«Mi sento semplicemente usata, non hanno avuto il figlio perfetto che volevano e mi hanno scaricata». È un grido di dolore che dovrebbe scandalizzare le femministe di tutto il mondo, quello d’una madre dell’Ontario, colpevole (si fa per dire) di non aver dato alla luce il «figlio perfetto» che una coppia gay le aveva commissionato ricorrendo alla pratica dell’utero in affitto; e che proprio per questo è stata perfino denunciata.
Ma facciamo un passo indietro, per inquadrare meglio la vicenda. Che ha avuto inizio qualche anno fa, quando la donna, single e agente penitenziaria residente nella regione di Muskoka, aveva deciso di diventare mamma surrogata e di rendere pubblica la sua disponibilità sul sito Web di Surrogacy in Canada online, agenzia attiva nel mercato dal 2001. Poco dopo aver pubblicato il suo annuncio, la donna è stata raggiunta dalle richieste di decine di famiglie interessate, alcune delle quali le hanno persino mandato dei fiori. Alla fine lei ha optato per una coppia omosessuale e si è sottoposta a fecondazione in vitro utilizzando embrioni provenienti da un ovulo di donatrice e lo sperma di entrambi. Tutto pareva promettere al meglio, ma le cose hanno iniziato ad incrinarsi nel giugno del 2024, quando alla ventiduesima settimana di gestazione un’ecografia di controllo aveva rivelato che il nascituro presentava labbro leporino, un possibile palato fessurato e un lieve difetto cardiaco. Di fronte a tale diagnosi, appellandosi a una clausola dell’accordo contrattuale stipulato, i «genitori intenzionali» avevano inviato una lettera formale alla gestante intimandole di abortire.
La donna, che all’epoca si trovava nella Repubblica Dominicana, aveva risposto picche, sottolineando di non essere disposta ad abortire, per di più in una fase avanzata della gravidanza, davanti a quello che considerava un problema prevalentemente estetico. Il che effettivamente era, come prova il fatto che, dopo ulteriori accertamenti, i medici del Mount Sinai hospital di Toronto hanno confermato che il bambino era complessivamente sano e che il labbro leporino era l’unica criticità. A quel punto, secondo la ricostruzione della vicenda fatta da Tom Blackwell sul National Post, i due uomini hanno acconsentito al proseguimento della gravidanza. All’approssimarsi della nascita i problemi sono ricominciati, con i «genitori intenzionali» che volevano un ricovero ospedaliero mentre la donna, come da accordi originali, spingeva per un parto in casa assistito da ostetriche.
Alla fine, una volta venuto alla luce, il neonato è stato preso in carico dai due uomini, che hanno troncato ogni rapporto con la donna rifiutandosi pure di rimborsarle circa 10.000 dollari di spese documentate. Non solo. A maggio, anche se la notizia è filtrata sui media solo in questi giorni, la coppia ha intrapreso una causa civile da circa 600.000 dollari contro la donna, accusandola di negligenza e di non aver rispettato i patti contrattuali. Nello specifico, la madre avrebbe adottato comportamenti rischiosi per la sicurezza del bambino, che oggi ha oltre due anni, senza informarli bene sulle sue condizioni di salute. Tra le accuse figurano la violazione della privacy e il grave disagio emotivo causato, che avrebbe impedito a uno dei due uomini di lavorare per oltre un anno.
«Sorge spontanea la domanda se sia nel migliore interesse del bambino essere cresciuto da queste persone», ha detto, ripresa dal New York Post, Juliet Guichon, docente di bioetica all’Università di Calgary. In effetti è un dubbio che viene. Ma oltre al dubbio c’è anche una certezza: vicende così drammatiche mettono finalmente e compiutamente a nudo la natura autentica della maternità surrogata. Che alla fin fine è un contratto con clausole, penali e possibili ripercussioni giudiziarie dietro l’angolo. Alla faccia di chi prova a ridurre tutto, romanticamente, al «desiderio di diventare genitori» o ancora parla d’una pratica «solidale» che, di fatto, non esiste.
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