fine vita legge
Il Presidente del Senato Ignazio La Russa (Ansa)

In questi giorni sta girando una dichiarazione del presidente del Senato, Ignazio La Russa, che suona così: «Io ritengo che una norma sul fine vita sia essenziale, non foss’altro perché è eticamente giusta se entro i canoni di un’accettabilità. Sta avvenendo, come l’Emilia-Romagna dimostra, che potremmo avere leggi di fine vita a macchia di leopardo e questo sarebbe peggio dell’assenza di una legge di fine vita…. Spero che maggioranza e opposizione capiscano che sia necessario tagliare le posizioni più radicali e trovino un’intesa che gli italiani aspettano».

Alla luce di affermazioni di questo tipo, con il «carico da 90» del fatto che provengono dalla seconda carica dello Stato, è necessario fare un po’ di chiarezza.

Come sempre, la confusione non fa mai bene, in particolare quando si tratta di affrontare argomenti di enorme impatto culturale e sociale come la legalizzazione del suicidio assistito. Cominciamo dalle due ultime sentenze della Corte costituzionale, entrambe pubblicate il 24 luglio scorso: sentenza 148/26 e sentenza 152/26.

La prima riguarda la legge di Regione Sardegna, che disciplina procedure e tempi dell’assistenza sanitaria regionale al suicidio medicalmente assistito (Sma). Con la sentenza 148/26, la Corte ha riconosciuto la legittimità della Regione ad intervenire sui profili tecnici organizzativi sanitari, escludendo al contempo che si possa intervenire sui requisiti «sostanziali» di accesso al Sma o sui principi fondamentali dell’istituto giuridico, che restano strettamente riservati al Parlamento (potere legislativo).

Chiarendo che è incostituzionale l’articolo che prevedeva di ammettere alle prestazioni di suicidio assistito «le persone in possesso dei requisiti indicati dalla giurisprudenza della Corte costituzionale» (sentenza 242/19).

La motivazione è che non è consentito a una legge regionale stabilire regole sostanziali di accesso alla Sma, neppure «pescando» o appropriandosi di quanto stabilito dalla Corte con la sentenza 242/19 e/o sentenza 135/2024.

La Consulta ha precisato che queste due sentenze hanno innovato l’ordinamento civile e penale, ma non hanno valore di legge, competenza esclusiva del Parlamento. Oltre a ciò, la Corte ha bocciato i limiti temporali, giudicandoli troppo stringenti, per giungere all’esecuzione materiale dell’atto suicidarlo assistito.

Manca il tempo necessario per un accertamento medico accurato, sia sul piano clinico sia su quello della certa e reale volontà del paziente, che deve essere comprovata al di là di ogni ragionevole dubbio.

La seconda sentenza, la 152/26, respinge la proposta di annullare il requisito che il paziente che fa richiesta si trovi sottoposto a «trattamenti di sostegno vitale», ribadendo un giudizio già espresso in precedenti sentenze (135/24 e 66/25) e cioè che non esiste un «diritto a morire», ma solo l’abolizione del divieto al suicidio assistito per chi già può legalmente lasciarsi morire rifiutando i trattamenti di sostegno vitale, secondo il dettato della legge 219/2017.

Dunque, resta indispensabile il requisito della dipendenza da trattamenti di sostegno vitale, come indicato dalla sentenza 242/19. Ai non addetti ai lavori, potrebbe sembrare una questione da «azzeccagarbugli», ma non è così: il mondo radicale, sottobraccio a larga parte del mondo della sinistra parlamentare, sta richiedendo un allargamento delle condizioni per accedere al suicidio assistito in perfetta coerenza alla cultura della morte e dello scarto che con forza contrastiamo e condanniamo.

Come più volte detto – ma vale sempre la pena ripeterlo – parlando di «diritto», questo è alla cura, sempre, fino alla morte naturale, mentre il «diritto» al suicidio è un assurdo in termini culturali, antropologici e umani. Ciò detto, nel nostro Paese, sono già 16 i cittadini che hanno chiesto e ottenuto il suicidio assistito.

Che cosa significa questo? Significa che (purtroppo) i «fautori» del diritto al suicidio assistito possono mettersi il cuore in pace: chi vuole morire con l’aiuto dello Stato già lo può fare. Non c’è bisogno di una legge: dobbiamo dirlo a chiare lettere, non c’è bisogno di una legge! Anzi, una legge non farebbe altro che aumentare il danno perché introdurrebbe, di fatto, nel nostro ordinamento il concetto che il suicidio è un «bene», al punto tale che va tutelato dalla legge.

La giurisprudenza costituzionale c’è alle condizioni già espresse e chiunque ne vuole usufruire lo può fare già oggi rivolgendosi a qualsiasi azienda sanitaria e tribunale locale di competenza. Senza dimenticare quanto ci insegna ciò che sta accadendo in tutti – ma proprio tutti – gli Stati che hanno già legalizzato suicidio assistito ed eutanasia: in pochi anni il numero di morti è aumento in modo drammatico, allargando a dismisura le condizioni per accedervi.

Si è partiti dai malati in condizioni terminali e oggi si è arrivati alle persone depresse e stanche di vivere, perfettamente in salute. Come disse, con cinismo, il fondatore di un centro per l’eutanasia in Olanda: «Quando l’eutanasia è sul menu, la gente la ordina e le richieste aumentano».

Ma, purtroppo, non finisce qui. Un altro danno, nel medio termine, è che si sta passando dal «diritto» alla morte assistita al «dovere» di «togliersi di mezzo», quando le condizioni di salute sono molto pesanti non solo per il malato, ma anche per la società: costi assistenziali, spese per strutture dedicate, personale, pensioni da pagare… Tutte risorse sottratte alla società per mantenere in vita chi è solo un peso inutile, passivo, improduttivo. Mentre risuona, dietro le spalle di questa povera umanità dello scarto, la seducente voce di chi auspica il «razionale impiego delle risorse».

A proposito del «fine vita a macchia di leopardo», diciamolo chiaramente, è un refrain debolissimo sul piano culturale e pratico: come abbiamo già dimostrato, le Regioni non possono legiferare, i tribunali hanno già in mano le sentenze della Corte che indicano gli spazi entro i quali muoversi, gli aspetti organizzativi possono essere definiti da ogni Regione e, prova ne sia, già ci sono cittadini italiani che hanno usufruito del suicidio assistito. Se risulta che siamo troppo affezionati alla dicitura «macchia di leopardo» per rinunciarvi, allora usiamola applicandola alle cure palliative, vera criticità «a macchia di leopardo» nel nostro Paese.

Il «diritto alla cura» – questo sì «diritto fondamentale» riconosciuto e garantito dalla nostra Costituzione (mi si permetta un inciso: in tutta la Costituzione, l’unico punto in cui viene utilizzata l’espressione «diritto fondamentale» è in riferimento alla salute, che è esattamente il contrario della morte e difficilmente declinabile con il concetto di suicidio assistito) – è gravemente disatteso vista la stridente disuguaglianza fra Regione e Regione dei servizi di medicina palliativa.

Ancora una volta, vale la pena di ripeterlo: si dia attuazione concreta alla legge 38/2010 con congrui finanziamenti e solo dopo, se ci sarà necessità, parleremo di «fine vita» in termini di morte provocata. Non si tratta solo di una questione religiosa: lo può, anzi lo deve essere per un cattolico, soprattutto se investito della responsabilità di sedere in Parlamento e votare le leggi, ma non di meno è una questione di umanesimo, di cultura della civiltà che ha al centro la persona e la sua inalienabile dignità. È profondamente incivile legalizzare l’uccisione del sofferente per eliminare la sofferenza.

La persona debole, fragile, provata dal dolore, spesso senza speranza, con il buio davanti agli occhi va accompagnata giorno dopo giorno, fino all’ultimo giorno, con tutti i presidi medici e umani che abbiamo a disposizione. Nessuno vuole morire e se lo richiede è perché la disperazione occupa cuore e mente tracciando la via verso il suicidio: ucciderlo è disumano e lo è ancor più se anestetizziamo la coscienza con l’alibi della «libera scelta».

Quanto, poi, al mantra che «gli italiani lo chiedono», evitiamo fantasie ideologiche: ciò che gli italiani chiedono è di essere curati bene, in tempi brevi, con strutture idonee, con servizi territoriali efficienti, evitando liste d’attesa improponibili. Chiedono di essere curati, non di essere uccisi con il beneplacito della legge.

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