Fine vita, i cattolici non siano ambigui
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«È falso dire che oggi si istituisce il suicidio medicalmente assistito». «Nulla è più importante della dignità della vita umana, che va tutelata sempre e con tutti i mezzi necessari». «Ho lavorato alla stesura e successiva approvazione di una serie di emendamenti che modificano sostanzialmente il testo della legge di iniziativa popolare nel senso del favor vitae e hanno permesso di approvarla».

Sono affermazioni del presidente della regione Veneto, Alberto Stefani, rilasciate mercoledì 2 settembre 2026, in margine all’approvazione della legge di iniziativa popolare: «Procedure per l’assistenza sanitaria regionale al suicidio medicalmente assistito».

Le posizioni della Chiesa sul fine vita

A fronte del giudizio da parte di alcuni (anche sacerdoti) che hanno accolto questa legge regionale come la «versione cattolica» sul fine vita, è opportuno chiarire alcuni aspetti della legge da un punto di vista propriamente morale e di dottrina sociale della chiesa.

Nella Lettera Samaritanus bonus sulla cura delle persone nelle fasi critiche e terminali della vita, approvata da Papa Francesco nel 2020, la Congregazione per la Dottrina della Fede afferma che «inguaribile non è mai sinonimo di incurabile»: chi è affetto da una malattia allo stadio terminale come chi nasce con una previsione limitata di sopravvivenza ha diritto ad essere accolto, curato, circondato di affetto.

La chiesa è contraria all’accanimento terapeutico, ma ribadisce come «insegnamento definitivo» che «l’eutanasia è un crimine contro la dignità della persona, la vita umana». «L’eutanasia volontaria, qualunque ne siano le forme e i motivi, costituisce un omicidio».

L’eutanasia non è un atto terapeutico. Il bene indisponibile della vita rimane tale anche quando irrompono la malattia, la sofferenza e la paura: tali condizioni chiedono di non abbandonare la persona a una solitudine disperante, assicurandole ogni aiuto necessario per la cura e il sollievo.

Il problema delle leggi regionali sul suicidio assistito

Ora, affermare che la legge regionale del 2 settembre «non introduce il suicidio assistito» perché altro non fa che istituire le procedure per l’assistenza sanitaria regionale al suicidio medicalmente assistito… è come dire che si è profondamente pacifista e contrario alla guerra, ma nello stesso tempo si vendono armi perché si tiene famiglia.

La legge sulle procedure per l’assistenza sanitaria regionale al suicidio medicalmente assistito, è una legge che de facto istituisce l’eutanasia … e le sue forme pratico-procedurali. Non prendiamoci in giro. Il senso del favor vitae, inoltre, è che il primo e fondamentale atto del medico e dell’infermiere è la «cura». Non di consegnare un libretto di istruzioni per l’accesso al suicidio assistito.

La responsabilità morale di coloro che hanno approvato la legge regionale è che hanno modificato radicalmente la natura del Servizio Sanitario regionale. Che non è più favor vitae. Ora il Servizio Sanitario regionale può anche somministrare la morte del paziente.

Un secondo aspetto critico della legge alla luce della Dottrina Sociale della Chiesa è di natura tipicamente politica: la salute con questa legge diventa un’impresa privata e individuale. Non più collettiva, pubblica e quindi politica. Il malato di fronte alle opportunità offerte dall’istituto sanitario regionale (assolti gli opportuni requisiti di legge) può scegliere.

Perché il fine vita non può essere un bene di consumo

Il problema serio è che l’intervento del medico e degli operatori sanitari, la loro professionalità, esperienza e competenza non sono un prodotto o un bene di consumo. Non è come lo yogurt da scegliere e comperare al supermercato. Il nostro sistema di welfare ha da sempre inteso l’educazione dei figli, il lavoro, la sicurezza, il decoro delle città, l’accompagnamento degli anziani, la salute… come un impegno collettivo e pubblico. Si tratta di situazioni di vita in cui si misura la qualità dell’umano perché fanno parte del nostro destino comune.

L’idea politica è che il vincolo di solidarietà ci precede, non è oggetto di scelta secondo il bisogno. Questa legge è la fine politica dei partiti popolari (che è diverso da populisti), a vantaggio di una logica radical-libertaria delle relazioni sociali.

Le istituzioni ti offrono tutto il ventaglio di possibilità e opportunità che scienza e tecnica possono mettere a disposizione. Puoi scegliere (come per lo yogurt) in tutta libertà e… solitudine. Paga lo stato.

Occorre distinguere fra etica laica ed etica cattolica

Un’ultima parola è bene dirla nei confronti di quei consiglieri regionali che hanno giustificato il loro assenso alla legge distinguendo tra etica laica (che ritengono pubblica) ed etica cattolica (che al contrario, sarebbe privata), oppure giustificando la propria adesione «allegando a compensazione» proposte di legge sulle cure palliative.

Qualche esponente partito, inoltre, ha affermato che ci sono associazioni e gruppi di cattolici favorevoli alla piena autonomia e libera scelta in materia di fine vita. In sintesi, anche dentro la chiesa ci sono posizioni differenti, quindi possiamo proseguire per la nostra strada con il consenso di una parte del mondo cattolico. No. Non funziona così. Non ci sono diverse interpretazioni e diversi modi di essere cattolici di fronte all’aborto, all’eutanasia, al suicidio assistito, al genocidio, ai femminicidi, alle torture, alla violenza su vittime innocenti…

Non si può essere cattolici à la carte. Come non ci sono su questi temi diverse modalità di essere cattolici in politica. Sull’impegno dei cattolici nella vita politica la Congregazione ha affermato che «dinanzi a esigenze etiche fondamentali e irrinunciabili, infatti, i credenti devono sapere che è in gioco il bene integrale della persona.

È questo il caso delle leggi civili in materia di aborto e di eutanasia che devono tutelare il diritto primario alla vita a partire dal suo concepimento fino al suo termine naturale». Non si tratta, infatti, di «valori confessionali», poiché tali esigenze etiche sono radicate nell’essere umano. Sostenere e argomentare le buone ragioni di queste costanti universali della dignità umana è il compito dei cattolici impegnati in politica.

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