La storia culturale americana viene spesso scandita da vicende giudiziarie perché il sistema fondato sul «diritto a essere giudicati da propri pari» non può non rispecchiare le convinzioni e i valori di un mondo calato nella sua attualità.
Il caso giurisprudenziale: da Lindsay Clancy a Constance Fisher
E mentre il processo a Lindsay Clancy viene annullato perché la giuria non è riuscita a raggiungere l’unanimità, si affacciano già nella cronaca di queste ore casi di emulazione, tragiche situazioni, come quella che vede protagonista Corie Walsh, nelle quali la madre uccide i figli perché «colpita dal processo a Lindsay Clancy».
Il processo doveva stabilire se la Clancy fosse semplicemente colpevole o se dovesse essere, invece, condannata a una permanenza terapeutica in una struttura psichiatrica. Le perizie psichiatriche non hanno stabilito un chiaro stato psicopatologico nell’imputata e tutto avrebbe fatto pensare a un esito – in linea con la metà dei 34 casi analoghi nella storia degli Stati Uniti – di «guilty but mentally ill», una sorta di «seminfermità» che avrebbe comunque condannato la Clancy al carcere seppur probabilmente non a vita.
In un caso molto simile Constance Fisher, la donna che nel 1945 uccise i suoi tre figli annegandoli e facendo allontanare il marito con modalità molto simili a quelle della Clancy, fu assolta perché diagnosticata schizofrenica, «curata» da un istituto psichiatrico e dopo cinque anni definita «guarita» e in grado di tornare a casa da suo marito. Dopodiché Constance Fisher ebbe altri tre figli e li uccise tutti e tre, nel 1966, annegandoli esattamente con le stesse modalità dei precedenti tre.
Dalla cronaca al fenomeno culturale: la risposta dell’ideologia woke
Fin qui gli elementi giurisprudenziali della tragedia ma ne esistono di ulteriori, culturali e sociologici, che rendono questo processo un momento di snodo culturale come lo furono i processi a Charles Manson e a O.J. Simpson.
Negli Stati Uniti, infatti, si è sostanziato un movimento d’opinione formato da donne woke che non solo ha manifestato per l’innocenza della Clancy ma che lo ha fatto sulla base di un’identificazione empatica con l’assassina la quale avrebbe agito realizzando gli impulsi omicidi che tutte le madri proverebbero nei confronti dei figli e che reprimono a causa di una società oppressiva contro le donne.
Da queste donne, l’infanticidio viene letto non come eccezione tragica da accertare sul singolo ma come prova di un sistema che perseguita le madri in una lettura delirante del mondo nella quale i bambini uccisi semplicemente non possono essere menzionati. Nominarli come vittime, infatti, obbligherebbe a reintrodurre un criterio di realtà che l’impostazione woke ha espunto programmaticamente, scaricando la violenza residua sul marito, colui che, seppure non presente sulla scena del crimine, dovrebbe essere «il vero colpevole».
La politicizzazione del privato e la riscrittura delle colpe
In questo delirio di massa, la madre viene elevata a vittima della società, il padre riceve la parte profana della colpa e i morti costituiscono il resto innominabile: ininfluenti, inesistenti, ridotti al rango di feti abortiti.
E il meccanismo alla base di tutto ciò si trova esattamente nell’impostazione ideologica per la quale occorre rendere il privato, il soggettivo, l’individuale, l’indicibile, sempre e comunque un fenomeno sociale per il quale chiedere servizi. Un qualcosa il cui nascondimento viene letto non come la normale condizione alla quale l’umanità l’ha destinato ma come la fonte di un sopruso per il quale individuare i colpevoli.
Per queste donne, una madre che uccide i tre figli è una vittima e, al tempo stesso, un’eroina: vittima del sistema di oppressione che la spinge ad atti estremi ed eroina perché ha mostrato, con i suoi atti, l’esistenza di questo sistema oppressivo che obbliga una donna a fare figli, ad accudirli e addirittura a non ammazzarli, rifacendosi a una «normalità» che opprime.
Al contrario, ciò che viene reso pubblico e politicizzato viene automaticamente assolto affinché funzioni da rivelatore, innescando il processo in base al quale una volta che la follia privata viene dichiarata «fenomeno sociale» ogni resistenza a trattarla come tale diventa persecuzione. Il cuore del meccanismo non è mai la semplice indulgenza verso la pazzia, la devianza o l’ingiustizia, ma la produzione di una classe di persecutori, a partire da un episodio irriducibilmente individuale, che assurge a motivo di trasformazione politica della società.
La frattura sociale e la crisi della «giuria tra pari»
La polarizzazione dei due mondi assume con il processo Clancy una caratterizzazione per genere sessuale, forse la scissione più netta tra un mondo di uomini (e di molte donne) che vedono una madre che ha ammazzato i tre figli e uno di (alcune) donne e di politici cinici, che vede in un’assassina una persona «spinta dalla società».
In questo esito delirante del femminismo che torna alla concezione vittoriana della donna, mai responsabile perché sempre sotto l’influenza degli ormoni, si intravede un problema sociale, culturale e politico di portata epocale: il dubbio, venendo a mancare la possibilità teorica di condividere l’esperienza empirica degli elementi che costituiscono un «fatto», di poter giungere alla costituzione di effettive «giurie tra pari».
I presupposti di omogeneità alla base degli Stati e delle comunità mostrano così la propria necessità, perché se non è «male» nemmeno la madre che uccide i figli, allora non esiste più alcuna cosa chiamata «società».
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