Rino Fisichella con la copertina del libro La forza della passione
Rino Fisichella con la copertina del libro La forza della passione, dedicato anche alla corrispondenza con Oriana Fallaci (Ansa)

«Passarono pochi giorni dall’intervista e subito arrivò la prima lettera di Oriana Fallaci». Ricorda con emozione il legame con la giornalista e scrittrice, monsignor Rino Fisichella: la Fallaci entrò nella sua vita, ci racconta, bussando alla porta quasi di nascosto ma con la determinazione che la caratterizzava. Il loro scambio di pensieri negli ultimi mesi di vita della scrittrice avviene per via epistolare, lettere che oggi a distanza di 20 anni assumono un significato ancora molto attuale.

La forza della passione è il titolo del suo libro che raccoglie numerose lettere inedite tra lei e Oriana Fallaci: qual è lo scritto che l’ha colpita di più tra quelli pubblicati?

«Non è una scelta facile. Devo dire che alcune lettere sono davvero toccanti e ancora adesso, lo confesso, quando leggo la lettera che mi scrisse in occasione della morte di mia mamma, ritrovo una grande tenerezza e umanità che spesso non vengono riconosciute a Oriana. Nonostante sembrasse una donna rigida e fredda, infatti, dietro a questa idea che il mondo si è fatto di lei, si celava molto altro. Ho reso pubblico l’epistolario proprio per questo: perché passati gli anni, 20 per l’esattezza, muoiono anche le grandi controversie e tensioni che hanno reso divisivi e spesso hanno strumentalizzato i suoi pensieri. Ed era il momento di far conoscere un altro aspetto importante, nascosto appunto, di questa donna, ovvero la sua umanità, ma anche la sua tenerezza, soprattutto in un momento di debolezza per lei e durante la malattia che l’ha portata via».

Oriana Fallaci ha sempre ripetuto ai cristiani di aver cura delle proprie radici. Cosa intendeva, secondo lei?

«La Fallaci aveva una visione culturale del cristianesimo, una concezione piena a 360° che spaziava dalla cultura, all’arte fino alla musica e che comprendeva tutto quello che la religione aveva realizzato nei secoli. Per lei, quindi, avere la consapevolezza della propria identità significava riconoscere il grande apporto che era stato dato da questo punto di vista al sorgere della nostra religione, così da poterlo custodire e non disperdere».

Qual era il suo rapporto con Oriana? Ha qualche ricordo soprattutto degli ultimi anni, quelli che ci raccontava della malattia?

«Se dovessi misurare il tempo che ho potuto dedicare al mio rapporto con lei potrebbe apparire esagerato parlare di grande amicizia, perché l’ho conosciuta soltanto nell’ultimo anno e mezzo della sua vita. Ma si è trattato di un legame breve, è vero, ma molto intenso. Oriana amava la vita e la difendeva sempre in ogni circostanza: ha affrontato la malattia e la morte come un leone. Sapeva di essere ancora giovane per morire e lo confessava, dicendo che avrebbe avuto ancora tante cose da fare e da scrivere».

Il lato umano di Oriana Fallaci

In queste lettere c’è un volto della Fallaci che non conosciamo?

«Certamente, come dicevo, c’è l’umanità di Oriana Fallaci. Quando l’ho conosciuta si trovava in una dimensione particolare di solitudine, era una donna sola. Ma era una condizione in cui lei stessa si era rinchiusa e questa solitudine emergeva in maniera forte e stridente. Gli ultimi scritti sono lucidi e molto polemici. Inevitabilmente nelle lettere emerge quindi una donna forte, nonostante la malattia, ma anche una donna sempre in ricerca di una risposta ai suoi interrogativi.

Ecco, perché a me piace ricordarmi di lei come di una donna alla continua ricerca. Oriana non è riuscita, forse, a fare in tempo ad abbandonarsi a Dio come ultimo passo: dal punto di vista storico era battezzata, con prima Comunione e Cresima, ma la fede si può perdere nel corso della vita. La donna che spera è comunque espressione della fede per un credente».

La Fallaci, oggi, di fronte alle immagini dell’esodo di immigrati verso l’Europa, penso a Ceuta, cosa avrebbe commentato?

«Avrebbe detto che aveva ragione e, aggiungo sorridendo, un po’ come sempre, ma ciò non vuol dire che lei ne avesse. Anche perché la situazione è molto complessa ed è una rivoluzione dei poveri in un mondo in ebollizione. Abbiamo già vissuto lo stesso esodo dall’Albania e, in quel caso, gli immigrati non erano musulmani. Quindi è a prescindere dalla religione».

Il pensiero che ricorre nei suoi ultimi scritti è quello dell’Eurabia, una sorta di islamizzazione dell’Occidente. Crede che ci sia un fondamento in questa paura della giornalista e scrittrice?

«Quella di Oriana Fallaci non era soltanto una paura, ma un’ossessione per l’islam e su questo avevamo, infatti, posizioni differenti. Io non vedo una estremizzazione perché l’islam è soltanto una parte del grande processo che è presente e, soprattutto, è in atto nel mondo: tale religione non deve essere considerata una minaccia. Lei continuava a ripetere, come tutti sappiamo, che il pericolo Eurabia era imminente e si trattava di un attentato alle radici dell’Italia, ma eravamo all’indomani dell’11 settembre.

Oggi l’integrazione è possibile ed è un bene quanto si riesce a metterla in atto. Siamo realisti, l’immigrazione ha dimensioni mondiali e non regionali e l’Occidente non è pronto ad accoglierla perché è in crisi di identità, quindi a prescindere: una crisi di fede e di valori. Di conseguenza, quando noi parliamo di integrazione ma allarghiamo lo sguardo, ci rendiamo conto che l’integrazione è impossibile per via della crisi che domina l’Europa. Il mondo islamico ha molti strumenti per intervenire nei nostri confronti, penso al potere economico e al petrolio dei Paesi arabi. Ma al di là di questo, è giunto il momento di riflettere sul perché non tutte le religioni siano uguali: Oriana Fallaci 40 anni fa aveva capito che il ruolo della donna, per esempio, marcava una differenza molto profonda tra le civiltà tanto da rendere il suo personaggio iconico nella lotta per la libertà femminile».

Chiesa, immigrazione e scuola

La Chiesa dal punto di vista dell’accoglienza è spesso accusata di essere troppo buonista: è così o c’è una sorta di disumanizzazione della società di oggi?

«La Chiesa ha il suo compito e il suo ruolo da svolgere, quante volte nel corso dei secoli ha fatto da supplenza dove non arrivava lo Stato? Ci pensi. L’importanza non sono i numeri ma le radici che devono essere difese. Il messaggio che viene anche da papa Leone, la cui enciclica dell’estate andrebbe letta e distribuita a tutti: qual è la dignità delle persone nell’epoca dei robot e dell’intelligenza artificiale? È su basi come quelle contenute nello scritto che bisognerebbe costruire il ragionamento. Sul fatto che la tecnologia dovrebbe essere al servizio dell’uomo, di tutti gli uomini e non un potere di pochi».

Tornando al tema immigrazione e regolamentazione del fenomeno, il governo ha proposto di mettere un tetto al numero di immigrati nelle classi scolastiche. Si rischia di creare studenti di serie A e serie B? Oppure quello di evitare classi composte in maggioranza da stranieri è proprio un modo per non ghettizzare gli immigrati?

«Il tema è strettamente politico. Quello che mi sento di ricordare a chi ci legge riguarda il significato della scuola, troppo spesso dimenticato. La scuola è un luogo di formazione per eccellenza e quindi, come segno dell’apertura e dell’inclusività, deve far conoscere il patrimonio culturale di un Paese. Si tratta della prima formazione che deve essere data a un bambino, cioè l’istituzione scolastica fornisce l’educazione basilare che non può essere sostituita da altre situazioni e crea le fondamenta di una società. Ma scuola non è il primo e unico luogo dove questo avviene: troppo spesso ci dimentichiamo che è la famiglia il nucleo dove si coltivano e crescono i valori e quindi sono due lavori che camminano l’uno a fianco all’altro».

Fallaci, guerre e democrazia

Sono passati pochi giorni dall’11 settembre. Gli Stati Uniti lo scorso febbraio hanno attaccato l’Iran: la storia si ripete, dopo l’Afghanistan e l’Iraq. Esportare la democrazia è ancora possibile?

«Nel mondo ci sono più di 50 guerre locali, la maggior parte delle quali prosegue nel silenzio ed è dimenticata dalle persone e dai media. Si tratta, come la definì papa Francesco, della terza guerra mondiale a frammenti che si sta consumando sotto i nostri occhi e in varie parti del mondo. La guerra non è mai né la prima né l’ultima risposta che dobbiamo dare. Non è una risposta. Non può essere niente di diverso dall’estremo atto, l’ultimo: perché la guerra non può mai essere risolutiva, ormai dovremmo saperlo».

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