La liturgia non è un palcoscenico per la creatività umana, né una mera messinscena estetica: essa è l’incontro vivo con il mistero divino che rigenera la comunità degli uomini. È questo il messaggio chiave della catechesi del mercoledì di papa Leone XIV, che da qualche tempo è incentrata sulla Costituzione del Concilio Vaticano II Sacrosanctum Concilium, quella dedicata appunto alla liturgia.
Nel suo discorso di ieri, il Pontefice ha richiamato alcuni elementi cruciali per comprendere il senso del rinnovamento liturgico.
In primo luogo, papa Leone ha ribadito che la riforma liturgica conciliare si colloca saldamente «nel solco della tradizione vivente della Chiesa», poiché essa si adatta alle diverse epoche salvaguardando l’eredità divina e aggiornando le forme umane.
Leone XIV contro gli abusi della stagione postconciliare
In secondo luogo, il Papa ha contemporaneamente evidenziato che la sua retta comprensione impone di «rigettare gli abusi che si sono verificati nella stagione postconciliare, e che purtroppo talora ancor oggi si verificano, assolutizzando o mal comprendendo alcuni dei principi della riforma stessa».
Un richiamo in sintonia con quanto più volte ricordato da papa Benedetto XVI (e anche da papa Francesco nella lettera Desiderio desideravi). Papa Ratzinger poi, dando spazio al vetus ordo con il motu proprio Summorum Pontificum del 2007, aveva inteso arricchire la liturgia post conciliare di quel senso del sacro oscurato proprio dagli abusi.
Il Papa richiama i sacerdoti alla «nobile semplicità» nella liturgia
Una terza sottolineatura di ieri di papa Leone XIV chiama in causa direttamente i ministri di Dio, ricordando la «responsabilità precipua dei pastori, dei vescovi ma anche di ogni singolo sacerdote, nel custodire e promuovere una liturgia che, nel rispetto delle norme liturgiche, risplenda per nobile semplicità» affinché manifesti la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica.
Questa azione sacra, ha detto il Papa, si fa allora «fondamentale veicolo di evangelizzazione e strumento di grazia» attraverso il quale, come insegna il Concilio, apprendiamo a offrire noi stessi per essere perfezionati nell’unità con Dio e tra di noi.
Da Benedetto XVI a Leone XIV: il legame tra liturgia e vita
Si scorge così il nesso tra culto e vita quotidiana, una connessione che tocca proprio un tema carissimo a Joseph Ratzinger: la liturgia come asse portante del diritto e della morale.
Come scriveva allora il teologo e futuro Papa nel suo celebre libro Introduzione allo spirito della liturgia, «il diritto e la morale non stanno insieme se non sono ancorati nel centro liturgico». È l’adorazione a dare alla vita di ogni giorno la sua vera misura, lasciando trasparire la luce divina sulla terra.
I voti di Jasna Góra e la sfida del rinnovamento morale
Questo legame trova conferma nel saluto rivolto da papa Prevost ieri ai fedeli polacchi, in cui il Pontefice ha ricordato i «Voti di Jasna Góra della Nazione Polacca», scritti dal cardinale Stefan Wyszyńnski nel 1956 durante la prigionia.
Quel testo non era un semplice atto devozionale, bensì un concreto programma di rinnovamento morale e sociale. I polacchi promettevano fedeltà a Dio, difesa della vita e stabilità familiare, impegnandosi a combattere alcolismo e sperpero, e promuovendo il lavoro onesto in una nazione libera da odio e sfruttamento, dove i frutti del lavoro fossero condivisi per non lasciare nessuno in lacrime.
Settant’anni dopo quel voto, proclamato davanti alla poltrona vuota del Primate internato, papa Leone indica quel messaggio come mappa ancora valida per la giustizia e la fraternità. «Il programma di rinnovamento morale della società» contenuto in quei voti, «attraverso la tutela della vita umana, la cura del matrimonio e della famiglia e l’educazione dei bambini e dei giovani, continui a ispirare l’impegno per la giustizia e la fraternità», ha sottolineato il pontefice.
Così nella giornata di ieri culto e rinnovamento morale e sociale corrono sullo stesso binario. Come evidenziava papa Ratizinger, «solo se il rapporto con Dio è giusto anche tutte le altre relazioni dell’uomo – quelle degli uomini tra di loro e dell’uomo con le altre realtà create – possono funzionare». Da qui riparte la sfida di oggi: ritrovare nell’altare la vera sorgente della giustizia sociale.
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