle violenze di maranza e antagonisti (anche se non li nomina e se li nominasse certo non userebbe questi termini: troppo scorretti). «La creazione del ghetto non pone le condizioni perché i giovani che vi abitano diventino buoni cittadini», dichiara. Ma non spiega quale sarebbe il ghetto e chi lo avrebbe creato. Che nel capoluogo lombardo esistano quartieri degradati e all’opposto zone sfavillanti da cui i poveri sono espulsi è un fatto. E la sinistra che legge Repubblica e vota Beppe Sala ha più di una responsabilità a tale riguardo, dato che ha approvato esattamente quel modello escludente di città.
L’arcivescovo tuttavia sembra essere più interessato a criticare il governo. «L’aggressività scriteriata non si guarisce con le minacce e non può essere solo contenuta dalla repressione», dice. E se ne esce con una analisi vagamente brechtiana: «I ladri rubano ai ricchi e rubano ai poveri. Rubare ai ricchi e spaccare vetrine fa notizia, rubare ai poveri, occupare case, ridurre in miseria con l’usura, rovinare famiglie promuovendo il gioco d’azzardo, eccetera, invece non fa notizia, ma è sempre rubare. Il lusso è uno scandalo, come tante altre cose. Ma i ricchi sanno come difendersi. La miseria è uno scandalo, ma i poveri non sanno come difendersi. Per quello che io posso immaginare, i figli delle famiglie povere normalmente non vanno in giro per la città a saccheggiare negozi. Se ci sono teppisti poveri, credo abbiano un problema più serio e più profondo dell’essere figli di poveri: l’indifferenza, lo smarrimento e l’aggressività».
La responsabilità individuale resta sullo sfondo
Se traduciamo bene, il significato è questo: i maranza violenti sono figli dello smarrimento e dell’indifferenza della società che li abbandona. Le loro scorrerie suscitano indignazione, ma nessuno si concentra sugli oppressori ricchi che impoveriscono le masse. Avs potrebbe apprezzare molto questa visione del mondo. Meno chiaro con chi ce l’abbia Delpini quando parla di usura (con le banche, gli speculatori, gli strozzini?) e di gioco d’azzardo (con lo Stato? Con le società che lo gestiscono legalmente?). In fondo cambia poco: non v’è parte del discorso che si allontani dal sociologismo, dalla convinzione per cui è tutta colpa della società: quella europea, ovviamente. Non un accenno alla responsabilità individuale, al peso delle culture di appartenenza, alla influenza delle famiglie. In compenso, ecco l’ennesima intemerata sull’accoglienza.
«La nostra società, quindi anche la nostra politica e forse anche la Chiesa non hanno ancora maturato una comprensione adeguata del tema epocale e planetario delle migrazioni», dice Delpini. «Emozioni, pregiudizi, puntigli, paure, prevalgono sulle relazioni personali sull’intelligenza delle situazioni. La creazione del ghetto e la diffidenza, il disprezzo pregiudiziale non sono certo le premesse perché ne vengano buoni cittadini». Chiaro: i maranza sono tali perché noi li disprezziamo e li mettiamo ai margini. Non è nemmeno contemplata la possibilità che avvenga il contrario, e cioè che il maranza e il violento siano disprezzati in virtù delle loro azioni, che sono appunto odiose e brutali. Il male non esiste: è semplicemente una creazione sociale che dipende dal mancato ascolto, dalla mancata accoglienza, dal razzismo sistemico. E dalla repressione attuata dalla destra.
«Si deve una grande riconoscenza alle forze dell’ordine che si espongono alla violenza dei teppisti per rassicurare i cittadini spaventati», ribadisce Delpini. «Ma l’aggressività è scriteriata, non si guarisce con le minacce e non può essere solo contenuta dalla repressione. Serve piuttosto la conoscenza delle persone e la pazienza di curare le ferite, di liberare le persone dalla corazza dell’indifferenza, della rabbia, dell’incapacità di distinguere bene e male».
La Chiesa invita ad ascoltare, ma chi deve guidare?
Ascolto, ascolto, ascolto: bisogna ascoltare tutti. E se fosse auspicabile il contrario? Se fossero cioè i maranza e i giovani esagitati a dovere ascoltare un po’ meno certe sirene e un po’ di più un messaggio giusto e buono di salvezza personale e collettiva? Sarebbe in teoria compito della Chiesa portare quel messaggio, invitare con forza – come San Francesco fece con il lupo – il violento ad aprire le orecchie. Invece i prelati dicono di mettersi in ascolto, come se l’orda violenta possedesse in sé stessa la soluzione a ogni problema. Un po’ come se il pastore, invece di guidare le pecore, si mettesse ad ascoltarne i belati per decidere il da farsi.
Avvenire contro i nuovi reati: «La pena è l’ultima risorsa»
Delpini è in buona compagnia, perché anche Avvenire, il giornale dei vescovi, esprime posizioni del tutto analoghe. Sulla prima pagina del quotidiano ieri compariva un pregevole editoriale di Vittorio Pelligra (professore ordinario di politica economica) tutto teso a spiegare che «non è la paura della pena a tenere insieme la città. La sicurezza si fonda sulla giustizia e sulla concordia. Su quella trama di legami che permette agli abitanti di lavorare, commerciare, incontrarsi e attraversare le mura senza sospettare di ogni sconosciuto. La pena è il presidio estremo, non il fondamento della vita comune».
Sacrosanto: se Avvenire avesse scritto cose del genere durante il Covid gliene saremmo stati grati. Ma le scrive ora, per criticare le norme anti maranza. «Davanti alle proteste, agli scontri e alle violenze che coinvolgono anche giovanissimi, la politica torna, come per un riflesso pavloviano, al repertorio che conosce meglio», insiste Pelligra. «Si annuncia con orgoglio la creazione di nuovi reati, nuovi divieti e pene più severe. Una strada già battuta. Con poco successo, per la verità. E le domande più difficili continuano a rimanere sullo sfondo, inespresse. Che cosa si è incrinato nel rapporto tra i giovani e le istituzioni? Dove nasce questa rabbia che talvolta non trova altra lingua se non quella del caos?».
Ci scuserà il professore se sembriamo irrispettosi, ma ci viene da chiedergli: quando mai tra «giovani» e istituzioni c’è stato un rapporto di concordia e amore? E ancora: che cosa potranno mai dirci quei giovani che sia utile a sanare le loro ferite, che sono spirituali prima di tutto e non soltanto economiche? Ci diranno che vogliono le sneakers nuove aggratis o che dobbiamo fermare il genocidio in Palestina o che dobbiamo eliminare le emissioni di C02? E una volta che ci avranno detto questo, anche qualora fossero accontentati, pensate che sarebbero più felici? Non scherziamo. Di nuovo: non serve ascolto, serve una guida. Possibilmente diversa dalle guide progressiste che hanno prodotto i maranza e i loro disastri.
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