La galassia Lgbt di Torino a caccia di sponsor per l’Europride del 2027
Il sindaco di Torino Stefano Lo Russo (Ansa)

Arriva la colletta pink. La novità dell’estate, un passo astuto verso la privatizzazione della politica ma anche un ritorno surrettizio al finanziamento pubblico (se non dei partiti almeno dei movimenti). In soldoni, al mondo gay e transgender serve un milione di euro per cominciare a organizzare a Torino l’Europride 2027 e il tam tam per incassarlo è cominciato un anno prima. Con un obiettivo fondamentale: raggiungere e oltrepassare il budget non solo grazie a enti pubblici e fondazioni bancarie ma con sponsorizzazioni di aziende private. Tutto ciò diventa decisivo dopo l’attribuzione dell’evento all’Italia, con testimone arcobaleno in arrivo da Amsterdam per realizzare dal 18 al 26 giugno dell’anno prossimo un happening per 250.000 persone.

Certe promesse costano, bisogna partire per tempo. Fra parate, fiere e spettacoli connessi, il festival olandese (lì sono specialisti nel circo dell’eccesso queer, intersex e non binary) ha bruciato 6 milioni, di conseguenza gli organizzatori italiani hanno già i sudori freddi nel timore di finire in bolletta o di fare brutta figura. «Abbiamo bisogno di partner economici che ci diano una mano a realizzare quello che abbiamo in progetto», ha spiegato Alessandro Battaglia, presidente del comitato organizzatore, con il cappello in mano un minuto dopo aver preso in consegna i simboli dell’orgoglio Lgbtqia+ dal Worldpride. Del resto l’ambizione è totalizzante: «L’obiettivo è quello di fare un grande evento di richiamo internazionale. Avremo tutti gli occhi dell’Europa puntati addosso, sarà un’occasione importante per Torino e il Piemonte».

La fanfara del marketing è partita e il Comune piddino guidato dal sindaco Stefano Lo Russo ha già stanziato 150.000 euro a occhi chiusi, chiesti a gran voce dall’assessore al Welfare e ai Diritti Jacopo Rosatelli. Due dettagli: è la stessa giunta che non ha mosso un dito per risarcire i proprietari delle auto bruciate durante i violenti cortei di Askatasuna. Ed è lo stesso assessore di Alleanza Verdi Sinistra che nove mesi fa marciava in testa al corteo degli antagonisti (poi sfociato in scontri da paura), argomentando: «Sono in piazza per esprimere il dissenso sulle azioni e la linea del governo. Autoritarismo e repressione vanno rispediti il mittente».

Tornando all’Europride, le banche stanno riflettendo sul da farsi e l’arcigay vorrebbe far salire sul carro con le piume anche la Regione Piemonte. Sembra però impensabile che il governatore Alberto Cirio (Forza Italia) schieri la maggioranza di centrodestra a fianco di un mondo orgogliosamente woke che negli anni si è fatto costola della sinistra militante sposandone acriticamente ogni iniziativa, dalle manifestazioni della Cgil a quelle pro Pal, dal cambiamento climatico al referendum sulla separazione delle carriere dei pm. Per ottenere un finanziamento sarebbe più logico bussare al Nazareno, a Magistratura democratica o a casa di Maurizio Landini.

Per la Regione Piemonte, finanziare l’Europride significherebbe regalare denaro dei contribuenti a un movimento per nulla trasversale, al contrario marcatamente politico a senso unico. Lo hanno confermato involontariamente lo stesso presidente Battaglia e la coordinatrice Chiara Tarantello: «Mentre ad Amsterdam celebriamo i 25 anni di matrimonio egualitario, in Italia abbiamo atteso 40 anni per le unioni civili; speriamo di ottenere il matrimonio egualitario entro 25 anni, ma non siamo così certi di farcela. La situazione globale dei diritti umani è cupa, l’Europa dei diritti è in pericolo. Lo abbiamo visto a Ceuta e lo abbiamo visto al Pride di Berlino. E la situazione potrebbe farsi sempre più difficile il prossimo anno». Solo Elly Schlein sarebbe riuscita ad accomunare un’invasione di clandestini all’attentato islamista di Tiergarten.

Per settembre si preannuncia un tour delle aziende per cercare sponsor, «fondamentali per allestire un palinsesto di richiamo tra cultura, spettacoli, momenti di aggregazione», sottolinea Battaglia. «Tacchi rotti eppur bisogna andar», come indicava lo slogan dell’ultimo Torino Pride. Il titolo del festival continentale sarà invece l’obamiano «Together we can» e le aziende private cominciano a tremare per presunto ricatto morale. Il motivo è elementare: negare il finanziamento, non aderire alla colletta pink significherebbe vedersi immediatamente inserire nella lista di proscrizione riservata agli omofobi, sessisti, razzisti e in definitiva fascisti. Con una conseguenza immediata: il boicottaggio del prodotto – che sia una pasta o un bullone – secondo una consuetudine dei professionisti dei diritti negati (a orologeria).

Pessimo affare per un’azienda defilarsi dalla settimana Village People, meglio studiare le contromosse prima di settembre o preparare il bonifico. La filosofia dei buoni per decreto non ammette deroghe. Ha ragione Battaglia: «L’Europa dei diritti è in pericolo». Soprattutto il diritto di dire di no a lui.

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