Sabato, ad Aosta, sfilavano gli arcobaleni. Due giorni dopo, almeno a sentire l’Arcigay, sembrava di essere finiti a un raduno di Norimberga: camicie brune, aquile imperiali e svastiche rotanti.
A compiere il prodigioso salto spazio-temporale, però, non è stato un pericoloso manipolo di neonazisti, bensì lo stato Whatsapp del segretario del vescovo locale. Il «colpevole», infatti, è Gilbert Turcotti, segretario particolare del vescovo di Aosta, Franco Lovignana. Sabato, mentre per le vie della città sfilava il terzo Aosta Pride, il Turcotti ha pubblicato tra i suoi stati un singolare fotomontaggio: quattro bandiere «Progress Pride» disposte in modo da far comparire al centro una svastica. La didascalia recitava: «Questione di prospettiva». Una provocazione, evidentemente. E nemmeno lanciata da un palco o affissa sui muri della città: è rimasta per qualche ora nello spazio semipubblico di Whatsapp, visibile ai suoi contatti privati, prima di essere cancellata.
Apriti cielo. Alice Sartore, portavoce del Comitato Aosta Pride e vicepresidente di Arcigay Queer Vda, ha definito l’immagine «un insulto alla memoria delle persone omosessuali e trans perseguitate, deportate e uccise dal nazismo», chiedendo al vescovo una «presa di distanza netta e immediata». Non bastava, insomma, che Turcotti avesse usato il proprio telefonino: per evitare incidenti diplomatici tra la curia e gli unicorni, serviva una specie di nota bollata della Santa Sede. Lovignana, però, ha scelto una via meno drammatica. Con ecclesiastica pazienza e sovrumana carità cristiana, ha ricordato che la posizione della diocesi viene espressa «sempre ed esclusivamente» attraverso i suoi canali ufficiali e che qualsiasi altra dichiarazione, «da chiunque espressa», resta un «parere personale». Tradotto dal curialese: ciò che il mio segretario mette sullo stato Whatsapp non è magistero episcopale. Nemmeno questo, ovviamente, è bastato. «Non è la presa di distanza che avevamo chiesto», ha replicato Sartore, lamentando che nella nota non ci fosse «una parola sull’immagine» e annunciando che Arcigay continuerà a valutare come «tutelarsi in ogni sede opportuna». Il Sant’Uffizio arcobaleno, evidentemente, pretendeva non una semplice nota, ma una vera e propria abiura in pubblica piazza.
A rendere il tutto ancora più gustoso c’è il fatto che Turcotti, interpellato da Gazzetta Matin, aveva risposto con una frase che pare uscita da un film di Totò: «Mi sembrava un bel disegno colorato». Poi, domenica sera, ha spiegato di aver trovato l’immagine sul Web, dicendosi dispiaciuto per il «turbamento provocato», e ha precisato che non voleva offendere nessuno, offrendosi inoltre di «discuterne privatamente» con chiunque volesse confrontarsi con lui sull’accaduto.
Un bel cortocircuito, insomma. Anche perché il Pride non è propriamente un congresso di educande. La provocazione, la trasgressione e la dissacrazione fanno da tempo parte del suo linguaggio, anche quando di mezzo ci sono simboli religiosi (più spesso cristiani). Il diritto alla provocazione, del resto, difficilmente può funzionare a senso unico: se si rivendica la libertà di irridere ciò che altri considerano sacro, è curioso trasformarsi poi in custodi del galateo davanti a una sapida battuta da bontemponi. La croce uncinata, ovviamente, rimane un simbolo forte. Eppure, le provocazioni o sono forti, oppure non sono provocazioni affatto. E la boutade del Turcotti, non a caso, sembra proprio aver toccato il nervo scoperto: suggerire che dietro al linguaggio inclusivo delle truppe Lgbt possa talvolta nascondersi un atteggiamento assai meno tollerante verso chi dissente.
Insomma, quattro bandiere montate su Whatsapp sono riuscite nell’impresa di produrre un piccolo processo per eresia. Ad Aosta gli arcobaleni continuano a sventolare, le camicie brune non si sono viste e il Terzo Reich, a quel che ci risulta, compare solo nei libri di storia (o nella mente di qualche ossessionato cronico). Nel Sessantotto i ribelli dicevano: «Una risata vi seppellirà». Nell’anno del Signore 2026, a quanto pare, i «compagni» hanno perso pure il senso dell’umorismo.
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