Senatore e presidente della commissione Industria, Commercio, Turismo, Agricoltura e Produzione agroalimentare
Carissimo Luca,
ho letto con attenzione le tue recenti riflessioni sul tema del fine vita. Conosco la sensibilità con cui affronti questa materia e so che le tue parole nascono dal desiderio di dare una risposta alle tante persone che vivono situazioni di estrema sofferenza. Proprio per questo ti scrivo, perché penso sia indispensabile un dialogo sincero tra rappresentanti politici e istituzioni. Le questioni etiche trascendono i credi politici, nascono dalla consapevolezza interiore di ciascuno di noi e, pertanto, credo che una materia simile debba esser discussa abbandonando qualsiasi personalismo, ma semplicemente affrontata con grande spirito di comprensione e forte empatia verso chi soffre, verso quelle famiglie che – pervase dal dolore – ogni giorno si chiedono quale sia la strada giusta da percorrere. Come sostenuto in passato da me e dai colleghi di Fratelli d’Italia, la politica in questo caso ha davvero il dovere di non limitarsi a rincorrere l’emergenza normativa, ma piuttosto il compito di approfondire e interrogarsi sul valore più profondo della vita umana. Ogni scelta legislativa in questo ambito è destinata a incidere sul rapporto tra lo Stato, la medicina e la dignità della persona, e richiede quindi una responsabilità oltre le appartenenze politiche. Sono convinto che la risposta non sia facile e che offrire un’unica via di fuga verso la morte medicalmente assistita sia una soluzione approssimativa. Vi sono diritti come quello all’assistenza, alla cura, alla vicinanza della comunità che ci ricordano l’importanza di accompagnare il paziente «nel morire». È qui che lo Stato può dimostrare la propria forza: investendo nelle cure palliative, nella terapia del dolore, nell’assistenza domiciliare, negli hospice e nel sostegno alle famiglie che affrontano il peso della malattia. Quante volte caro Luca, dai nostri anziani, dai nostri nonni abbiamo sentito dire: «Quando non servo più lasciatemi morire, quando sarò un peso lasciate che io vada», eppure anche nella sofferenza, nelle difficoltà dell’età quante cose abbiamo imparato e quanto continuiamo ad imparare. Lo stesso vale per chi affronta la malattia ogni giorno senza resa: sono storie di vita che ci ricordando che vi è dignità nel lottare per un giorno in più della nostra esistenza. In questo tempo si ha talvolta la sensazione che viga un rifiuto collettivo delle nostre fragilità, che la nostra società sia terrorizzata dalla sofferenza e temi profondamente il dolore. Non vorrei che tale tendenza aprisse la strada a quella cultura dello scarto, quell’idea che considera il più debole, il sofferente, il malato un peso di cui liberarsi più che una vita dal valore unico da trattare con cura. Il Parlamento è certamente chiamato a confrontarsi con le pronunce della Corte costituzionale e con il quadro giuridico esistente, ma ciò non significa rinunciare a un dibattito serio sulle implicazioni etiche e sociali delle scelte che saremo chiamati a compiere. Una legge non può limitarsi a disciplinare una procedura: deve anche indicare quale idea di società intendiamo costruire. Per questo ritengo che il confronto debba svilupparsi senza accelerazioni e senza etichette ideologiche, ascoltando il mondo scientifico, gli esperti di bioetica, giuristi e professionisti della sanità, le numerose associazioni dei pazienti, per raccogliere davvero tutte le sensibilità coinvolte. Ci tengo a sottolineare l’importanza di procedere unitariamente con una legge nazionale, incentrata sulle cure palliative, che uniformi la disciplina su tutto il territorio italiano e che non dia spazio ad interpretazioni e parcellizzazioni regionali che non fanno altro che confondere e illudere famiglie già sufficientemente provate; solo così potremo trovare un equilibrio che tenga insieme il rispetto della dignità della persona e la tutela del valore della vita, in uno Stato che si è sempre contraddistinto per essere dalla parte della vita e mai della morte.
Il suicidio, anche quello medicalmente assistito, non può esser raccontato come una vittoria perché resta pur sempre un profondo fallimento sociale. Dovere dello Stato è curare, alleviando fin dove possibile la sofferenza, non il sofferente. Confidando nella tua comprensione e collaborazione, sono a rinnovarti i miei più sinceri auguri di buon lavoro per il nostro Veneto.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >