Ora si fanno male da soli: liberate i bimbi del bosco

Ma cos’altro deve accadere perché la vicenda della Famiglia del bosco si chiuda definitivamente? Ci rendiamo conto che siamo quasi a Ferragosto e quel che doveva apparire come un fatto di cronaca da chiudersi in breve tempo si è trasformato in «un grandissimo scandalo», per usare una espressione della scrittrice Susanna Tamaro?

Ne abbiamo sentite di tutti i colori: troppa pressione mediatica sul tribunale e sulle persone che stavano decidendo sulla questione, poi le telecamere si sono poco alla volta allontanate dal racconto quotidiano ma non è successo nulla; allora a quel punto il problema è diventato politico per le dichiarazioni di alcuni esponenti di governo e della maggioranza (e, quindi, dell’opposizione), ma anche lì, messa la sordina, la famiglia non si è unita nuovamente.

L’allarme: atti di autolesionismo e disagio profondo

Adesso cos’altro dobbiamo aspettare? Che passi Ferragosto e poi settembre e magari pure il prossimo Natale? Boh. Nel frattempo sta accadendo qualcosa che, nel nostro piccolo, riteniamo intollerabile. Ieri Il Messaggero ha raccontato che uno dei tre figli di Catherine Birmingham e Nathan Trevallion manifesterebbe comportamenti autolesionistici ripetuti: morsi alle mani, reiterati fino a procurarsi piccole ferite. Un comportamento – sempre secondo il racconto del giornale romano – che gli esperti non considerano una semplice fase o una manifestazione occasionale di disagio, ma il segnale di qualcosa di più profondo e potenzialmente traumatico.

Sono nove mesi che i tre bambini sono stati tolti ai genitori e inseriti come «ospiti» di una struttura protetta di Vasto. E questo tempo è sufficiente per rieducare dei bambini e riallinearli a nuovi standard che – come dicevamo all’inizio della vicenda – assomigliano a una rieducazione di Stato.

Il rischio psicologico e le perizie degli esperti

Gli atti di autolesionismo raccontati dal Messaggero non sarebbero comunque atteggiamenti emersi all’improvviso. Già mesi fa una relazione dettagliata era stata trasmessa al Tribunale per i minorenni dell’Aquila dai consulenti di parte, lo psichiatra Tonino Cantelmi e la psicologa Martina Aiello.

Il documento, definito «corposo» e corredato di materiale fotografico e video, evidenziava segnali ritenuti compatibili con una condizione di sofferenza psicologica significativa. Secondo gli specialisti, questi comportamenti potrebbero rappresentare una modalità attraverso cui «il minore tenta di esprimere un disagio che non riesce o non riesce ancora a verbalizzare».

Sempre per gli esperti, tali manifestazioni indicherebbero che l’esperienza della separazione dal contesto familiare di origine non rappresenta per i bambini un rischio meramente potenziale, ma ha già prodotto un impatto significativo e lesivo sul loro equilibrio psicologico.

Infine, una relazione della neuropsichiatria infantile, depositata dopo l’audizione protetta del 7 luglio, aveva già segnalato il rischio che un’ulteriore permanenza in casa famiglia potesse comportare lo sviluppo di una sindrome da stress post-traumatico, raccomandando un rientro immediato.

In precedenza, i tre bambini erano stati descritti come sereni nell’incontro con i genitori ma con reazioni emotive disomogenee – uno dei tre è risultato meno comunicativo durante le audizioni. A questo aggiungiamo che in questi mesi i fratellini si stanno preparando anche sul piano scolastico, con esami di idoneità sostenuti a fine giugno per l’inserimento in seconda e quarta elementare, dopo anni di educazione parentale in famiglia.

La dura presa di posizione di Susanna Tamaro

«I bambini Trevallion e i loro genitori saranno inutilmente sequestrati dallo Stato almeno per ancora cinque mesi, portando così a compimento la devastazione del nucleo familiare. Ci vogliono davvero cinque mesi per capire se due persone sono squilibrate? E se il risultato fosse che non lo sono, in che modo la società lo risarcirà?».

Così si espresse la scrittrice Susanna Tamaro all’inizio dell’anno e il suo giudizio non solo non si è modificato ma si è pure irrobustito tanto da far sapere, pochi giorni fa, che «I miei valori di vita non sono molto diversi dai loro. Anch’io vivo in una casa in un bosco, anch’io sto fuori dal mondo e sono un’anima inquieta, sempre tesa alla ricerca della luce del Bene».

Nel suo giudizio, la Tamaro era pure arrivata a sostenere, in bilico tra la provocazione e il serio, che a Catherine si dovrebbero affidare corsi di genitorialità, riaprendo il dibattito su cosa determini, oggi, l’idoneità di un genitore. Catherine, un libro su come vede il mondo, lo ha scritto anche lei, per i tipi della Solferino, cioè del gruppo Rcs e non di un club di fanatici o di trogloditi o di terrapiattisti.

Un caso politico e uno scandalo che non va in ferie

La vicenda della Famiglia del bosco di Palmoli resta una questione sociale e, quindi, politica in primis e solo poi di carattere giudiziario; ebbene, questo caso – ingiustamente entrato nelle pieghe della campagna referendaria – sta costituendo un «esperimento» circa il perimetro di «dove e come» le articolazioni dello Stato possono arrivare, se sottrarre figli e riallinearli secondo un modello preferito.

Mi domando: cos’altro deve accadere? Agosto è il tempo delle ferie, momento in cui le famiglie possono stare assieme alleggeriti dagli impegni del lavoro. Invece per Catherine e Nathan siamo ancora alla situazione di attesa.

Dunque aveva ragione Susanna Tamaro quando sosteneva, nell’intervista del gennaio 2026, che «gli psichiatri sono assurti, loro malgrado, a sacerdoti del postmoderno. La loro parola sancisce ciò che è accettabile da ciò che non lo è, bruciando più di duemila anni di storia, in cui l’accettabile e il non accettabile era contenuto nel Decalogo».

Sì, siamo di fronte a «un grandissimo scandalo». Che non va in ferie.

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