Prima di perdonare i killer islamici bisogna imparare a combatterli
Padre Jacques Hamel (Ansa)

Le chiamano le «sorelle di dolore». Una è Roseline, sorella di padre Jacques, sacerdote di 85 anni sgozzato da un terrorista islamico sull’altare della chiesa di Rouen. L’altra è Nassera, mamma del terrorista islamico che ha sgozzato padre Jacques sull’altare della chiesa di Rouen. Sono diventate amiche.

Hanno scritto un libro. Oggi saranno al Meeting di Rimini e incontreranno anche il Papa. Ieri si sono conquistate le prime pagine dei giornaloni che titolavano con entusiasmo sulle due donne che «hanno sconfitto l’odio» e «pregano lo stesso Dio». Operazione mediatica perfettamente riuscita. Ottimo. Ma siamo sicuri che è così che si sconfigge l’odio? E davvero il Dio del terrorista islamico è lo stesso di padre Jacques?

Sia chiaro: se due donne trafitte dalla sofferenza cercano conforto meritano solo rispetto. Anche perché di fronte al lutto ognuno è libero di reagire come meglio crede. Persino con il perdono accelerato: padre Jacques è stato ucciso il 26 luglio 2016, il 17 aprile 2017, meno di un anno dopo, la sorella dello sgozzato e la mamma dello sgozzatore già si incontravano. Dicono che «avevano bisogno del perdono», che senza quell’amicizia «non sarebbero riuscite a vivere». Ora s’incontrano «come sorelle libere che fanno cose che sentono», pregano l’una sulla tomba familiare dell’altra e hanno fatto pure insieme le madrine alla festa di san Giovanna d’Arco a Rouen. Non siamo proprio pulzelle, dicono, ma ci sentiamo «guerriere della riconciliazione». E anche se «guerriere della riconciliazione» fa sorridere, queste donne vanno solo abbracciate. Perché non si giudica chi s’è visto arrivare la tragedia in casa.

Ma quando l’amicizia tra la sorella della vittima e la mamma dell’assassino diventa una gigantesca operazione mediatica, quando si trasforma prima in un libro e poi nella vetrina di un appuntamento politico culturale come il Meeting, quando viene rilanciata a canali unificati sfruttando pure la presenza del Papa, beh, allora qualche riflessione diventa indispensabile. Non tanto sul rapporto fra le due donne, naturalmente, che come abbiamo detto non si discute. Quanto sul messaggio che, attraverso loro, si vuol far passare. Pensateci: ci hanno rintronato per anni con la storia dell’aggressore e dell’aggredito. Possibile dimenticare in un amen, sfruttando il dolore di due donne, che anche qui, anzi: qui più che mai, siamo di fronte ad aggressori e aggrediti? Padre Jacques aveva appena finito la messa dicendo «andate in pace in nome di Dio», Adel Kermiche, vestito di nero e militante dell’Isis, lo ha fatto inginocchiare sull’altare e lo ha sgozzato in nome di Allah. E non possiamo dire che Quello invocato da padre Jacques e quello invocato dal militante dell’Isis sono lo stesso Dio. Perché è una bestemmia. Anche se messa fra virgolette sulla prima pagina sulla Stampa.

Non è lo stesso Dio, non è la stessa fede. E non possono essere messe sullo stesso piano. C’è un aggressore che è l’islam radicale e terroristico. E c’è un aggredito che è l’Occidente cristiano. E quello di Rouen non è che un episodio di una guerra lunga anni, che incombe su di noi più minacciosa che mai. Una minaccia di fronte alla quale, purtroppo, obnubilati come siamo dall’overdose di accoglioni e multiculturalismo, continuiamo a chiudere gli occhi. Basta pensare a quello che è successo a Modena dove il sindaco, dopo un gesto chiaramente ispirato al terrorismo islamico, ha chiamato la piazza a raccolta contro l’islamofobia, come se il problema fosse l’islamofobia, non gli attentati. Basti pensare ai bambini delle nostre scuole portati in moschea a inginocchiarsi verso la Mecca in compagnia dell’imam, mentre alla Madonna di San Luca è vietato entrare in classe. Basti pensare al silenzio imbarazzato delle nostre femministe di fronte alla violenza quotidiana del patriarcato islamico, il più violento e dimenticato che ci sia. Potremmo continuare all’infinito. La minaccia è evidente, eppure non la vediamo. Facciamo finta di nulla. Non è la prima volta che l’islam tenta di invadere l’Europa, ma in passato ci siamo sempre difesi. Stavolta invece non ci siamo nemmeno accorti che dobbiamo combattere.

Perciò bisogna distinguere: se Roseline perdona cristianamente il terrorista islamico (morto) che ha ucciso suo fratello merita solo la nostra ammirazione. Ma non ci può essere nessun perdono e nessuna clemenza per i terroristi islamici (vivi) che invece ci continuano a minacciare la nostra società perché la odiano e le vogliono sottometterla. E purtroppo per «sconfiggere» quest’odio, con buona pace dei titolisti di Repubblica, non basta l’amicizia, per quanto nobile, tra due donne trafitte dal dolore. L’odio che covava nel cuore di Adel quando sgozzava padre Jacques, l’odio che viene seminato ancora nelle moschee dei Fratelli musulmani (vedere rapporto dei servizi segreti francesi), l’odio che serve per reclutare sul web centinaia di ragazzini immigrati che sono stati accolti ma non si sentono parte della nostra società, l’odio di chi non vuole l’integrazione ma l’imposizione delle regole della sharia anche in Europa, l’odio di chi si lancia con l’auto sul gay pride gridando Allah Akbar, ebbene: quell’odio lì lo si sconfigge solo se prima lo si guarda in faccia e lo si riconosce per quello che è. Dicono le due donne che la loro amicizia «le aiuta a vivere». E noi siamo felici. Ma siamo sicuri che costruire sui loro sentimenti una gigantesca operazione mediatica aiuti a vivere noi?

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