Leone XIV si dimentica di leggere Monti: difende la famiglia e critica il riarmo
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«Quando un uomo cessa di credere in Dio, non è detto che non creda più a nulla; comincia a credere a qualsiasi cosa». (GK Chesterton). Il tapino potrebbe perfino arrivare a credere alle profezie di Mario Monti.

Approfittando della visita di papa Leone XIV a Metz, città natale di Robert Schuman, l’ex premier con il loden ha anticipato sul Corriere della Sera ciò che avrebbe detto il pontefice, soprattutto in chiave eurolirica, lanciandosi in un panegirico dell’Unione e mandando all’inferno nazionalisti e sovranisti che «non sono credibili come difensori della fede» solo perché nutrono legittime diffidenze riguardo alle politiche di Bruxelles.

E osano, quei bigotti, vedere i valori del cristianesimo sempre più emarginati, annacquati, banalizzati dal burosauro intriso di laicismo guidato da Ursula von der Leyen. Addirittura, elogiano la famiglia «anziché stendere delicatamente un velo sulla loro».

L’Europa di papa Leone XIV non è quella burocratica

Travolti dall’ammirazione per le doti da aruspice del senatore-editorialista a vita, è con serena rassegnazione che siamo andati ad ascoltare (e poi rileggere, hai visto mai) il discorso del Santo Padre in Lorena, scoprendo però che neppure una volta ha citato l’Unione europea, ma ha parlato sempre di Europa dei popoli.

Mai una volta, celebrando il padre fondatore, ha innalzato o chiamato in causa le istituzioni comunitarie. Anzi ha sottolineato che «è sempre più difficile dare una definizione di Europa, sia per il presente che per il passato. L’Europa va intesa come una realtà culturale e storica ancor prima d’essere una realtà geografica».

Non avendo letto Monti, il Papa guardava altrove. Non ha accennato neppure al cambiamento climatico, non ha sfiorato il multilateralismo e sa che «l’economia sociale di mercato» non passa certo da Bruxelles. Queste sono fisime montiane.

Dalla Mosella, a Leone XIV preme invece ricordare alla corposa componente socialdemocratica, radicale, atea, anticlericale, filo-islamica del Parlamento europeo che «non si può parlare d’Europa senza menzionare il cristianesimo.

I padri fondatori del Vecchio Continente secondo il Pontefice

E non si può tacere un altro padre dell’Europa, San Benedetto, che Paolo VI proclamò patrono d’Europa nel 1964. Senza di lui e i suoi monaci, la civiltà europea non esisterebbe». Il pontefice, addirittura, esorta i francesi: «Non abbiate paura di formare una famiglia, di generare figli, di difendere la dignità di ogni persona, dal primo istante nel seno della madre fino all’ultimo respiro».

Accade così qualcosa di sorprendente. Più l’editorialista collettivo spinge per far dire al Papa ciò che gli fa comodo in chiave progressista, tirandogli la bianca tonaca per interpretarne le sfumature estrapolando ed enfatizzando, più il suo reale pensiero riluce di semplicità e chiarezza.

Quando arriva ad Alcide De Gasperi (altro padre fondatore) Leone sottolinea la frase: «Il fermento di fraternità evangelica esalta la figura e la responsabilità della persona umana». Per poi aggiungere a beneficio del globalista incallito tendenza Erasmus: «Nel contesto multiculturale di oggi l’affermazione dell’universalità dei valori (la persona, la democrazia, i diritti inalienabili) passa anche attraverso la riscoperta delle proprie radici».

Non c’è posto per l’Europa di Bruxelles

Spiace per Monti, ma il pontefice non ha mai nominato l’Unione europea, se non per avvertirla: «Bisogna guardarsi dall’illusione del riarmo». Questa corsa mediatica a sovrapporre la Ue al concetto di Europa «culla di civiltà» che deve recuperare le origini dimenticate, sa di escamotage per confondere le idee, per annacquare l’essenza, per allontanare i popoli e far rientrare dalla finestra il dirigismo autoritario, dalle pulsioni guerrafondaie giù fino ai tappi delle bottiglie di plastica.

Il gioco funzionava meglio con papa Francesco, più incline alla conferenza stampa quotidiana e di conseguenza più strumentalizzabile. Con papa Leone il tentativo è imbarazzante.

I lettori di alcuni giornali italiani (soprattutto La Repubblica) sono convinti che il Papa sia andato a Parigi solo a scusarsi per la pedofilia nella Chiesa. Giusto, anzi sacrosanto.

Ma il resto non è pervenuto, almeno nei titoli. Migranti: «Servono una cooperazione reale contro i trafficanti, l’accoglienza ma anche politiche che permettano alle persone di vivere con dignità nella propria terra». Cattolici francesi: «Aspirate a riscoprire un orizzonte luminoso, a costruire una nazione rinnovata, a partire dalle sue radici irrigate dalla fede». Secolarizzazione: «È bello vedere tante persone che riscoprono il Vangelo nel contesto di una società fortemente secolarizzata come quella francese».

Il pensiero di papa Leone XIV sui temi cardine

Sembra incredibile, ma queste parole potenti non hanno meritato nessun programma di approfondimento. Avanti con il vizio della memoria.

Laicità: «Una laicità giusta impegna le istituzioni al servizio del bene comune e non emargina il credo religioso. Essere cristiani nello spazio pubblico non costituisce una minaccia ma un contributo attivo alla società».

Sacralità della persona: «Nessuno di noi è un numero su una carta d’identità o un codice identificativo, ma una persona unica e insostituibile».

Fine vita, con implicito riferimento all’appeasement della Conferenza episcopale italiana nei confronti del suicidio assistito: «Ribadisco la netta opposizione della Chiesa all’eutanasia, la vita umana è indisponibile dal concepimento alla morte naturale».

Dalla Francia arriva un tuono, non un borborigmo al profumo d’incenso. Dalla Francia arriva l’eco di un Papa gentile che parla di Dio, dell’Uomo e dei valori perduti dell’Occidente. Il dito indica la luna, ma l’ateo la chiama Ue.

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