Osteggiano i suicidi, tifano eutanasia
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Ogni 10 settembre, a partire dal 2003, si celebra in tutto il mondo – meritoriamente – la «Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio» chiamata in inglese World suicide prevention day, evento che ha il sostegno di tante associazioni laiche e religiose ed è promosso ufficialmente dall’Organizzazione mondiale della sanità.

Quest’anno il tema della Giornata è «Cambiare il discorso sul suicidio» con lo scopo, spiega l’Oms, di «passare dal silenzio» alla «empatia e supporto» chiedendo alla politica che la prevenzione del suicidio e la salute mentale «siano una priorità pubblica». Per capire il valore e il significato etico-politico della Giornata, fermiamoci un attimo su alcuni dati allarmanti, almeno per coloro che considerano ogni vita umana, sana o malata, giovane o anziana, come «sacra» e «indisponibile»

La statistiche di cui disponiamo, per una fattispecie giuridica complessa come il suicidio, ci dicono che nel mondo si tolgono la vita circa 740.000 persone l’anno, con «una morte ogni 43 secondi». Si tenga presente, per cogliere l’entità della piaga, che secondo la letteratura scientifica i tentati suicidi sono ancora più numerosi, di norma, dei suicidi stessi.

Gli uomini che si suicidano, secondo una ricerca universitaria statunitense (pubblicati su Lancet Public Health) sono più del doppio delle donne, con un tasso di mortalità di «12,8 per 100.000 maschi» e del «5,4 per 100.000 femmine».

Negli ultimi decenni, si è notata una progressione del suicidio in Africa e in parte dell’America latina e un calo sensibile in Asia. I tassi di mortalità più alti dovuti al suicidio si sono registrati nell’Europa orientale e nell’Africa sub-sahariana: per gli uomini, negli ultimi anni, il suicidio è stato, a livello globale, la diciannovesima causa diretta di morte, per le donne la ventisettesima.

Anche in Italia, in cui si ha l’idea diffusa che la situazione in proposito sia rosea, si registrano 4.000 morti per suicidio l’anno, con una media orrifica di «oltre 10 suicidi realizzati al giorno». La Società italiana di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza (Sinpia), in prima linea sul tema, organizza un evento a Genova, in coincidenza con la Giornata del 10 settembre, dedicato al «Suicidio in età evolutiva: dalla clinica al trattamento».

La sua presidente, Elisa Fazzi, docente di neuropsichiatria infantile a Brescia, ricorda che «dietro ogni giovane» che immagina di «interrompere la sua vita» o crede di «essere un peso», c’è una «domanda inespressa» ed un vero «bisogno di essere visto e ascoltato». «Dare una risposta» a quella domanda, per la Fazzi e la sua associazione, è la «responsabilità più grande» che tutti dovremmo fare nostra.

Un’altra iniziativa simile è il Telefono amico che dal 1967 ha aiutato milioni di persone «in stato di crisi» o «emergenza emozionale» a riacquisire il «benessere personale» e la «salute sociale», scongiurando il peggio.

Ma questa Giornata mondiale antisuicidio non risulta vana e superata se, all’interno degli ospedali di Stato, si pratica quel «suicidio assistito» che anche nel nome è l’esatto opposto della «prevenzione dal suicidio»? E i nostri giovani, presidente Luca Zaia, non rischiano di essere confusi se il mondo degli adulti da un lato li dissuade in tanti modi dal darsi la morte e poi, al contempo, fa leggi e norme per «legalizzare» proprio questa possibilità, più o meno delimitata?

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