L’Oscar Farinetti della fede cattolica è volato in Cielo. Enzo Bianchi, monaco laico, fondatore della comunità di Bose, è morto a 83 anni all’ospedale delle Molinette di Torino per uno scompenso renale che lo ha portato a un coma metabolico.
Un monaco tra fede, buona tavola e amicizie vip
Non era solo un biblista autodidatta e un convinto fautore dell’ecumenismo, ma anche un discreto bon vivant. Un vero astigiano amante del buon vino e della buona tavola, ottimo cuoco per gli amici vip che lo andavano a trovare nel Biellese.
E come Farinetti, il fondatore di Eataly al quale è stato legato da una lunga e affettuosa amicizia, «padre» Bianchi è stato un infaticabile indoratore e affinatore di pietanze semplici e contadine. Un uomo capace di rendere le Sacre Scritture più levigate, meno sconvolgenti, meno «divisive» come si ama dire oggi.
La nascita della Comunità di Bose
Non è stato un caso se Enzo Bianchi è stato quasi più popolare e seguito tra i laici e i protestanti che non tra i cattolici. Nato nel Piemonte profondo da famiglia contadina, aveva studiato economia e commercio a Torino, ma poi ha preferito lo studio della Bibbia.
Nel 1965, a soli 22 anni, rileva una cascina sulla Serra di Ivrea, un posto magnifico. Nel giro di tre anni lo raggiungono alcuni aspiranti monaci, tra i quali una donna e un valdese. Poi pian piano si uniscono insegnanti, artigiani, operai e la comunità arriva a contare oltre ottanta persone.
La Diocesi non lo vede benissimo, più che altro perché a Bose c’è aria di ecumenismo «spinto». Poi il cardinal Giovanni Pellegrino, vescovo assai aperto di Torino dal 1965 al 1977, lo prende sotto la sua ala protettrice e consente alla comunità di operare senza problemi.
Il dialogo con le altre religioni e i personaggi noti
Bianchi partecipa al Concilio Vaticano II e ne riporta a Bose lo spirito, insistendo sempre più sull’ecumenismo. Da lui si recano monaci buddisti di ogni ordine e grado, capi delle varie Chiese ed è stato addirittura molto amico di Kirill, il patriarca della chiesa ortodossa russa che ha benedetto i carri armati di Putin diretti in Ucraina.
In privato, a Bose, sono saliti negli anni manager e vip di ogni tipo in cerca di consigli. Spesso con lo stesso approccio di chi andava a Torino dal sensitivo Rol. A Bianchi del resto piaceva frequentare anche nomi noti e diventarne amico.
Tra questi, Lucio Dalla, Vinicio Capossela, Umberto Galimberti, Massimo Cacciari, Massimo Recalcati e padre Antonio Spadaro.
La collaborazione con i media e la visione sulla bioetica
La sua capacità di togliere dal Vangelo ogni asperità e di contornare il messaggio cristiano di elegantissimi dubbi gli ha aperto le porte di collaborazioni prestigiose con giornali laici come la Stampa e la Repubblica. Ed è stato contemporaneamente membro della rivista di teologia Concilium e parte del comitato scientifico della Biennale Democrazia, un’iniziativa della Città di Torino.
Sui temi più scottanti, come quelli della bioetica, è sempre stato prudente, sapendo bene che il suo stato laicale non gli consentiva strappi con il magistero della Chiesa, anzi. Una volta, intervistato da Allonsanfàn Magazine (05/07/2021) si superò.
Gli chiesero subito che cosa pensasse dell’eutanasia e lui non rispose per un’ora. Poi, prima di congedarsi, gli ripeterono la domanda e allora scoprì le carte: «L’eutanasia, nella chiesa e nella tradizione cristiana non si approva. Ma io non la giudico, non la condanno e ho grande misericordia verso quelli che la praticano. Credo anzi che sarebbe giusto l’accompagnamento religioso durante le ultime fasi della vita anche per chi la sceglie».
Poi, aggiunse ancora una riflessione, sfuggendo al «sì» come al «no»: «Io penso che si debba far di tutto perché le persone che soffrono vivano, non si sentano sole, non si disperino. Ma se proprio il desiderio di vita non c’è più a causa del dolore, a causa del peso di una sofferenza che non riescono a portare, io posso solo usare compassione, comprensione, senza giudicare».
L’importanza dell’ascolto e il relativismo
Enzo Bianchi ha sempre predicato l’ascolto di tutti. In un articolo per l’Avvenire del 3 maggio 2017, riflettendo sull’esperienza di un suo grande maestro come padre Ernesto Balducci, osserva: «C’è un sano relativismo culturale che significa imparare la cultura degli altri senza misurarla sulla propria: questo atteggiamento è necessario in una relazione di alterità in cui si deve prendere il rischio di esporre la propria identità a ciò che non si è ancora».
Il problema del «sano» relativismo, specie se serve a far passare il messaggio cristiano, è nelle quantità. Se se ne mette troppo nella predicazione, si rischia di propinare un frullato incolore, inodore e dolciastro.
L’allontanamento da Bose e gli ultimi anni a Torino
Enzo Bianchi ha comunque condotto una bellissima vita, testimoniata anche dalla simpatia innata che sapeva comunicare e dalla prontezza di spirito. L’unica vera grande delusione gliela diede il «suo» papa Francesco, quando a seguito di due ispezioni decisamente severe lo costrinse a lasciare Bose, nel 2016. La motivazione ufficiale è che ci fossero problemi nell’esercizio del potere e dell’autorità da padre di fratello Enzo, ma è ovvio che ci fosse dell’altro, indicibile. Lui la prese malissimo e fondò una seconda comunità, più piccola e di nessun successo, a 20 chilometri da Bose.
Nel 2021 lascia il convento-riseria e si trasferisce a Torino. Lo si incontrava spesso sotto i portici di piazza Castello, seduto ai tavolini di Mulassano, o alla vicina Feltrinelli. Sorrideva, ma ormai parlava molto malvolentieri.
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