«Tutto ciò che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Gesù nel Vangelo secondo Matteo). Bisognerebbe capire perché si definisce cattolica la governatrice democratica del Massachusetts, Maura Healey, che ieri ha annunciato con squilli di tromba la legge che consente a una donna di abortire «in qualsiasi momento della gravidanza». Anche al nono mese, senza dover dimostrare gravi rischi per la salute.
La controversia sull’aborto nel Massachusetts
Con un azzardo in più (se possibile): l’aborto tardivo potrà essere effettuato non in ospedale ma semplicemente in centri di cura abilitati, con l’accompagnamento e la benedizione solo del medico curante. Ci siamo arrivati. Come direbbe James Bond: licenza di uccidere.
Sulla costa bostoniana i dem sono felici per essere entrati a far parte (come 11° Stato) del club dell’aborto libero, di fatto una grande convention democratica che si oppone a Donald Trump liberalizzando la possibilità di togliere la vita a un feto compiuto, praticamente a un neonato. Con foto ricordo imbarazzanti – fra dottoresse, infermiere, attiviste, psicologhe – che brindano all’«epocale vittoria per le donne». Cosa ci sia da festeggiare rimane un mistero, visto che un aborto è sempre un momento delicatissimo per il fisico e la psiche, con conseguenze psicologiche imprevedibili. E ancora più drammatiche se l’atto viene compiuto dopo una gestazione completa.
L’ipocrisia progressista negli Usa
Poiché un certo grado di impaccio (forse di turbamento) rimane nell’aria, la nuova norma ha un titolo fuorviante: «Legge che dà priorità ai pazienti nell’accesso alle cure». Pura ipocrisia in nome della narrazione turbo-progressista, perché dai tempi di Ippocrate nessuno si oppone nel curare un paziente.
Il seguito è tutto un edulcorare, uno slalomeggiare. Una collezione di «assistenza sanitaria riproduttiva», «standard di cura», «evento che presuppone molte complessità», «accessibilità a cure tempestive senza inutili incertezze legali». Politichese spinto per occultare la realtà: potersi sbarazzare di un bambino non nato ben oltre il sesto mese come stabiliva la già delirante legge precedente. Si chiama eugenetica. Gli americani sono bravi nelle sceneggiature di Hollywood: in Virginia la legge parla di «libertà di aborto fino al terzo trimestre», per non dire fino alla nascita.
Le posizioni sull’aborto negli Usa
La deputata Christine Barber, che ha promosso il disegno di legge, lo spiega così: «La gravidanza è una situazione complessa e sono grata alla Camera del Massachusetts per aver approvato una norma che elimina gli ostacoli e garantisce la competenza medica come standard di cura. Tutto si riduce a una convinzione semplice ma fondamentale: le decisioni sull’aborto devono rimanere una questione fra la paziente e il suo medico. Nessun altro». Qui cura è sinonimo di morte. Pensiero agghiacciante per superficialità e ignoranza riguardo a una decisione che fa arretrare di secoli la società dei diritti. Quegli stessi diritti ritenuti inviolabili quando si chiamano desideri.
Secondo la governatrice Healey i benefici dell’omicidio di Stato sarebbero due: «Proteggere la libertà riproduttiva e rafforzare l’accesso all’assistenza sanitaria riproduttiva». Una filosofia che non tiene conto dei diritti del neonato e che si autolegittima con la volontà di garantire «alle pazienti che si trovano ad affrontare diagnosi fetali difficili e gravi complicazioni in gravidanza, cure tempestive». Come se la medicina del terzo millennio non fosse in grado di individuare ben prima del nono mese malattie gravi che possano mettere a rischio la vita della gestante.
I possibili riflessi della legge in Italia
In Italia la 194 prevede che l’interruzione di gravidanza possa avvenire entro i primi 90 giorni. Il distinguo è necessario perché è praticamente certo che il vento americano arriverà da noi e gonfierà le vele della sinistra più femminista e movimentista, con proposte analoghe. Già vediamo all’opera, a tradurre documenti sotto l’ombrellone, pasionarie come Laura Boldrini, Elisabetta Piccolotti e qualche grillina con il problema della rielezione. È l’orizzonte dem, è l’onda lunga d’una società che pretende di sostituire Dio con l’onnipotenza autodistruttrice dell’uomo.
Durante l’ultima campagna elettorale Kamala Harris, sollecitata sull’argomento in un dibattito televisivo (e in difficoltà nei sondaggi) disse che l’allargamento dei termini abortivi era «semplicemente ridicolo». Mentiva. Adesso negli Stati democratici è cosa fatta; oltre che nel Massachusetts, anche in Colorado, Oregon, Minnesota, Michigan, Maryland, Virginia, New Mexico, Vermont e District of Columbia (Washington).
La reazione ecclesiastica alla legge sull’aborto
Una spallata di fronte alla quale la Chiesa americana si oppone timidamente. In attesa di sapere cosa pensa il pontefice americano Leone XIV, i vescovi bostoniani hanno emesso un comunicato nel quale ricordano che «abbiamo la responsabilità morale di presentare e sostenere l’insegnamento cattolico e la sacra dignità, donata da Dio, di ogni vita umana dal concepimento alla morte naturale. Ci sia spazio nei nostri cuori per i più vulnerabili tra noi».
La governatrice Healey li ha liquidati con un’alzata di spalle. Lei, due anni fa, è stata ricevuta in pompa magna da papa Francesco alla Pontificia accademia delle Scienze sociali. Romano Prodi la definirebbe «una cattolica adulta». Praticamente un’atea.
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