Passa il suicidio assistito, centrodestra con la flebo. Accade nel Veneto bianco, prima Regione a guida conservatrice ad approvare la legge sul fine vita, a rimorchio di Emilia-Romagna, Toscana e Sardegna, tutte a trazione piddina.
È un giorno triste perché, al di là del merito del provvedimento definito dal grande sponsor Luca Zaia «una risposta doverosa», il dato politico è l’apertura di un crepaccio dentro la maggioranza, una spaccatura evidente e dolorosa proprio mentre il governo di Giorgia Meloni diventa il più longevo di sempre. È vero che davanti a temi etici vale il libero arbitrio, ma è ancor più vero che il segnale in arrivo da una delle Regioni custodi dei valori cattolici del centrodestra è straniante.
Il voto che spacca il centrodestra
Votare a braccetto col Pd, votare a ruota del pasdaran radicale Marco Cappato, votare senza alcun interesse per il messaggio subliminale sulla tenuta della coalizione come ha fatto parte della Lega (più qualche anima in libera uscita) significa lanciare nella galassia della politica un messaggio inquietante: Houston abbiamo un problema. Tutto ciò è accaduto in un pomeriggio d’inizio settembre, spiagge piene, teste in vacanza, tempistica ideale per i blitz. Il provvedimento, partito da un’iniziativa popolare «spontanea» dall’Associazione Luca Coscioni, è stato approvato con 32 voti favorevoli, 5 astenuti e 14 contrari (praticamente tutta Fdi, Forza Italia – due astenuti e un voto a favore -, Fn e tre leghisti). Definisce tecnicamente «procedure e tempi per l’assistenza sanitaria regionale al suicidio medicalmente assistito». Il pasticcio è compiuto.
Zaia e la spaccatura nella Lega
Se lo intesta orgogliosamente Zaia, l’ultimo doge, 15 anni da governatore, bandiera della Lega e in questo caso alleato granitico del centrosinistra. In un colpo solo ha picconato la maggioranza che lo ha sempre sostenuto, gli elettori che l’hanno votata (e non sono così contenti di vederla a pezzi) e pure la Lega che si è spaccata. Lo stesso governatore leghista Alberto Stefani ha lasciato ai suoi libertà di scelta. Un segnale indicativo sulle difficoltà di Matteo Salvini di compattare il partito, al di là delle sagre e dei violini di circostanza. Ma Zaia è oltre, da presidente del Consiglio regionale ha confezionato il delitto perfetto e ha fatto passare in secondo piano pure l’autonomia; in assemblea se ne parla oggi. «Con questa legge si approva sostanzialmente una procedura che sia rispondente alla gestione dell’eventuale paziente che ha l’ok da parte del Comitato bioetico regionale. È stato doveroso dare una risposta a quei pochissimi pazienti che si presentano».
Dal 2019 le domande sono state 31 e solo tre hanno avuto il via libera del Comitato. Pochissimi pazienti per un danno politico consistente. Il governatore leghista Stefani ha provato a edulcorare la polpetta avvelenata con una serie di emendamenti. «Nulla è più importante della dignità della vita umana, che va tutelata con tutti i mezzi necessari. Per questo ho lavorato alla stesura di una serie di emendamenti che modificano sostanzialmente il testo nel senso del favor vitae. Il mio obiettivo è semplice: assicurare a tutti i veneti la possibilità di accedere alle cure palliative, fare in modo che prima di ogni decisione siano chiari i pareri di professionisti ed esperti in bioetica, tutelare la volontarietà del medico che assiste». Politicamente un palliativo.
La reazione della Chiesa
La decisione non ha terremotato solo la maggioranza ma ha sollevato perplessità nella Chiesa, nel cuore di quel cattolicesimo veneto austero e profondo. Il patriarca di Venezia, Francesco Moraglia, ha commentato così l’exploit regionale: «Esprimo amarezza perché in tal modo si afferma un modello culturale e un modello di sanità che possono portare a una deriva difficilmente controllabile. La percezione della dignità della vita umana appare da oggi meno tutelata. Quanto alle motivazioni psicologiche, è evidente che di volta in volta le situazioni in cui sarà consentito intervenire con il suicidio assistito tenderanno a moltiplicarsi». Poi una sottolineatura sibillina (conoscendo la macchina sanitaria progressista): «L’auspicio è che l’obiezione di coscienza sia davvero garantita».
Anche Pro Vita e Famiglia fa muro e chiede che il governo impugni la legge. Il presidente Antonio Brandi: «Dal Veneto arriva un tradimento dei cittadini da parte di alcuni consiglieri di centrodestra, i cui elettori hanno scoperto di aver votato una maggioranza progressista e radicale. Chiediamo che il governo impugni la legge per incostituzionalità come ha fatto con quelle di Toscana e Sardegna. La Lega smentisce clamorosamente il proprio programma elettorale».
Mentre il «suicidio assistito» (leggi eutanasia) entra dalla porta principale in Veneto, a sinistra stappano champagne. Riccardo Magi (Più Europa) ne rappresenta il mood, strumentalizzando a tutta birra. «Il governo nazionale è più retrogrado dei territori che governa e la Lega di Salvini è più bigotta dei suoi elettori». Va detto che il vero vincitore è Marco Cappato, capace di rientrare dalla finestra dopo essere stato lasciato fuori dalla porta. Nel gennaio 2024 una proposta analoga era stata bocciata ma lui ha trovato scappatoie leguleie per ripresentarla. Cosa che da domani farà in tutte le altre Regioni, con il fattivo supporto di laici come Guido Bertolaso in Lombardia e con il risultato di ottenere l’eutanasia passando dalle periferie.
Tutto ciò avviene in assenza di una legge del parlamento, peraltro auspicata anche dalla Corte costituzionale che più volte ha sollecitato il legislatore, bacchettando le Regioni che si sono espresse su una materia «di evidente valenza nazionale». Dopo le spallate regionali, la Consulta ha smantellando di fatto l’impianto dei provvedimenti di Toscana e Sardegna per palese incostituzionalità. Risultato finale: un suicidio poco assistito del centrodestra per nulla. Bravi, un trionfo.
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