Papa Leone XIV in partenza da Fiumicino per il viaggio apostolico in Francia
Papa Leone XIV in partenza per la Francia (Ansa)

A sette anni e cinque mesi dal terribile incendio che stava per ridurre in cenere uno dei simboli della cultura occidentale, Leone XIV varca la soglia di Notre Dame de Paris (dove è atteso oggi, verso le 17, per la recita dei vespri). È il primo Papa a visitare la cattedrale sopravvissuta al rogo del 2019 e completamente restaurata, mentre l’ultimo vicario di Pietro a mettere piede nella Capitale francese fu Benedetto XVI nel 2008.

Le fiamme, la guglia e la cattedrale sopravvissuta

Quando il Pontefice statunitense alzerà lo sguardo, osservando quelle pietre, tornate a splendere dopo essere state ricoperte da strati di fuliggine e piombo, la mente non potrà che tornare alle 18.45 di quel lunedì 15 aprile, l’istante nel quale il mondo si ferma e assiste impotente all’impensabile: la «foresta di legno», l’imponente tetto che sovrasta la costruzione in pietra è avvolto dalle fiamme.

Il fuoco sembra inarrestabile. Dopo un’ora di lotta, la guglia di 45 metri brucia come un fiammifero, cede e collassa sul tetto con le sue 750 tonnellate, mentre sul ponte della Tournelle i fedeli pregano in ginocchio. La lotta impari tra i pompieri parigini e la colonna di fuoco risveglia i fantasmi dell’11 settembre. Torna l’incubo del crollo delle due torri, che si salveranno per una questione di minuti (non più di una trentina secondo gli esperti). Alain Finkielkraut, non a caso, parlerà di «tentativo di suicidio» di una civiltà.

Ci sono voluti cinque anni di lavori (fino alla riapertura dell’8 dicembre 2024) per ridare vita alle macerie, sanare le ferite e ricostruire ciò che era andato perduto. Ma a raccontare alla Verità il miracolo di quelle ore fu subito dopo l’organista titolare, Olivier Latry: «Le fiamme non sono riuscite a prevalere. Non hanno toccato i rosoni, l’altare maggiore, le reliquie e la statua della Vergine (Notre Dame de Paris, la scultura trecentesca davanti alla quale, nel 1886, si convertì il poeta Paul Claudel, ndr). I vigili del fuoco hanno utilizzato migliaia di litri d’acqua, tanto che i gargoyl della chiesa hanno rigettato fuori tutto per quattro giorni. Eppure le candele davanti alla Madonna sono state ritrovate accese…».

A uscire indenne dal rogo fu anche l’immenso organo del XV secolo. Uno strumento unico al mondo, con 7.952 canne, 132 registri, cinque tastiere e pedaliera, continuamente perfezionato nel corso della storia. È già sopravvissuto all’esondazione della Senna del 1910, ma soprattutto alla volontà di essere fatto a pezzi alla fine del Settecento dai capi della Rivoluzione francese.

L’organo di Notre Dame, una macchina celestiale

«Un capolavoro trascendentale con una tavolozza di colori, di volumi e di dinamiche che non ha eguali. Mi piace pensare che il respiro di Dio abbia questo suono. Una nota sul pianoforte è destinata a svanire in breve tempo, anche se il tasto resta premuto. Questo non accade sull’organo, dove il suono può durare all’infinito. È uno strumento che ha già in sé l’idea dell’eternità.

E la massa sonora viene costruita con una combinazione quasi infinita di registri, in una moltitudine di voci che canta una sola cosa, come avviene nella Chiesa. A Notre Dame l’effetto è ancora più incredibile perché il fedele che istintivamente alza lo sguardo non vede lo strumento, ma la grande vetrata. E viene illuminato dalla musica e dai colori».

«Latry è il nuovo Marcel Dupré…», disse un giorno il grande compositore Olivier Messiaen. Ed è proprio l’organista (titolare dal 1985, quando vinse il concorso all’età di 23 anni) elogiato da un monumento della musica contemporanea per le sue incredibili abilità improvvisative (da riascoltare la sua interpretazione della Marsigliese durante la celebrazione in memoria delle vittime del Bataclan) ad aver aperto le porte di Notre Dame al podcast Non sparate sul pianista di Carlo Melato, in occasione della prima Pasqua dopo l’apertura della Cattedrale.

[La puntata di Non sparate sul pianista con Olivier Latry, organista titolare di Notre Dame]

«È stato un miracolo e un segno. Forse Dio voleva mettere in guardia il mondo: attenti a quel che fate, questa volta è andata bene, la prossima non è detto…», aveva ribadito il musicista, indicando le gigantesche canne di metallo che sfiorano il rosone, mirano al cielo e sembrano pronte a svegliare i defunti.

Mentre le trombe orizzontali, puntate verso il popolo come tanti piccoli fucili (il loro nome è chamade, «chiamata»), ricordano quelle lunghe e sottili impugnate dai possenti angeli del Giudizio universale di Michelangelo. Quando suonano tutte insieme – a vista sembrano una cinquantina, in realtà sono quasi 8.000 – danno l’impressione di spostare le montagne.

Di certo hanno il potere di far vibrare la cattedrale e tutto ciò che contiene: le pietre di calcare chiaro, i lampadari appesi alle arcate, le sedie di legno con i fedeli sopra e le coscienze.

Dopo l’Apocalisse sfiorata, anche il suono della cattedrale è cambiato: «Ha una proiezione più lineare e questo mi costringe a modificare il mio approccio allo strumento. Devo essere molto più chiaro, a livello armonico e timbrico, per evitare la saturazione sonora».

I secondi di riverbero sono ancora sette (come si può ascoltare nel podcast, realizzato con il tecnico del suono Stefano Stefanoni).

«Questo capolavoro viene rinnovato e migliorato ogni 25 anni… dal XVII secolo. Ma nessuno si è mai permesso di disfare ciò che trovava. Piuttosto aggiungeva qualcosa di suo. In questa macchina celestiale c’è l’anima di tanti, anche se brilla la maestria di Aristide Cavaillé-Coll, che qui realizzò il suo capolavoro (dopo averlo rinnovato profondamente, lo strumento fece sentire la sua nuova voce per la prima volta a Natale del 1867, ndr). Sono innamorato di questo gioiello, ti fa respirare la storia».

Olivier Latry: «Non eseguirò Interstellar per compiacere chi ascolta solo musica commerciale»

Leone XIV, figlio spirituale di quel Sant’Agostino che disse «Cantare amantis est» («Cantare è proprio di chi ama»), è un Papa che ama la musica e ne ha ribadito l’importanza per la vita della Chiesa nell’udienza generale del 19 agosto scorso, come spiega Peter Carter nella puntata di Non sparate sul pianista dedicata alla musica sacra.

Sull’argomento, anche Olivier Latry ha le idee molto chiare: «In Germania molte parrocchie cantano solo pop perché pensano che sia l’unica lingua comprensibile ai fedeli. A loro avviso il popolo non è più in grado di ascoltare la musica classica o il gregoriano, che è stato il linguaggio musicale della Chiesa per eccellenza.

Il problema non è Latry o Messiaen. In Francia c’è una scuola, una tradizione che ha visto passare Camille Saint-Saëns, César Franck, Charles Tournemire e Marcel Dupré. Non cambierò modo di suonare e non eseguirò Interstellar per compiacere chi si nutre solo di brani commerciali. Notre Dame è storicamente un luogo di educazione alla fede, ma anche di sviluppo della musica: non ci fermeremo».

Riascolta Non sparate sul pianista con Olivier Latry: il racconto dell’organo di Notre Dame

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