Cosa c’entra Vassilij Kandinskij con Sant’Agostino? È una domanda che potrà porsi Robert Prevost: sabato prossimo, nella sua storica partecipazione al Meeting di Rimini a 44 anni da quella di Giovanni Paolo II – la Fiera apre i battenti domani – visiterà due delle mostre allestite nei padiglioni.
Una è appunto dedicata al santo d’Ippona (354-430), l’altra è una ricostruzione della biografia dell’imprenditore francese Leon Harmel, figura che ispirò la Rerum Novarum. Leone XIV, dunque, si troverà di fronte a pannelli dedicati al padre della Chiesa di cui è discepolo spirituale, impreziositi da riproduzioni dei capolavori del pittore nato a Mosca.
«Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova» è il titolo di questo azzardo intellettuale, forse il più interessante dell’intera rassegna, non solo per il peso conferitogli dalla visita. Ai curatori, Costanza Penna e Monica Scholz-Zappa (coadiuvati da un folto gruppo di consulenti e associazioni), il merito di un esperimento di fascino: sintetizzare in forma adatta a un pubblico popolare un pilastro della cultura occidentale, fondendo elementi biografici, teologici e letterari per documentare la straordinaria «attualità» di un uomo nato 1.700 anni fa.
Le «Confessioni» e la ricerca della felicità che attraversa i secoli
La frase su cui poggia l’esposizione, visitabile nella «piazza C2» con prenotazione online durante i sei giorni della 47esima edizione del Meeting («L’amor che move il sole e l’altre stelle», Fiera di Rimini), è citazione diretta dalle Confessioni (capitolo X), e illustra perfettamente il moto umano suggerito dai pannelli.
Nel «tardi» con cui Agostino arriva ad amare la Bellezza non c’è il rimpianto di un tempo perduto, ma la realistica consapevolezza che l’Amore di Dio inevitabilmente precede qualunque tentativo umano (ci «primerea», diceva Bergoglio con efficace papocchio linguistico).
La mostra dedicata ad Agostino tra arte, fede e cultura occidentale
Al primo degli otto grandi pannelli, quello che illustra il senso dell’iniziativa, fa seguito un affresco sintetico sugli snodi della vita del protagonista: la nascita nell’Africa romana, a Tagaste, gli studi di retorica a Cartagine, il distacco dal manicheismo, lo spostamento a Roma e a Milano, l’incontro con Ambrogio, decisivo per la conversione del 387. Agostino ha 33 anni e inizia un’attività di scrittura, predicazione e pastorale che plasma per sempre il volto e la storia della Chiesa e della nostra civiltà.
Torna in Africa, diventa vescovo, e qui dà battaglia di Concilio in Concilio per affinare il pensiero cristiano e la dottrina contro le eresie. Scrive testi che segneranno la forma mentis di ciò che chiamiamo Occidente. Muore nel 430: alle porte d’Ippona, i Vandali assediano il mondo di allora. Con ottica umana, Agostino osserva una fine della storia, o la fine di una storia. Il suo sguardo, però, è colmo di positività, inquieta gratitudine, drammatica pace. Perché? In forza di cosa quella possibilità di letizia è realistica oggi, altro periodo di travagliato tracollo di una storia e di un mondo?
In questa direzione, più che in una impossibile sintesi filologico-teologica, si orienta lo sforzo della mostra: un poliglotta, dotto, cui nulla la vita ha risparmiato (un amore giovanile, un figlio che ha dovuto seppellire, un impegno vocazionale sconvolgente per intensità e durata), offre in primo luogo non una riflessione intellettuale (pur incalcolabile) ma una biografia, un tratto esistenziale, un’identità ardente che invita al paragone chiunque.
Si spiega così la centralità delle Confessioni nei testi dei pannelli successivi che guidano il visitatore nella seconda sezione. «Cercavo qualcosa da amare, in quanto amavo di amare», scrive prima di raccontare il celeberrimo episodio della «voce di fanciullo, o fanciulla» che sente ripetere «Prendi e leggi, prendi e leggi».
Il Vangelo tra le sue mani si apre al capitolo 13 della Lettera ai Romani, e la sua vita non sarà più la stessa. La domanda di senso, nel rapporto con Ambrogio e Simpliciano, esce non certo soddisfatta ma esplosa, esaltata in un rapporto con gli uomini che si fa misteriosamente rimando a quello con l’Altro: «Cercando Te, Dio mio, cerco la vita felice».
Solo su queste basi – il problema del senso del vivere, e un’ipotesi credibilmente sperimentabile – si può saldare oggi un legame interessante con un uomo, per quanto geniale, morto 16 secoli fa. Agostino varca di nuovo il Mediterraneo, si fa pastore attento, prolifico scrittore e oratore (tutta la «scuola» classica appresa in gioventù viene convertita alla missione).
Come nota la terza sezione della mostra, il futuro santo fonda un’antropologia basata su un assunto decisivo per l’impatto anche psicologico che avrà nella storia: la dimensione della relazione nella vita cristiana e in ogni vita davvero umana non è un accidente, ma ha carattere costitutivo: la Trinità stessa contiene una poderosa indicazione sull’identità concepita come legame e rapporto.
Ratzinger e Agostino, la relazione come forma originaria dell’essere
È un colpo decisivo al soggettivismo ante litteram, come avrebbe «confermato» molto più tardi Joseph Ratzinger: «Per Aristotele la relazione rientrava fra gli “accidenti”, fra le condizioni casuali dell’essere, che si distinguono dalla “sostanza” quale unica forma portante della realtà. […] Ora appare chiaro che accanto alla sostanza si trova il dialogo, la relatio, come forma ugualmente originaria dell’essere».
È questa concezione dell’uomo – e non il contrario – a ispirare anche le grandi costruzioni del pensiero agostiniano davanti alla storia (quarta sezione). La città di Dio, altro monumento culturale iniziato dopo il sacco di Roma a opera dei Visigoti, introduce categorie alla base dell’attuale modo di concepire le relazioni internazionali della Chiesa, se è vero che Leone XIV l’ha indicata nel suo storico discorso al Corpo diplomatico il 9 gennaio scorso.
Il lascito agostiniano è soprattutto, suggerisce la chiusa dell’esposizione, in un eterno approfondimento della dinamica umana suscitato dall’incontro con Dio: un moto inesausto alla scoperta di sé che fa del soggetto un viandante «perfetto», non perché completo ma perché immerso in una pace inquieta che lo rende protagonista della storia.
Dai manoscritti del Quattrocento alla mostra dedicata al santo d’Ippona
Per questo Agostino , dopo i 70 anni, compie un’operazione quasi inconcepibile: «ritratta» tutto ciò che ha scritto, sottoponendolo a un rigoroso esercizio di critica e correzione.
A corredo, un accordo con la Biblioteca malatestiana porterà in Fiera alcuni capolavori del Quattrocento, fatti realizzare da Novello Malatesta, signore di Cesena: tre manoscritti che riproducono opere di Agostino e, come si vede in pagina, una sua miniatura.
La mostra, come il Meeting, chiude il 26 agosto. Il giorno dopo è santa Monica, amatissima madre dell’Ipponate. E il 28 la Chiesa celebra Agostino, Doctor Gratiae, nel giorno della sua salita al cielo.
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