È iniziato ieri mattina al Palazzo dell’Eliseo il quinto viaggio apostolico di Leone XIV, quattro giorni in Francia tra diplomazia, cultura e preghiera mariana. E davanti a Emmanuel Macron, alle autorità e al corpo diplomatico, ha pronunciato un discorso che a Parigi resterà agli atti. Non per qualche frase a effetto, ma perché ha messo sul tavolo, con garbo e senza giri di parole, il nodo che la République si porta dietro da oltre un secolo: che cosa sia davvero la laicità.
Il Papa parte da lontano. Ricorda Sant’Ireneo e il battesimo di Clodoveo, l’umanesimo cristiano, la Notre-Dame restituita al culto come «simbolo di una speranza ritrovata». Riconosce alla Francia il merito di aver portato al mondo «il riconoscimento dei diritti dell’uomo insiti nella natura della persona umana».
Questa precisazione non è di stile, ma di sostanza. Se i diritti nascono dalla natura umana, nessun parlamento li concede e nessuna maggioranza può revocarli. Lo stesso vale davanti alla tecnica: citando Georges Bernanos, Leone mette in guardia dal «Paradiso delle Macchine», dove l’obbedienza cieca prende il posto della responsabilità.
Aborto, eutanasia e maternità surrogata: l’affondo del Papa
Dalla macchina al mercato il passo è breve, e il Papa lo compie senza esitare: «A volte constato con preoccupazione le attuali derive delle società che rischiano di distorcere la scienza e la tecnologia trasformandole in imprese lucrative che favoriscono le manipolazioni genetiche, la maternità surrogata, l’acquisto di organi o l’offerta di una morte programmata».
Detto a pochi metri dall’uomo che ha voluto l’aborto nella Costituzione e ha spinto con decisione la legge sul suicidio assistito approvata lo scorso agosto, l’elenco non ha bisogno di note a margine. La «morte programmata» ha un indirizzo preciso.
Poco prima il Papa aveva ribadito «con forza che la tutela del diritto alla vita costituisce il fondamento imprescindibile di ogni altro diritto umano», e aveva chiesto di «imparare ad accogliere la vita senza condizioni», indicando l’esempio di san Vincenzo de’ Paoli e di chi ancora oggi, negli ospedali cattolici, accompagna i sofferenti fino all’ultimo millimetro del viaggio.
La «vera laicità» secondo Leone: la fede non è una minaccia
Poi il Papa rovescia la prospettiva, con una domanda che all’Eliseo non sarà passata inosservata: «Come non vedere in un simile impegno anche l’espressione della giusta laicità della città terrena?».
E prosegue: «Il cristiano coinvolto nella vita pubblica, che agisce alla luce della propria coscienza illuminata dalla fede, non può essere considerato un proselitista o una minaccia all’unità della patria. Infatti, la vera laicità non esclude la dimensione religiosa, ma sa al contrario trarne vantaggio come risorsa educativa».
Nella patria della laïcité, dove la neutralità dello Stato è spesso diventata diffidenza verso la fede, gli aggettivi scelti dal Papa in rapporto alla laicità non sono casuali: «vera», «giusta». Presuppongono che ne esista una falsa.
La laicità che Leone descrive non è l’equidistanza interessata, spesso ideologica, di uno Stato che si dice neutrale e intanto decide chi può parlare e chi deve tacere. È la condizione perché ciascuno possa «riconoscere il vero bene che fa crescere l’uomo secondo la sua vocazione primaria, nel rispetto incondizionato della sua libertà interiore e della sua sacra dignità».
Quando il bene comune è ancorato alla dignità scritta nella natura della persona, la fede non va rinchiusa nel sottoscala della cultura. Diventa un contributo. E il cattolico che in Parlamento vota contro l’eutanasia non tradisce la Repubblica: la serve, perché difende proprio quel fondamento su cui la Repubblica dice di poggiare.
Il Papa lo lega a una frase del gennaio scorso, al Corpo diplomatico: «Una società autenticamente libera non impone uniformità, ma protegge la diversità delle coscienze, prevenendo derive autoritarie». Una laïcité che pretende di ridurre al silenzio le coscienze credenti finisce per assomigliare a ciò che dice di combattere.
Armi nucleari e guerra: il richiamo del Papa alla pace
C’è poi la pace. Leone elogia la cooperazione tra Francia e Santa Sede al servizio dei cristiani d’Oriente, con oltre 260 istituti scolastici sostenuti in Medio Oriente, e da lì passa alla guerra.
Cita l’enciclica Pacem in terris di papa Giovanni XXIII per ricordare che quelle parole non sono passare di moda. «Si mettano al bando le armi nucleari; e si pervenga finalmente al disarmo integrato da controlli efficaci»; lo ribadisce davanti all’unica potenza nucleare dell’Unione europea per dire anche che «si sta diffondendo sempre più la convinzione, errata, che il possesso di armi nucleari costituisca una garanzia di sicurezza».
E ancora: «La pace non è un equilibrio di forze, ma si costruisce ogni giorno attraverso il dialogo e la giustizia». L’invito è a non considerare mai la guerra «inevitabile». Quindi, parla a Parigi perché Europa intenda, con un monito verso un continente che sempre più sembra rincorrere venti bellicosi.
«Di fronte ai rumori di guerra e alle crisi multiformi che scuotono il nostro mondo», ha detto Leone all’Eliseo, «la Francia ha la vocazione di rimanere un instancabile artefice della pace e del multilateralismo, in particolare all’interno della nostra cara Europa».
In chiusura Leone restituisce a Macron le sue stesse parole, pronunciate ai vescovi al Collège des Bernardins nel 2018: «Una Chiesa che pretenda di disinteressarsi delle questioni temporali non adempirebbe appieno alla propria vocazione; e un presidente della Repubblica che pretenda di disinteressarsi della Chiesa e dei cattolici verrebbe meno al proprio dovere». Il presidente le aveva dette. Il Papa gliele ha ricordate.
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