La Società italiana di pediatria (Sip) e l’Associazione culturale pediatri (Acp) hanno proprio «toppato»: quel documento «guida pratica su varianza di genere, orientamenti sessuali e omogenitorialità per un ambulatorio pediatrico accogliente» non presenta nulla che si possa ascrivere a qualcosa di scientifico.
Una società scientifica del mondo medico non è un movimento di opinione o un laboratorio ideologico: è – o siamo costretti a dire dovrebbe essere – un’agenzia culturale professionale di alto livello che, dati alla mano, indica i percorsi migliori per la tutela della vita e della salute dei pazienti.
Leggendo e rileggendo quel documento, la sostanza che se ne trae è che abbonda di assiomi ideologici e di scienza poco o niente, forse qualche timida comparsa. Certamente con un articolo su un quotidiano è impossibile esporre una dettagliata analisi che confuta radicalmente quel documento, ma sarebbe sbagliato e dannoso lasciar cadere l’argomento. Lo dobbiamo al grande pubblico, fatto di genitori, nonni, figli e nipoti che in varia misura possono trovarsi coinvolti in problemi di «varianza di genere, orientamento sessuale»: una parola di onesta chiarezza scientifica, non-ideologica, si ha il dovere civile e morale di dirla. Soprattutto da parte dei medici, pediatri e non, di addetti ai lavori, che hanno l’enorme responsabilità di contenere al massimo fake news e assunti ideologici che, se da una parte screditano il valore della professione, dall’altro mettono in pericolo, oggi per domani, il benessere fisico, mentale e psicologico di soggetti giovanissimi.
Punto di partenza, imperativo categorico del mondo della prassi medica: tutti i pazienti hanno pari dignità, devono essere accolti, ascoltati, accuditi, aiutati, capiti e le differenze personali, familiari, sociali, culturali non hanno alcun valore in ordine all’assoluta pari dignità. A questo punto, negli ambulatori pediatrici non serve esporre la bandiera arcobaleno, adottare una modulistica neutra (*, schwa, parole monche della qualificazione maschile/femminile?), evitare frasi divisive come «Chi è il papà? Chi è la mamma?», parlare di «gestazione per altri» (oltretutto, reato universale in Italia), omogenitorialità, questioni di identità di genere in contrasto con l’identità sessuata, con input verso teorie affermative genderfluid per garantire uguaglianza di trattamento.
È certamente più semplice ed efficace – se proprio si vuole essere rigorosi – esporre un bel cartello con l’articolo 3 della Costituzione, quello dell’uguaglianza di tutti i cittadini, quello che – guarda caso – recita senza «differenza di sesso», non di «genere scelto o percepito».
Il bambino ha assoluto bisogno di sicurezza in ordine al proprio corpo, alla propria sessualità, alla propria identità, alla propria sfera affettiva: ogni indeterminazione, vaghezza, opinabilità vuol dire confusione, incertezza, fragilità di personalità e, ciò che è peggio, scelte sbagliate che possono condizionare tutta la vita. Correre dietro a un mainstream ideologico di identità fluide, instillando quanto meno il dubbio di essere nati in un corpo sbagliato è di una violenza antropologica inaudita. Nessuno, proprio nessuno nasce in un corpo sbagliato. Nei casi – per fortuna rarissimi – in cui è presente uno stato di non-allineamento, di incongruenza, fra corpo e psiche, è alla mente che va posta attenzione, non al corpo da modificare con ormoni e con tecniche di transizione sociale (a partire dalla carriera alias).
Purtroppo, non stiamo parlando di fantasie pessimistiche: è una realtà documentata che oggi il mondo intero sta facendo passi indietro rispetto alla teoria affermativa. Già nel 2013 il Dsmv riportava che il 98% dei bimbi «gender confused» e l’88% delle bimbe, dopo l’adolescenza, si conforma al sesso biologico. L’Autorità sanitaria finlandese Palko/Cohere, nelle Linee Guida sul tema, scrive: «Sono inconcludenti le prove a favore della transizione pediatrica […]. La riassegnazione ormonale non è sufficiente per migliorare il funzionamento sociale, né allevia le comorbilità psichiatriche». Sulla stessa linea il Nhs inglese, con dichiarazione ad hoc nel 2021. Si aggiunga che il 40/50% dei ragazzi cosiddetti «disforici» in età prepubere presenta una comorbidità di carattere psichiatrico: ansia, depressione, autolesionismo; il 6-20% disturbi dello spettro autistico, 8-11% Adhd, disturbo di deficit di attenzione coniperattività, disturbo borderline di personalità.
Tirando le somme, ci troviamo di fronte ad una condizione clinica enormemente complessa, una vera e propria sfida per la medicina, proprio di carattere olistico, cioè coinvolgente la persona nella sua globalità – somatica, mentale, psicologica, sociale, spirituale – che non solo non si risolve, ma neppure si allevia con frasi ad effetto del tipo «superare i propri stereotipi di genere», «linguaggio, verbale e non, inclusivo», «incoraggiare fin dalle prime settimane di vita la libertà di espressione, pluralità delle esperienze». Anzi, così facendo si corre il rischio di cristallizzare, bloccare, consolidare un disagio momentaneo, transeunte che – in realtà – si ha il dovere di traghettare, con enorme delicatezza umana e professionale, verso l’equilibrio corpo/mente che è la prima pietra di una vita felice.
Nessuno nega che ci siano casi molto complicati, carichi di aspetti dolorosi personali, familiari e sociali, ma la soluzione non è «normalizzare» il disturbo, magari ricorrendo a farmaci/ormoni, nell’illusione che così è tutto sotto controllo: l’esperienza spesso tragica dei «detransitioner» racconta proprio il contrario. Semmai, un altro aspetto è davvero inquietante: l’aumento esponenziale di soggetti giovanissimi che dichiarano di sentirsi «gender confused». In Italia si parla di un aumento del 315% nell’ultimo decennio.
Le cause sono certamente numerose, ma non va sottovalutata l’influenza dei social – pane quotidiano dei giovanissimi – che non solo diffondono vere e proprie menzogne, ma incentivano quelle spinte di omologazione fra pari che va sotto il nome di «contagio sociale», «mimesi tra pari», tanto più grave se è proprio il mondo medico a veicolare il messaggio della «identità di genere polimorfa e fluida». Far mancare il terreno sotto i piedi significa spalancare un abisso. Basterebbe chiederlo all’associazione Generazione D che ha mille storie dolorose di detransizione da raccontare. Se tutto è «normale», se il genere non è legato all’identità biologica, se i generi non sono più due – maschio e femmina – ma una lista indefinita da descrivere con acronimi Lgbtqi+ (plus: chi più ne ha, più ne metta) come possiamo affrontare il fenomeno visto negli ultimi Gat pride in Europa ma anche in Italia: giovani «therian», adolescenti che si considerano prigionieri di un corpo umano sbagliato, e si percepiscono gatti, volpi, lupi…? Dalla disforia di genere alla disforia di specie.
Dunque, un forte appello al buon senso in generale, e alla scienza vera in medicina. È l’intera classe medica che deve farsi sentire e prendere le distanze da «prodotti» del tipo «Oltre lo sguardo»: quel libretto va ritirato e la FNOMCeO, i ministero della Salute, l’Istituto superiore di sanità non devono tollerare che l’ideologia – qualunque ideologia – prenda il posto della scienza, con un’attenzione specialissima quando si tratta di persone giovanissime e fragilissime.

I medici: «Valutiamo di rivedere il contenuto del testo»
Non si placa la polemica: Pro Vita e la Terragni esigono la revoca e denunciano la mancanza di verifiche e basi concrete.
Un’apertura al dialogo o un mezzo passo indietro. Possono essere lette in più modi le parole che ieri, in un’intervista ad Avvenire, Rino Agostiniani, presidente della Sip (Società italiana di pediatria) ha speso su Oltre lo sguardo, la discussa guida «pratica su varianza di genere, orientamenti sessuali e omogenitorialità per un ambulatorio pediatrico accogliente» a cura della Sip, appunto, e dell’Associazione culturale pediatri (Acp).
Pubblicato lo scorso 15 giugno, il testo è stato subito attaccato da Pro Vita & Famiglia e la scorsa settimana è emerso un curioso dietrofront da parte dell’Istituto superiore di sanità (Iss), che ha negato che la guida – diversamente da come i siti dei pediatri dicevano, prima di cancellare l’evento dai loro portali – sarà presentata al trentottesimo Congresso dell’Associazione culturale pediatri, che il 5 e 6 novembre avrà luogo a Roma, presso lo stesso Iss. E veniamo così a ieri, con anche la Sip che ha fatto mezzo passo indietro.
«Se ci sono osservazioni fondate», ha dichiarato infatti ad Avvenire il presidente Agostiniani, «siamo pronti ad ascoltarle. La guida non è un testo intoccabile: chi vuole contribuire a migliorarla sarà il benvenuto». Parole che i critici di Oltre lo sguardo non hanno gradito. «Non è una buona notizia: è un’ammissione gravissima», ha infatti dichiarato in una nota Jacopo Coghe, portavoce di Pro Vita & Famiglia, secondo cui «se solo ora la Sip si dice disposta a rivederla, vuol dire che prima della pubblicazione quella verifica scientifica non è mai stata fatta».
Posto che per Coghe la guida è «inemendabile e va ritirata» – come chiedono anche oltre 37.000 sottoscrizioni di una petizione di Pro Vita -, egli fa notare che «lo Statuto della Sip, all’articolo 19, affida proprio questo compito a un Comitato scientifico, responsabile di «verificare e controllare la qualità delle attività svolte e della produzione tecnico-scientifica conformi alle best practice». Chiediamo formalmente ad Agostiniani: la Guida è stata sottoposta a questo vaglio prima della pubblicazione? Se sì, come ha potuto superarlo un documento che promuove la carriera alias a tre anni, come racconta il caso riportato nel testo?».
Sul dibattito – prima con comunicato e poi con una intervista su Tivù Verità al vicedirettore della Verità, Francesco Borgonovo – è intervenuto poi il Garante per l’Infanzia, Marina Terragni. In risposta anche ad una coautrice del testo, Chiara Centenari, responsabile Gruppo di studio diritti dei bambini della Sip, secondo cui «quelli contro la guida sono facilmente strumentalizzabili a livello ideologico», Terragni ha detto: «Per me questa guida ha suscitato troppe poche polemiche. È una specie di macedonia – si parla di bambini con disforia di genere, di coppie omogenitoriali, di utero in affitto chiamato gestazione di sostegno, di intersex, di omosessualità – e non tiene conto dell’enorme e del vivacissimo dibattito che c’è in tutto il mondo occidentale, a cominciare dai Paesi della terapia affermativa sui minorenni. È sorprendente anche perché non si fa riferimento a studi, non ci sono delle basi scientifiche».
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