Domenico è morto da un giorno e i radicali lo usano per propaganda
Filomena Gallo (Imagoeconomica)

Fortuna che non si doveva strumentalizzare la vicenda di Domenico Zuccarella, morto a 59 anni per suicidio assistito in Lombardia. L’assessore al Welfare Guido Bertolaso ha ricordato la «volontà del paziente, prima della procedura, che la sua morte non venisse strumentalizzata e usata». Eppure non ha fatto in tempo a uscire la notizia che l’Associazione Luca Coscioni si è precipitata a capitalizzare politicamente l’evento.

I responsabili dell’associazione hanno fatto sapere che il 15 settembre depositeranno al Consiglio regionale lo bardo oltre 15.000 firme a sostegno della loro proposta di legge regionale di iniziativa popolare chiamata Liberi subito. «Questo è ciò che Domenico ci lascia: piccoli passi in più per la libertà degli altri», dice Filomena Gallo per conto della Coscioni. «Per evitare che la procedura sia condotta in tempi così lunghi, e anche per evitare che un futuro assessore alla Salute possa disfare tutto con un tratto di penna, è fondamentale che il Consiglio regionale approvi la legge di iniziativa popolare Liberi subito». Stessa melodia da Marco Cappato: «Domenico ha dimostrato perché servono tempi e procedure certi. Il 15 settembre porteremo in Regione la voce di migliaia di cittadini lombardi». Se queste dichiarazioni sono politicamente comprensibili (benché per lo meno indelicate visto che Zuccarella è appena morto), è però difficile non notarne le intrinseche contraddizioni. La più plateale riguarda proprio la legge sul fine vita. Come noto, questa norma non esiste a livello nazionale. Ci sono, in alcune regioni come Toscana e Sardegna, discutibili leggi regionali. E nonostante questo Domenico ha potuto fare ricorso al suicidio assistito. Ciò è potuto avvenire perché l’assessore al Welfare lombardo, il già citato Bertolaso, ha emesso delle linee guida in materia di fine vita scavalcando di fatto il consiglio regionale.

Giova ricordare che la proposta di legge dell’associazione Coscioni è già stata esaminata nel 2024 dai politici regolarmente eletti in Lombardia, i quali l’hanno respinta. L’associazione ha fatto poi ricorso al Tar, ma il tribunale amministrativo ha dato ragione al consiglio regionale. Insomma la volontà di coloro che – fino a prova contraria – rappresentano i cittadini lombardi era piuttosto chiara. Però si è deciso di trascurarla e di aggirarla con un escamotage tecnico. A quanto pare, dunque, ai radicali dell’associazione Coscioni è andato benissimo il fatto che la volontà popolare sia stata calpestata al fine di dare loro soddisfazione. Ora che hanno raggiunto l’obiettivo – la morte di Domenico – pretendono una legge di modo che un futuro assessore non possa «disfare tutto con un colpo di penna». Chiaro no? I «colpi di penna» sono graditi soltanto se vanno nella direzione auspicata dai radicali. Tutto ciò che va in direzione contraria, anche se si tratta delle decisioni democraticamente assunte dai legittimi rappresentanti del popolo o delle sentenze di un tribunale, va ostinatamente combattuto, osteggiato e se possibile scavalcato.

Non stupisce che varie associazioni cattoliche e non siano in subbuglio. «Quello che è accaduto in Lombardia è un precedente gravissimo e un punto di non ritorno», dice Antonio Brandi di Provita e famiglia. «Per la prima volta il Servizio sanitario pubblico non si è limitato a verificare i requisiti fissati dalla Consulta, ma ha organizzato l’intera esecuzione: il personale, il farmaco letale, la strumentazione, perfino il luogo in cui morire. La sanità pubblica, nata per curare, si trasforma così in esecutrice di morte, e questo accade in una Regione amministrata dal centrodestra».

Stefano Ojetti, presidente dell’Associazione medici cattolici italiani (Amci), è convinto che «ci troviamo di fronte a una situazione in cui il Servizio sanitario nazionale, anziché provvedere a dare salute, paradossalmente provvede a dare percorsi di morte». E aggiunge: «Organizzare un suicidio assistito ha un tot di costi, ma portare avanti il discorso di aiutare a morire con dignità, nei tempi fisiologici e senza forzature, produce costi centuplicati. È anche una questione di spesa, di welfare. È triste dirlo, ma dobbiamo avere il coraggio di dirlo: purtroppo, le Regioni stanno scegliendo la strada del suicidio assistito, che è la strada più consona al risparmio nella gestione sanitaria».

Ancora più dura la nota emessa dal network di oltre cento associazioni e comitati civici Ditelo sui tetti. «Con il gravissimo caso di Domenico portato in un ospedale pubblico per prestazioni finalizzate alla sua morte, la giunta regionale della Lombardia ha voluto imporre, contro il voto del suo consiglio regionale del 20 novembre 2024 e strumentalizzando le sentenze della Consulta (che ciò non pretendono affatto), di invertire lo scopo stesso del sistema sanitario pubblico», recita il comunicato. «Accettando passivamente la pressione ideologica della associazione Luca Coscioni, con un mero atto amministrativo, Fontana e Bertolaso hanno introdotto la rottura con la grande tradizione lombarda della cura e della assistenza alle persone fragili. Potremmo dire che hanno preferito ascoltare l’individualismo della borghesia cosmopolita all’orientamento solidale e sussidiario dei corpi sociali lombardi».

È difficile non condividere lo sconcerto di queste realtà. Non tanto, lo ripetiamo, per una questione morale o ideologica, ma per una questione di banale rispetto della democrazia. Il fatto che finora la politica a livello nazionale non abbia prodotto una legge sul fine vita non significa che ci sia «un vuoto legislativo». Significa anzi che la politica – in rappresentanza degli italiani – ha scelto consapevolmente di non legiferare. Contro questa evidenza si è mossa, con discutibile atteggiamento, la Consulta, e a scendere hanno agito giunte regionali e strutture sanitarie. Perché la democrazia va bene, ma solo se fa comodo.

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