Fine vita, la dolce morte è falsa compassione: un Paese civile cura la sofferenza
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Non possiamo che essere soddisfatti. La nostra manifestazione di Verona, di forte contrasto alle derive legislative regionali a favore del suicidio medicalmente assistito, ha contribuito almeno in parte alla scelta del governo di impugnare la recente legge della Regione Veneto, come già fatto con Toscana, Emilia-Romagna e Sardegna.

Come era facilmente prevedibile si è subito levata la voce degli amministratori veneti (che hanno votato a favore della legge) e di chi fa da «sponsor» alla cultura dell’autodeterminazione assoluta, spinta fino a legalizzare il suicidio.

Nessuna meraviglia e nessun bavaglio: è il naturale confronto democratico fra opinioni diverse. Ciò che lascia molto perplessi è la materia del contendere. Il suicidio esiste da sempre, persone che si sono suicidate occupano tutti gli anni, mesi e giorni della storia umana; la novità drammatica, che contrassegna il nostro tempo, non è la presa d’atto del fenomeno, ma piuttosto la deriva culturale che sta presentando di fatto il suicidio come una «scelta» buona, che la società ha il dovere di garantire.

Se fino a ieri, per così dire, di fronte a una persona che vuole suicidarsi la reazione immediata e naturale di chiunque era di mettere in atto ogni tentativo per scongiurare il tragico evento, l’«insano proposito» come si usava dire, oggi non solo non è più così, ma addirittura se ne prende atto e ci si organizza per portare a compimento questo atto disperato.

Perché il suicidio assistito è falsa compassione

Insomma, se non ce la fai a buttarti sotto il treno, la spinta te la do io… Siamo sì o no sul palcoscenico dell’assurdo, dell’anti umanesimo culturale e sociale, della follia che ha perso ogni senso del limite.

E non ci vengano a raccontare la storiella della «libera scelta consapevole»: quando un essere umano cerca la morte è perché si trova di fronte a una condizione di sofferenza, di disperazione, di abbandono, di solitudine che sta vivendo come irreversibili e irreparabili, fino a cancellare la vita. Non è una «scelta» estrema, ma una «disperazione» estrema.

Che fare? Che cosa deve fare una società che pretende di essere davvero civile? Allestire procedure di «falsa compassione» (sono parole di papa Leone XIV) per dare la morte, oppure affrontare, condividere, rimuovere le cause che stanno portando al suicidio? Gli strumenti ci sono e, sia ben chiaro, al di là degli slogan ideologici che ci vengono propinati ogni giorno, sono efficaci e a portata di mano, se ciò che sta davvero a cuore è la «cura del sofferente».

Terapia del dolore, psicoterapia di sostegno, sedazione di sintomi refrattari, aiuto sociale, caregiver, conforto spirituale: c’è tutto nelle «cure palliative». Ma bisogna volerle e, soprattutto, fare in modo che tutti, proprio tutti, dalle Alpi alla Sicilia, ne possano usufruire. Non è lo scenario odierno, con lacune sanitarie di medicina palliativa indegne per un Paese civile.

La reale necessità di chi soffre

Purtroppo non è tutto. Osservando quanto sta accadendo proprio in questi giorni, dopo la doverosa impugnazione, stiamo assistendo a una campagna di accaparramento di voti in previsione delle prossime elezioni che sta oscurando il nodo vero della questione: è civile, ha senso legalizzare quel buco nero dell’umano che si chiama suicidio? Continua a risuonare il mantra de «il Paese ne ha bisogno, la gente ce lo chiede».

Davvero si può credere che gli italiani abbiano bisogno di una legge che spalanchi le porte al suicidio assistito? Non sarà, al contrario, che si sente un forte bisogno di essere curati, seguiti con competenza e generosità, soprattutto nei momenti difficili della vita? Proprio quando maggiormente si vive la sensazione della solitudine e dell’abbandono.

L’errore nel volere una legge sul suicidio assistito

Aver fatto della campagna a favore della legge sul suicidio assistito una bandiera politica per la compravendita di voti è ignobile, per credenti ed agnostici. Per credenti: si dia conto di una sola riga in cui il Cristianesimo – dalla Rivelazione al discorso di Lourdes di papa Leone -dichiari moralmente lecita la soppressione della vita. Per agnostici: tutte le corde dell’umano e del buon senso si ribellano alla sola idea che si «deve aiutare al suicidio».

Senza mai dimenticare che tutto sta accadendo alle spalle dei nostri concittadini più deboli e fragili che chiedono cura e assistenza. E se chiedono di «farla finita» è solo perché non abbiamo saputo (o voluto?) dare loro l’umanità di cui hanno disperatamente bisogno nel momento della sofferenza.

La compassione, virtù nobilissima, è incompatibile con il provocare la morte. Ci aspettano mesi complicati, in cui l’ideologia disumana della morte assistita brandirà ogni arma e sventolerà ogni bandiera per farci credere che libertà è fare quello che si vuole, anche della propria vita; noi preferiamo stare sempre dalla parte dei più deboli, dei malati e delle persone di buona volontà che si adoperano per curare, proteggere, aiutare chi soffre. Il dolore non si cura con la morte, ma con la vita di chi sta accanto.

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