Si può togliere un bimbo a una mamma solo perché gli vuole troppo bene? Non riesco a darmi pace da quando i miei occhi hanno incrociato quelli di Serena, nome di fantasia, una madre distrutta dal dolore perché da un giorno all’altro le hanno portato via il figlio di 8 anni, accusandola di avere troppo affetto per lui. Solo questo. Nient’altro.
In questa vicenda non ci sono maltrattamenti, non c’è trascuratezza, non ci sono nemmeno bagni all’aperto o tetti pericolanti, come nel caso della famiglia del bosco. C’è un appartamento curato nell’hinterland milanese, c’è una mamma che ama suo figlio, che lo accudisce, che lo manda a scuola, ci sono nonni affettuosi e una sorellina che gli vuol bene. E soprattutto c’è la follia di un sistema simil-sovietico, quello dei servizi sociali e dei tribunali per minori, che strappa i bambini, mortifica le famiglie e fa guadagnare le comunità per minori. Uno scandalo di fronte al quale non si può tacere.
Il prelievo a scuola e il trasferimento in comunità
Il figlio di Serena, lo chiameremo Gioele, ora è in comunità. L’hanno preso i poliziotti lo scorso 14 ottobre, mentre era a scuola. Lui piangeva, diceva: «Voglio rimanere qui». L’hanno caricato in auto e l’hanno portato via. Siccome la comunità è lontana, dovrà cambiare anche scuola. E c’è da domandarsi chi mai risarcirà il trauma subìto da questo bimbo che in pochi minuti ha perso sua mamma, la sua famiglia, la sua casa, sua sorella, i suoi nonni, la sua scuola, i suoi compagni, i suoi insegnanti. Il suo mondo. La sua vita. Tutto bruciato senza un motivo che non sia il troppo affetto della sua mamma. La quale mamma, dovendo essere punita per tutto questo amore, ora può vedere il suo bambino solo ogni quindici giorni. Non gli può telefonare. Non lo può andare a trovare. Manco fosse un’ergastolana al 41 bis. L’altro giorno Gioele aveva la febbre. La mamma ha chiesto di vederlo. Hanno detto che non si poteva.
La consulenza tecnica e l’accusa di essere troppo protettiva
Lo so che a voi questa storia sembra incredibile. E anche a me fin da subito è sembrata così. Per questo mi sono letto tutte le carte, il decreto del Tribunale per i minori di Milano e soprattutto la poderosa Ctu, consulenza tecnica d’ufficio, su cui il decreto del giudice si basa. Ebbene: in nessuna delle 128 pagine della Ctu viene mossa un’accusa alla madre se non quella di (cito testualmente, pagina 62) «una modalità di accudimento marcatamente protettiva all’interno di un legame madre-figlio caratterizzato da intensa vicinanza affettiva». Proprio così: la mamma vuole bene a suo figlio e cerca di proteggerlo. Cioè quello che fanno tutte le mamme del mondo, da sempre: voler bene ai loro figli e cercare di proteggerli. Per il Tribunale di Milano, però, questo è un comportamento grave: bisogna mandare i poliziotti a scuola. Prendere il bimbo. E portarlo in comunità. Così impara quella mamma a volergli bene.
Lo so che vi sembra ancora impossibile. Ma io Serena l’ho conosciuta. Le ho parlato. L’ho vista negli occhi. Non è nient’altro che una mamma che vuole bene a suo figlio. Una donna limpida. Impiegata in un grande ospedale che è un’eccellenza di Milano, per tanti anni volontaria della Croce rossa, viene da una famiglia di lavoratori, tutte persone perbene com’è perbene lei. È la stessa Ctu a confermarlo: infatti a parte che di voler bene al figlio, non l’accusano di nient’altro. Anzi. Dicono di lei (cito ancora testualmente, pagina 61): è «puntuale», «curata», ha «un atteggiamento collaborativo e disponibile», dimostra «linearità logica e coerenza», «non emergono alterazioni delle funzioni senso-percettive né evidenti compromissioni cognitive», «il tono dell’umore risulta in asse», «mostra capacità di riflettere», è «una donna dotata di buone capacità narrative e ricostruttive», «attenta alle manifestazioni emotive del figlio e capace di descriverne fragilità e bisogni». Una mamma quasi perfetta, insomma. C’è solo una cosa che preoccupa gli esperti: «l’intensità del legame madre-figlio, descritto come fortemente simbiotico». E per quello un bimbo può essere prelevato dai poliziotti e portato in comunità?
La denuncia contro il padre e il rifiuto degli incontri
Ora lo so che rendendovi conto anche voi, come è successo a me, della follia in atto vi chiederete come diavolo possa succedere. Semplice: dietro c’è, come spesso accade, una separazione lacerante, una lite tra genitori. Serena ha denunciato l’ex compagno per maltrattamenti e violenza sessuale. Alcune di queste violenze, secondo la denuncia, sarebbero state compiute davanti al bimbo. Dopo la separazione il bimbo è stato affidato alla mamma e lui non era propriamente entusiasta di vedere il papà nei tempi e nei modi previsti. Ma certo: trovate strano che un bimbo di 8 anni preferisca stare con la mamma che gli vuole bene (scusate: troppo bene) anziché andare con il papà denunciato per violenze? A me non sembra strano, al giudice di Milano invece sì. Per il giudice di Milano, infatti, il bambino ha bisogno di entrambi i genitori. E perciò non vivrà con nessuno dei due.
«Il bambino ha bisogno di entrambi i genitori»
Questo è l’apice dell’assurdo: siccome il bambino non vuole vedere il papà, gli togliamo pure la mamma. E già che ci siamo gli togliamo pure nonni, sorellina, compagni, insegnanti, casa, giochi. Gli togliamo la sua vita e il suo mondo. I genitori litigano, lui paga: così si tradisce la legge che dice che al primo posto c’è sempre l’interesse del minore. E si badi bene: gli assistenti sociali danno atto, a più riprese, che la mamma ha sempre provato a convincere il figlio a vedere il padre ma accusano la donna di non riuscire «a tradurre tale richiamo verbale in una effettiva funzione protettiva», e imputano tutto ciò al «piano posturale caratterizzato da sostanziale immobilità». Il piano posturale di immobilità, capito? E che deve fare quella povera donna? Per non rimanere immobile, dico: che deve fare? Prendere il figlio a sberle? Mandarlo dal padre a calci nel sedere?
Aggiungo, per altro, un particolare non irrilevante: sentiamo costantemente, da tutte le parti, appelli alle donne perché denuncino le violenze subìte in famiglia prima che sia troppo tardi, codici rossi e scarpette rosse. Ma se poi una donna denuncia le violenze subite dall’ex compagno e si vede portare via il figlio, che deve pensare? Che farà la prossima volta? Il giudice, nel disporre «l’immediato collocamento in una struttura», dice che non si può lasciare il bimbo alla mamma perché rimarrebbero «irrisolte le difficoltà nei processi di differenziazione e separazione-individuazione, nonché la tendenza del bambino ad assumere compiti di protezione della figura materna». Come motivazione, era meglio la supercazzola: se non fosse scritto nero su bianco sotto il timbro di un tribunale della Repubblica non ci crederei. Eppure per un decreto così una mamma, oggi, ora, qui, in Italia, in Lombardia, viene tenuta lontana da suo figlio. Accusata semplicemente e assurdamente di troppo amore. Ditemi voi se non c’è da mettersi a urlare. E chi non urla è complice.
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