In Toscana la denatalità è ormai talmente grave che sta diventando spopolamento: lo scorso aprile l’Istat ha diffuso i dati del 2024, rilevando rispetto all’anno prima un calo sia degli abitanti (-127) sia dei residenti (-2.814).
Ciò nonostante, le culle vuote non impensieriscono troppo la Giunta presieduta da Eugenio Giani, che è al lavoro per rendere ancora più agevole abortire. Ieri è stato difatti reso noto come sia in fase di messa a punto un nuovo protocollo toscano per l’aborto chimico tramite Ru-486, che si compone in realtà dell’assunzione di due pillole: il mifepristone – che interrompe il sostegno ormonale della gravidanza – e il misoprostolo, che provoca poi le contrazioni uterine e l’espulsione fetale.
Ebbene, si sta lavorando proprio sull’assunzione domestica del misoprostolo, la seconda pillola, opzione che verrà offerta «nei casi clinicamente appropriati» e dopo che il primo farmaco è stato somministrato in una struttura sanitaria. È inoltre in fase di studio una modulistica uniformata per tutti i territori. Con la seconda pillola abortiva a domicilio, la Toscana si conferma terra di elezione per l’aborto chimico. Che in quella regione ha debuttato, per la prima volta in Italia, nel 2005 e, sempre per la prima volta nel Paese, è stato offerto in regime di day hospital. Inoltre, nel 2020 la Toscana è stata la prima Regione ad attivare il regime ambulatoriale in stretta integrazione con i consultori, anticipando le indicazioni successivamente formulate dall’Istituto superiore di sanità e dal Consiglio superiore di sanità .
Il nuovo protocollo abortivo non è dunque un caso, ma rispecchia una predilezione per il tema da parte del centrosinistra storicamente al governo di quel territorio. Secondo Monia Monni, assessora alla Sanità e alle politiche sociali che ha ringraziato anche il consigliere Iacopo Melio per il contributo dato, il protocollo sarà un modo per salvaguardare «tutti i diritti riconosciuti dalla legge» e per garantire «le condizioni di sicurezza clinica necessarie lungo l’intero percorso assistenziale». Il misoprostolo a domicilio, sempre secondo Monni, «significa assicurare alle donne non solo un diritto riconosciuto dall’ordinamento, ma anche servizi accessibili, appropriati, uniformi sul territorio e clinicamente sicuri». Sarà .
Sta di fatto che con questa iniziativa, come si accennava, si conferma un impegno abortista che caratterizza il centrosinistra non solo toscano. Infatti – in attesa che pure il mifepristone sia presto reso disponibile a casa delle donne – se l’Italia oggi offre una cornice che di fatto consente il misoprostolo a domicilio, l’effettivo accesso resta territorialmente diseguale; e a fare strada troviamo guarda caso il Lazio – si è attivato nel dicembre 2020, grazie all’allora presidente Nicola Zingaretti – e l’Emilia-Romagna di Michele De Pascale, che offre l’aborto farmacologico domiciliare a partire dal 1° gennaio 2025 con un solo accesso in consultorio per la prima pillola.
Negli ultimi mesi anche Campania, Puglia e Sardegna hanno approvato provvedimenti per portare la pillola abortiva fuori dai reparti ospedalieri. Va detto che la pratica dell’aborto a domicilio fatica a decollare; per esempio, i dati più recenti proprio dell’Emilia Romagna vedono l’aborto chimico a casa in appena l’11% dei casi. Ma tempo al tempo. In diversi Stati americani il medico può già effettuare la valutazione da remoto e spedire entrambe le pillole abortive, il mifepristone e il misoprostolo; e c’è da scommettere che pure i progressisti di casa nostra stiano accarezzando lo stesso progetto.
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