Il filo che unisce Del Noce e Giussani: sopravvivere al «suicidio» comunista
Monsignor Luigi Giussani e Augusto Del Noce (Ansa)

Augusto Del Noce era convinto che, sulla scorta di Gentile e Gramsci, l’Italia fosse un po’ il luogo privilegiato in cui prendeva corpo un fenomeno mondiale: il suicidio della rivoluzione incarnato dal radicalismo di massa che pervade la cultura di fine anni Sessanta.

In questo fenomeno si riaffermava insomma, anche se in negativo, un «primato» dell’Italia: primo Paese occidentale dove il Partito Comunista si avvicina al governo e si suicida.

Anche il Movimento di CL fondato da don Luigi Giussani, un movimento che, a suo modo, voleva essere una risposta al radicalismo di massa che denunciava Del Noce e un modo di mettere in pratica il Concilio, rappresenta in fondo un «primato»: quello di aver capito, ed è successo in Italia, che la chiesa universale rischiava di non riuscire a far tesoro del Concilio, anch’esso monopolizzato da letture «progressiste», e che c’era bisogno di una svolta.

Bisognava prendere di petto la questione del Sessantotto, i suoi aspetti dissolutivi, certo, ma anche gli slanci ideali che lo animavano. Bisognava insomma capire la posta in gioco.

Il «suicidio» della rivoluzione

Pubblicato nel 1978, Il suicidio della rivoluzione di Augusto Del Noce entrava direttamente nel dibattito politico di allora, caratterizzato dal cosiddetto «compromesso storico» tra Dc e Pci.

Del Noce vedeva in tale compromesso la vittoria di Gramsci nella società italiana, l’esito ultimo di una lunga marcia volta a conseguire l’egemonia, neutralizzando l’avversario, non più con la persecuzione fisica, bensì con il «suicidio».

Ed è precisamente con la parola «suicidio» che secondo Del Noce i cattolici democristiani avrebbero dovuto interpretare il significato di certi termini come «compromesso storico», «eurocomunismo» o «solidarietà nazionale».

Il trionfo di Gramsci

[…] Gramsci è per Del Noce il filosofo che supera l’economicismo marxiano grazie a una radicale rivalutazione dell’elemento ideologico-culturale, da Marx considerato semplice sovrastruttura; il suo programma filosofico-politico è quello di portare all’estrema coerenza l’opera dissacratrice che la borghesia aveva intrapreso e poi lasciato a metà.

È appena il caso di ricordare come, subito dopo la guerra, questo lavoro gramsciano sarà utilizzato dal Pci soprattutto per togliere alla componente liberale della cultura italiana antifascista la sua maggiore guida ideologica, e di costringerla, alla lunga, a riconoscere nel marxismo la forza politico-culturale più moderna e più potente. […]

Ripensare oggi al clima culturale nel quale fu scritto Il suicidio della rivoluzione è quasi sbalorditivo.

Così come è più sbalorditiva ancora l’attualità che tale scritto conserva. Il cinismo che sempre di più sembra fare da sfondo alla spettacolarizzazione mediatica della realtà, il fastidio che ci procura il minimo senso del dovere, i desideri sbandierati come se fossero diritti, la disinvoltura con la quale mettiamo tutti gli stili di vita sullo stesso piano, il fastidio per la normalità e l’attrazione crescente per l’eccezione, le reazioni che questo wokismo ha provocato sul fronte opposto, le intelligenze artificiali che potrebbero rendere inutile l’intelligenza naturale degli uomini, la saldatura crescente tra potere politico e apparato economico-tecnico-scientifico sono tanti segni che fanno pensare che davvero è incominciata l’era di una cultura nuova, «irreversibile» come avrebbe detto Del Noce, alla base della quale sta un mix esplosivo di desiderio di apparire, fare colpo, fare soldi, fare audience a tutti costi e di buonismo ipocrita che ammanta di buone parole un mondo sempre più disumanizzato.

Dall’intellettuale organico alla cultura contemporanea

Se Gramsci assegnava alla figura dell’intellettuale «organico» più o meno lo stesso ruolo che Marx assegnava al proletariato, quale soggetto storico privilegiato che, liberando sé stesso, avrebbe liberato il mondo intero, l’intellettuale odierno, secondo una pagina memorabile di Del Noce, è il frutto della «decomposizione» del primo trasformato in «funzionario dell’industria culturale, dipendente da una classe di potere che ha bisogno così dell’intellettuale dissacratore (quale «custode del nichilismo») come dell’esperto aziendale».

[…] L’estetica diventa un’arma contro il logos e contro la morale.

Né la filosofia né la religione sembrano più in grado di arginare questo fronte dell’illuminismo dissolutivo, il quale, proprio come aveva intuito Del Noce, ha fatto emergere, da un lato «un vitalismo egocentrico, una pratica di liberazione da ogni freno, che non può in alcun caso accordarsi con gli ideali della libertà e della giustizia»; dall’altro, ha progressivamente distrutto il senso della realtà, erodendo «quelli che tradizionalmente venivano detti i preambula fidei; non ha attaccato direttamente la religione, ma la dimensione razionale che permetteva l’accesso alle verità di fede. […]

La vita come comunione

È tempo di dire qualcosa su don Giussani. Un paio d’anni fa sono stati pubblicati i suoi scritti tra il 1968 e il 1970, Una rivoluzione di sé, La vita come comunione (Rizzoli) Sono parole che Giussani rivolge ai suoi giovani nel mezzo della famosa contestazione studentesca.

Il nome di Del Noce non ricorre mai, ma è come se Giussani ne presupponesse il senso più profondo. Certamente vive sulla sua pelle e ha grande consapevolezza delle molte crisi di cui parlava il filosofo, prima fra tutte la crisi della religione.

Naturale che i due più tardi si siano incontrati, stimati e coinvolti in un’opera culturale per molti versi comune. Negli anni in cui si mette in moto qualcosa di dirompente per la società e per la chiesa, don Giussani avverte che né la tradizione, né la teoria sono più in grado di muovere il cuore degli uomini.

Di fronte a questa crisi la proposta di don Giussani è semplice e netta: ci vuole Cristo, la sua presenza viva, e tutto acquisterebbe contorni differenti, capaci di muovere, appunto, il nostro cuore. Gesù Cristo non è una teoria. «Il cristianesimo è un avvenimento».

Il cristianesimo come avvenimento

[…] In una pagina molto bella ci viene detto che i primi cristiani «non credettero perché Cristo fece quei miracoli, non credettero perché Cristo citava i profeti, non credettero perché Cristo risuscitò i morti. Credettero per quello che Cristo apparve. Per quella presenza, non per quello che fece e che disse. Credettero per una presenza carica di proposta».

Sono parole dirompenti sia rispetto alla chiesa sia rispetto al mondo. È precisamente questa «presenza» che scompagina tutto, che genera la novità vera del cristianesimo, mettendo al riparo la comunità cristiana dalla tentazione ideologica, sempre in agguato nelle cose umane, dal ’68 a oggi. […]

Le lodi di ratzinger

Se pensiamo che queste parole sono state scritte nel 1970, c’è da rimanere a bocca aperta. […] Naturale che questo approccio individuasse nella cultura un campo d’azione privilegiato. Potrei parlare ore dell’effetto che fecero su di me amici come Francesco Botturi, Gianfranco Dalmaso o Rocco Buttiglione.

La loro esperienza di fede e l’attenzione che prestavano alla necessità di tradurla in cultura, il loro modo di parlare di Gesù Cristo, della chiesa e del suo modo di farsi storia, non avevano nulla a che fare col manierismo di sinistra che aveva colonizzato la cultura di quegli anni, compresa quella di gran parte del mondo cattolico; ma non aveva nulla a che fare nemmeno col clericalismo conservatore che persisteva all’interno della chiesa.

Come ha ricordato il cardinale Ratzinger al suo funerale, don Giussani «ha capito che il cristianesimo non è un sistema intellettuale, un pacchetto di dogmi, un moralismo, ma un Incontro, una storia di amore e un avvenimento».

Educazione, libertà e cultura

È da questa ispirazione che trae forza quello che potremmo definire un altro caposaldo del magistero di don Giussani: il carattere essenzialmente generativo dell’esperienza umana. Solo l’esperienza suscita esperienze, ci rende cioè capaci di fare esperienza per nostro conto.

Ecco la libertà, ecco il legame strettissimo che sussiste tra educazione e libertà. Ed ecco il configurarsi dell’educazione come una relazione nella quale entrano in gioco ragioni che danno senso alla vita e alla libertà, non semplici circolari ministeriali con relativi protocolli da seguire.

Sulla scorta del magistero di San Giovanni Paolo II, il movimento di don Giussani assumerà il tema della famiglia, del lavoro, dell’educazione e della cultura come luoghi privilegiati d’esperienza cristiana, assimilando non a caso, grazie soprattutto a Rocco Buttiglione, anche il giudizio che Del Noce dava sulla realtà italiana e mondiale di quegli anni.

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