«Sì, cari amici, è l’ora della responsabilità, specialmente per chi molto ha ricevuto da una millenaria tradizione di fede che si fa cultura». In mezzo a una folla strapiena di bimbi e neonati (il Papa loda più volte «l’entusiasmo» dei 60.000 di CL), Leone XIV rinnova il compito dei cattolici ponendosi esplicitamente in scia a Giovanni Paolo II, ultimo pontefice a visitare, 44 anni fa, la Fiera di Rimini.
Ne cita lo storico viaggio di allora, quando Wojtyla invitò a «costruire la civiltà dell’amore», e ne richiama in modo evidente una celebre frase coeva (1982): «Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta».
Per quanto l’attenzione venga posta, nei minuti successivi al discorso del Meeting, sulle parole a proposito dei confini, appare difficile cogliere qui il cuore del messaggio papale, e tantomeno immaginare che la sua volesse essere una risposta al dibattito in corso su Schengen e «dublinanti».
«Prima di confini, definizioni e istituzioni ci sono sempre le persone. Questa consapevolezza è al cuore del cristianesimo», ha detto infatti in avvio Prevost, prima di mettersi, ormai un tratto caratteristico, millimetricamente in scia dei «miei predecessori – San Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco».
Tutti, dice, «hanno indicato la misericordia divina come punto di impatto tra il Vangelo e le “cose nuove” di quest’epoca drammatica e meravigliosa». Quindi torna su un concetto introdotto in Magnifica humanitas: «Al falso realismo che riarma le menti, le parole e le nazioni, la cultura cattolica ha oggi da opporre il realismo della Misericordia, per il quale non possono esistere nemici e tutti, anche gli avversari, sono fratelli e sorelle da guardare negli occhi e incontrare nella verità. Il peccato esiste, certo, ma più forte è l’amore redentore di Cristo, che ci impegna a purificare pensieri, interessi, abitudini, frequentazioni, progetti, investimenti – ogni aspetto della vita – da tutto ciò che la cultura della potenza ha inquinato».
Il Papa ai cattolici: «Liberiamo l’educazione dall’ideologia»
Ecco il compito, certamente anche «politico» come possibili ambiti di applicazione, ma chiaramente pre-politico nella preoccupazione antropologica e di fede, consegnato non solo agli aderenti di Comunione e Liberazione: una fede che si faccia cultura, entri nella vita, sia al servizio della conversione dell’uomo e dei popoli: «Liberiamo», invita Leone, «la convivenza dal sospetto, la cultura dalla prepotenza, l’educazione dall’ideologia, il lavoro dall’idolatria del profitto, la tecnologia e la finanza dai business della morte. A partire dalle organizzazioni che abbiamo generato e nelle quali operiamo, smascheriamo i rapporti di potere ingiusti, alla radice di povertà e diseguaglianze, della guerra e dei disastri ambientali. Disarmiamo lo sviluppo tecnologico quando si fa pervasivo e distruttivo».
Questa diversità radicale portata dalla fede, spiega il Papa, è figlia di un Amore che «muove», come dice il verso di Dante cui è dedicata la quarantasettesima edizione del Meeting: «Muove, urge, risveglia dal torpore, suscita nuove vocazioni e chiama a rischiare. Mettetevi in gioco! Apritevi a una vera cattolicità, allargando i vostri legami oltre ogni appartenenza troppo ristretta. Il Movimento, i gruppi, le comunità siano un trampolino da cui tuffarvi nell’intera realtà». E di Benedetto XVI il Papa americano ripropone in modo chiarissimo la lezione sulle «minoranze creative» e sulla libertà: «Che siate cristiani è oggi per molti una sorpresa! […] Non è una questione di numeri, è una questione di libertà: la verità si incontra solo nella libertà».
A San Marino Leone XIV mette al centro la libertà
La lunga giornata di Prevost era iniziata, ancora sotto il segno della libertà, a San Marino: un discorso, qui sì, più politico, in uno Stato «a misura d’uomo», ha detto, il cui motto è proprio Libertas: «Non c’è vera libertà civile senza libertà personale, cioè senza il rispetto e la promozione della dignità della persona umana, di cui la libertà è una componente essenziale. Questa libertà è donata e garantita, in ultima analisi, da Dio, la cui voce risuona nella coscienza di ogni essere umano. Promuovere la libertà comporta difendere gli spazi della coscienza», e la libertà si concreta nella comunione e nel dialogo, contro ogni «idolatria che guasta alla radice quei progetti politici ed economici che si presentano in nome della libertà, ma in realtà sono schiavi degli idoli e del potere».
Di nuovo sul concetto torna, poche ore dopo, tra i padiglioni del Meeting, carezzando le orecchie dei ciellini con la Lettera a Diogneto (un testo del secondo secolo sui cui Giussani aveva speso molte riflessioni): «L’anonimo autore riconosceva che i cristiani “si propongono una forma di vita meravigliosa e, indubbiamente, paradossale”, e che spesso la credibilità della nostra testimonianza personale e comunitaria è segnata dal limite e dal peccato. Ma è il Signore che ci rialza sempre, come singoli e come comunità». Questo spettacolo di affezione e di limite gli fa ricordare che la Chiesa (qui Prevost cita espressamente Ratzinger) «non fa proselitismo. Essa si sviluppa per attrazione».
Leone indica questa dinamica di attrazione come vera responsabilità dei cattolici: l’Amore iniziale domanda una mossa capace di attrarre, perché portatrice di una convenienza umana sperimentabile: «Questo stile costituisce in quest’epoca travagliata un vero e proprio segno dei tempi. Testimoniamo che ogni carisma è per l’utilità comune, che ogni ricchezza si moltiplica se condivisa, che ogni paura può essere superata: dobbiamo renderlo tangibile, credibile, desiderabile».
Uscito dal Meeting dopo due ore tra visite, discorso e saluti ai prelati e alla folla dove si trattiene con bimbi e disabili, il Papa chiude la giornata tra il Titano e la Romagna con visita al Duomo e al Porto di Rimini: «Siate accoglienti, non solo nel divertimento», dice alla città.
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