Bertolaso fine vita
Guido Bertolaso (Ansa)

Per Guido Bertolaso è una questione «esclusivamente organizzativa». Per Fratelli d’Italia, invece, il suicidio assistito non può essere ridotto a un problema di procedure burocratiche, perché investe scelte etiche e politiche che spettano al legislatore.

È su questa linea di faglia che ieri, al Pirellone, è esploso lo scontro sul fine vita tra l’assessore lombardo al Welfare e Matteo Forte, consigliere regionale di Fdi. Un confronto duro, al termine del quale Bertolaso ha poi accusato un lieve malore da cui si è rapidamente ripreso.

Il caso Zuccarella riaccende il dibattito sul suicidio assistito

A innescare il dibattito è stata l’interrogazione di Forte sul caso di Domenico Zuccarella, 59 anni, malato di sclerosi multipla e morto il 25 agosto dopo aver avuto accesso al suicidio medicalmente assistito. Quello di Zuccarella è stato il primo caso in Lombardia nel quale l’intero percorso è stato gestito dal servizio sanitario regionale: non soltanto la verifica dei requisiti fissati dalla Corte costituzionale e la fornitura del farmaco, ma anche l’assistenza, gli strumenti e l’individuazione della struttura, con il decesso avvenuto in una struttura.

Il punto contestato da Fdi è proprio questo. Forte ha chiesto il ritiro delle linee guida predisposte dalla direzione generale Welfare, denunciando la vaghezza della loro natura giuridica: «Non si capisce bene neanche cosa siano», ha osservato, domandandosi se si tratti di una determina dell’assessorato, di un atto amministrativo o di altro.

Le linee guida della Lombardia contestate da Fratelli d’Italia

A suo giudizio, però, il problema è soprattutto politico. Il 19 novembre 2024, infatti, il Consiglio regionale approvò una pregiudiziale di costituzionalità sulla proposta di legge lombarda sul fine vita, stabilendo che la materia non fosse di competenza regionale. Per Forte, dunque, l’assessore avrebbe imboccato autonomamente una strada opposta a quella indicata dall’Aula.

Durante il suo intervento, l’esponente di Fdi ha richiamato anche l’intervista pubblicata dalla Verità all’ex pm di Torino Antonio Rinaudo, oggi presidente del comitato etico che in Piemonte valuta le richieste di accesso al suicidio assistito: una voce, insomma, difficilmente liquidabile come contraria in via pregiudiziale alla regolamentazione del fine vita.

Alla Verità, in particolare, Rinaudo aveva osservato che il protocollo lombardo prende sì le mosse dalle sentenze della Consulta, ma rischia di intervenire su materie riservate alla legislazione statale.

Aveva inoltre giudicato problematico fissare per via amministrativa termini procedurali, come i 145 giorni previsti per la gestione delle domande, e soprattutto aveva collegato il documento al voto del 2024: «Surrettiziamente i fautori della legge regionale hanno aggirato il “divieto” posto dal consiglio», aveva spiegato, parlando di un possibile conflitto istituzionale tra giunta e consiglio.

La conclusione era netta: il senso del protocollo è «incoerente rispetto al mandato politico» ed è lecito chiedersi se Bertolaso abbia «allargato un po’ troppo il suo campo d’azione».

Bertolaso: «Solo regole organizzative, decide il Parlamento»

L’assessore, tuttavia, ha respinto ogni accusa. La Lombardia, ha sostenuto, non avrebbe introdotto alcuna disciplina autonoma sul fine vita: quello resta compito del Parlamento. Le indicazioni servirebbero soltanto a evitare che ogni struttura sanitaria, davanti a una richiesta concreta, debba «inventarsi una procedura ad hoc».

Di qui tre obiettivi: «Uniformità di comportamento, certezza procedurale e tutela sia dei cittadini che degli operatori sanitari». Bertolaso ha poi ricordato che la partecipazione dei medici è volontaria e che il percorso comprende anche l’offerta delle cure palliative e la verifica delle alternative terapeutiche.

«Io non sono un politico, sono un tecnico», ha insistito a margine della seduta. Ed è proprio qui il cuore dello scontro. Per l’assessore, le linee guida non conterrebbero alcuna scelta politica, ma soltanto regole organizzative rese necessarie dalle pronunce della Corte costituzionale.

Per Fdi, invece, quando il servizio sanitario viene coinvolto concretamente fino alla fase esecutiva della morte medicalmente assistita, la questione non può essere confinata sul terreno burocratico.

Bertolaso ha rivendicato di essersi assunto personalmente la responsabilità della decisione e ha reagito con durezza alle tensioni degli ultimi giorni. «Stanco sì, ma non me ne frega niente. Io lavoro per il mio Paese», ha detto.

E sulle ipotesi di una sua rimozione, ha aggiunto: «Quanto ci mettono a togliermi di torno? Un minuto, se il presidente mi ritira la delega e fanno una mozione di sfiducia in consiglio».

Fdi, tuttavia, non chiede le dimissioni di Bertolaso. Forte lo ha precisato esplicitamente: il bersaglio sono le linee guida, che il partito vuole vedere ritirate, e la scelta di procedere per via amministrativa su una materia che considera di competenza statale.

La richiesta è di fermare le iniziative regionali, riaprire il confronto politico e concentrare gli sforzi su cure palliative, assistenza domiciliare e sostegno alle famiglie. In attesa che sia – ove lo ritenesse – il Parlamento, e non un assessorato regionale, a stabilire fin dove possa spingersi il servizio sanitario nel percorso verso il suicidio assistito.

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