Frena l’iter per l’autonomia in Veneto. La priorità ce l’ha il suicidio assistito
Palazzo Balbi a Venezia, sede della regione Veneto (iStock)

In Veneto l’autonomia può attendere, la morte assistita no. È il singolare e sinistro scenario materializzatosi nel Consiglio regionale dopo che l’opposizione, interpellando gli uffici legislativi, parrebbe essere riuscita a stoppare – o comunque a rinviare – un provvedimento storicamente caro al centrodestra.

Per capire come ciò sia stato possibile, urge un breve riepilogo. Lo scorso 5 agosto, dopo il via libera delle Camere, la Giunta regionale guidata da Alberto Stefani ha approvato lo schema d’intesa con il governo sull’autonomia differenziata; lo ha fatto adottando, con la delibera n. 76, appunto gli schemi definitivi delle intese, recependo e integrando le indicazioni e le garanzie contenute negli atti di indirizzo delle Camere, incluso il richiamo al potere sostitutivo del governo quale ulteriore presidio dell’unità giuridica ed economica della Repubblica.

Essendo qualcosa di atteso dai veneti non da mesi bensì da quasi un decennio – il referendum consultivo sull’autonomia, che ottenne il quorum (affluenza del 57,2%) e dove i «sì» furono plebiscitari (98,1%), risale al 22 ottobre 2017 -, la Giunta di Stefani intende non perdere tempo. La volontà del centrodestra era pertanto quella d’avviare l’iter nelle commissioni in questi giorni, così da poter andare in Aula la settimana prossima; in effetti, ieri mattina l’assessore Filippo Giacinti, in Prima commissione, ha illustrato i citati schemi di intesa. Il punto è che, intanto, il centrosinistra ha pensato bene di mettersi di traverso. Il regista dell’iniziativa è stato, il 6 agosto, Giovanni Manildo il quale – a nome dell’Intergruppo del centrosinistra (Pd, Avs, M5s, Riformisti Veneti in Azione, Le civiche Venete) – ha pensato bene di chieder un parere all’Ufficio legislativo per sapere se l’Autonomia possa essere trattata prima di una proposta di legge popolare, che nel caso specifico è quella sulla morte assistita.

Come ha raccontato ieri il Gazzettino, in un servizio a firma di Alda Vanzan, la risposta del segretario generale, Roberto Valente, è arrivata lunedì ed è stata negativa; nel senso che, la sospirata Autonomia – questa la sostanza del responso – non avrebbe il carattere di «atto necessitato» e, pertanto, non può scavalcare la legge sulla morte assistita, pena il rischio d’essere esposto a «rilievi di legittimità». Manco a dirlo, Manildo e compagni hanno subito sventolato tale responso come un atto da loro provvidenzialmente richiesto – e per i quali, pare di capire, andrebbero applauditi – che non rallenta, bensì addirittura «salva» l’autonomia da vizi procedurali. È l’impareggiabile maestria progressista nel rigirare la frittata.

Comprensibile il disappunto dei capigruppo di centrodestra. Secondo Riccardo Barbisan (Lega) e Matteo Pressi (Stefani presidente) i veneti si trovano a dover fare i conti con «la sinistra disposta a ricorrere alle carte bollate pur di bloccare l’autonomia»; invece Claudio Borgia (Fdi) parla di poco onorevoli «tatticismi». Manildo però non ci sta a passare per sabotatore, così ha rilanciato: «Noi a questo punto diciamo di andare in Aula il 31 agosto: prima votiamo il fine vita e poi l’autonomia». Come finirà? Lo vedremo. Quel che è certo è che, nonostante Luca Zaia ne abbia fatto da tempo quasi una bandiera, la legge regionale sulla morte assistita presenta varie insidie. Politiche anzitutto: il rischio che il centrodestra si divida, si ritrovi a votare con l’opposizione, insomma si impantani su un tema che solo una fervida fantasia può immaginare prioritario per la maggioranza dei veneti, ecco, è alto. Soprattutto, però, c’è un rischio elevato di varare una legge non solo poco sentita dai cittadini ma che rischia pure di finire silurata, almeno in parte, dalla Corte costituzionale. Del resto i precedenti non mancano.

La prima fu la sentenza n. 262/2016 con cui la Consulta – pronunciandosi sulle allora norme regionali del Friuli-Venezia Giulia sulle Dat – chiarì che una Regione non può approvare una normativa per anticipare il legislatore statale o colmare un vuoto normativo in una materia riservata alla competenza esclusiva dello Stato. Più recentemente, con la sentenza n. 204/2025 la Consulta – davanti alla legge della Toscana sul fine vita – pur giudicandola nel complesso ammissibile ne dichiarò illegittime varie disposizioni, falcidiando tutto ciò che eccedeva le competenze regionali e rammentando, repetita iuvant, che il suicidio assistito non è materia su cui le Regioni possano giocare in autonomia.

Anche meno di un mese fa, con la sentenza 148/2026, la Consulta, riguardo la legge della Sardegna, pur non cestinando tutta la norma ha comunque fatto una tirata d’orecchi alla legislazione regionale sul fine vita che, hanno scritto i giudici, «non può pretendere di agire in via suppletiva della legislazione statale, per così dire “impossessandosi” dei principi ordinamentali individuati da questa Corte». Salvo norme «di dettaglio», il succo della sentenza, ogni norma regionale non sta in piedi. A questo punto il dubbio è lecito: ma con tutte le priorità presenti in ambito sanitario, ha davvero senso che il Veneto corra a votare una norma sul fine vita che, comunque la si guardi, appare poco convincente? Il fatto che ci abbiano già provato la Toscana, la Sardegna e il 23 luglio scorso l’Emilia-Romagna è solo un’ottima ragione in più per esser cauti.

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