«Su Palazzo Ferro Fini saranno puntati gli occhi dell’Italia intera». Luca Zaia presenta così il voto sul fine vita che da dopodomani, 1 settembre, impegnerà il Consiglio regionale del Veneto. Una discussione che precederà quella sugli schemi delle intese per l’autonomia differenziata, la grande partita istituzionale della Regione. Ma sul voto sul suicidio medicalmente assistito pesa già un precedente: quello della Lombardia, dove pochi giorni fa una procedura è stata portata a termine interamente dal servizio sanitario regionale senza che esista una legge regionale sul fine vita.
Zaia, nella sua lettera aperta ai cittadini veneti, invita i consiglieri ad anteporre «la libertà di coscienza all’appartenenza politica». E chiarisce un punto: il Consiglio non dovrà decidere se il suicidio medicalmente assistito debba esistere in Veneto. «Esiste già nel nostro ordinamento nazionale», scrive. Una legge regionale, dunque, non introdurrebbe il fine vita e una sua bocciatura non lo cancellerebbe. La scelta riguarda piuttosto l’organizzazione delle procedure, la presa in carico delle richieste, le verifiche e l’assistenza sanitaria.
La partita politica resta comunque delicata. Per arrivare ai 26 voti necessari all’approvazione, la giunta di Alberto Stefani presenterà due emendamenti. Il primo garantisce la libertà di coscienza al personale sanitario coinvolto. Il secondo prevede nella commissione medica la presenza di un palliativista, con un parere obbligatorio ma non vincolante. In caso di dissenso, la commissione dovrà motivare la propria decisione. Si valuta anche un terzo emendamento per affidare al Comitato etico regionale linee guida comuni alle commissioni delle aziende sanitarie.
Modifiche che potrebbero consentire a una parte della Lega di votare il testo insieme al centrosinistra. Domani i gruppi decideranno la linea, con Fdi non proprio favorevole e la sinistra che vuole prima vedere gli emendamenti prima di dare l’ok… Da ricordare che due anni fa una legge simile non passò per l’astensione della consigliere dem Anna Maria Bigon.
Ma proprio mentre il Veneto si prepara al voto, dalla Lombardia arriva un elemento che rischia di ridimensionarne la portata. Il 25 agosto Domenico Zuccarella, 59 anni e affetto da sclerosi multipla, ha concluso il proprio percorso di suicidio medicalmente assistito. Secondo l’Associazione Luca Coscioni, è il primo caso lombardo nel quale l’intera procedura è stata gestita dal servizio sanitario regionale: dalla verifica dei requisiti alla fornitura del farmaco, fino all’assistenza del personale e all’individuazione della struttura. Zuccarella è morto in ospedale.
Il dato è politicamente rilevante perché in Lombardia una legge regionale sul fine vita non c’è. Il Consiglio regionale aveva approvato nel novembre 2024 una pregiudiziale di costituzionalità contro la proposta di legge. Poi, il 13 maggio scorso, l’assessorato al Welfare in mano a Guido Bertolaso ha emanato linee guida che hanno consentito di organizzare le procedure sulla base delle pronunce della Corte costituzionale. Da qui lo scontro nel centrodestra.
È questo il paradosso con cui deve fare i conti il Veneto. Se il fine vita esiste già sulla base del quadro nazionale e delle sentenze della Consulta, come sostiene Zaia, il voto regionale (già avvenuto in Sardegna, Toscana ed Emilia-Romagna, tutte in mano al campo largo) non potrà né introdurlo né cancellarlo. Potrà stabilire come gestirlo, uniformare le procedure e definire il ruolo della sanità regionale. Avrà quindi un forte significato politico (è un qualcosa di «leghista»?), ma un peso operativo più limitato. La Lombardia lo ha dimostrato pochi giorni fa: anche senza una legge regionale, il percorso può arrivare fino alla sua conclusione alla faccia del voto dei consiglieri. E quindi dei cittadini che li hanno eletti alle ultime regionali.
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