C’è una luce alla fine del tunnel, ma il problema resta il tunnel. O meglio l’assurdo e allucinante percorso di guerra a cui la famiglia del bosco dovrà sottoporsi se vorrà tornare unita.
La decisione del Tribunale dell’Aquila sul rientro a tappe
Ieri il Tribunale dell’Aquila, dopo settimane e settimane di totale e incomprensibile silenzio, ha stabilito finalmente che i tre bambini – attualmente collocati in una casa protetta lontani dai genitori che vedono ogni tanto – potranno rientrare a casa. Ma non subito. Il rientro dovrà svolgersi per tappe. Il provvedimento del Tribunale è favorevole a un «ampliamento, seppur contenuto, della frequentazione dei genitori presso la loro attuale abitazione, nonché, in conformità del desiderio espresso dai bambini, delle pertinenze dell’abitazione originaria o dei luoghi in cui sono comunque custoditi i loro animali».
Sarà compito dei servizi sociali valutare «la maturazione delle condizioni che, trascorso un mese di regolare frequenza scolastica, consentano di ritenere non pregiudizievoli per gli obiettivi sopra indicati alcuni rientri dei minori presso i genitori nel fine settimana».
I giudici dispongono dunque che «il servizio sociale attui gli incontri protetti, alternandoli tra lo spazio neutro e l’abitazione dei genitori, con facoltà di recarsi anche presso le pertinenze dell’originaria abitazione, in modo da consentire ai minori di vedere i loro animali.
Il servizio sociale, laddove il percorso di sostegno genitoriale prosegua positivamente secondo le indicazioni esposte in motivazione, regolamenti i rapporti dapprima con rientri senza pernotto di maggior durata alla presenza dell’educatore e, dopo almeno un mese di regolare frequenza scolastica, valuti l’opportunità di rientri presso i genitori dei minori nel fine settimana».
Scuola pubblica e percorsi educativi: le imposizioni ai genitori
Questo è quanto. Il tribunale ha aspettato il primo settembre, impedendo così ai bambini di passare anche solo un pizzico di estate con mamma e papà, per stabilire che la famiglia nel bosco può tornare unita ma solo se si farà opportunamente rieducare, ancora di più di quanto non sia già stata rieducata. Giova ricordare che i Trevallion sono separati ormai dal 13 novembre del 2025. Lo scorso marzo la madre Catherine, che inizialmente era stata fatta entrare in casa protetta con i figli, è stata espulsa dalla struttura.
Nel frattempo i genitori hanno acconsentito a ogni richiesta dei giudici, hanno accettato di entrare in una nuova casa individuata dal Comune e nel frattempo hanno iniziato la progettazione di una futura abitazione. Si sono sottoposti a ogni tipo di valutazione e nessun esperto li ha giudicati pericolosi o del tutto incapaci di fare i genitori.
Ma alle autorità statali tutto ciò ancora non basta. Pretendono altri incontri protetti, altre valutazioni, altre settimane di lontananza. A che pro? E poi l’imposizione più incredibile: un mese di frequenza nella scuola pubblica prima di prendere ogni altra decisione.
Eppure in Italia l’istruzione parentale è legale, perché si devono obbligare i genitori a demolire il progetto educativo che avevano costruito e si impone la frequentazione di una classe? La risposta purtroppo è ovvia: la scuola è ormai lo strumento rieducativo definitivo, il luogo della formattazione delle menti.
Il parere dell’esperto Tonino Cantelmi
Il professor Tonino Cantelmi, consulente della famiglia, cerca di essere ottimista. «Con la decisione del tribunale la famiglia resta ancora nel tunnel disgraziato ma finalmente intravede una luce», spiega.
«A questa luce si aggrappano due genitori stremati e sull’orlo del collasso emotivo. Tuttavia il rientro a tappe dei bimbi, in questa situazione, è l’unica strada percorribile. Trovo inoltre significativa la possibilità che i bimbi possano incontrare i genitori nel luogo primario, dove hanno gustato la felicità dei giochi in armonia con la natura e con gli amatissimi animali. Incoraggio Nathan e Catherine a collaborare e a percorrere con fiducia l’ultimo tratto del tunnel sopportando il dolore e lo strazio che dovranno ancora patire nell’attesa che, come scrive Catherine, “sorga una nuova alba”. Personalmente ritengo che tutta la vicenda sia sproporzionata perché siamo in presenza di genitori non abusanti, non maltrattanti e non delinquenti e il collocamento in casa famiglia costituisce nel complesso una pagina molto triste per l’Italia».
Le criticità e il reclamo dell’avvocato Simone Pillon
Sproporzionata è un eufemismo. E non è difficile condividere le perplessità espresse da Simone Pillon, avvocato della famiglia. «Il decreto, firmato dalla presidente Angrisano nei suoi ultimi giorni di servizio all’Aquila, corregge parzialmente le precedenti decisioni e dispone un progressivo riavvicinamento dei minori alla famiglia, con rientri diurni immediati a Palmoli e – da ottobre – con pernotti in famiglia nel fine-settimana», dice Pillon.
«Si tratta certo di un significativo passo in avanti rispetto alla situazione attuale, ma spiace tuttavia dover prendere atto che il lungo percorso giudiziario pare ancora lontano dal necessario e auspicabile pieno ricongiungimento familiare. Con tutto il rispetto per il Tribunale, la difesa dei coniugi Birmingham–Trevallion non può infatti esimersi dal rappresentare alcuni ulteriori aspetti che a suo avviso meritano di essere corretti nel superiore interesse dei minori».
A questo punto, Pillon elenca una serie di punti che definire controversi è poco. «In primo luogo, a causa del ritardo nella decisione è stato di fatto negato il diritto dei minori a trascorrere almeno qualche giorno di vacanza con mamma e papà. Si auspica che tali periodi siano presto recuperati», spiega.
«In secondo luogo non sono stati presi in considerazione dai giudicanti i ripetuti richiami degli esperti […] in ordine alla necessità di un immediato e definitivo rientro in famiglia e al rischio per la salute dei minori causato dal permanere del collocamento extrafamiliare. In terzo luogo la eccessiva gradualità e l’incertezza sul ricongiungimento non sono giustificabili con la situazione familiare che non è affatto a rischio abusi e ha ampiamente risolto le criticità abitative e relazionali inizialmente contestate. È come se il tribunale fosse rimasto ancorato a precedenti valutazioni che ormai sono ampiamente superate dai fatti. In quarto luogo infine si reputa contrario all’art. 30 della Costituzione e a tutte le convenzioni sovranazionali in tema di libertà educativa l’emanato ordine che sembra essere orientato a mantenere i minori in casa famiglia finché i genitori non mostreranno di aver accettato l’iscrizione dei bambini alla scuola pubblica, in luogo dell’istruzione parentale preferita dalla coppia».
Pillon, giustamente, nota pure che «il collocamento extrafamiliare è una misura gravemente invasiva, che può essere giustificabile solo in presenza di condotte di abuso o violenza, ma non certo per imporre ai genitori di rinunciare alla libertà di scelta del percorso scolastico per i loro figli».
Ecco perché l’avvocato annuncia che «la difesa presenterà reclamo alla Corte di Appello. In ogni caso sarà garantita da parte di tutti la piena collaborazione con la tutrice, la curatrice e il servizio affidatario nell’applicazione provvisoria del decreto».
Una vicenda contestata: il futuro della famiglia Trevallion
Il calvario dei Trevallion non è ancora finito. Se vorranno riavere i figli da cui sono stati separati per dieci mesi dovranno sottomettersi ancora e ancora. Sono e sono stati genitori amorevoli, non hanno mai fatto male ai loro bambini, anzi li hanno seguiti e curati con ogni attenzione, non hanno violato alcuna legge (e infatti non risulta siano sottoposti a procedimenti penali). Volevano soltanto una vita più libera: uno psicoreato che ancora gli viene fatto pagare duramente.
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