E così il lupo di Gubbio ammansì San Francesco. Il fioretto all’incontrario l’ha raccontato ieri su Repubblica Massimo Recalcati, psicanalista à la page, che piace alla gente che piace. Recalcati ha spiegato, o meglio piegato, la morale della storia: c’era una volta un lupo, ed era un lupo buono.
Piuttosto erano gli abitanti di Gubbio a essere cattivi perché spinti dalla «pulsione securitaria». Giuro che ha scritto proprio così: pulsione securitaria. In poche parole a Gubbio, nel Medioevo, c’era già un covo di vannacciani, il famoso Futuro Medioevale, che chiedevano la remigrazione delle bestie feroci.
Persone cattive, insomma, di quelle che (testuale) «chiudono le porte», «alzano gli steccati», si fanno «irretire dalla paura» e non capiscono che quando arriva un lupo feroce bisogna accoglierlo in casa. Qui lo smarrimento dello psicanalista è palpabile. Possibile che, a quei tempi, non avessero ancora inventato una Ong? Un Casarini? Un cardinal Zuppi? O per lo meno un permesso di soggiorno per ragioni lupo-umanitarie?
Per fortuna oggi c’è Recalcati a mettere a posto le cose e a trovare (ancora testuale) l’«alternativa alla segregazione e al distanziamento securitario». E qual è questa alternativa? Ovvio: San Francesco in versione boldriniana che riconosce «la fame del lupo come causa della sua violenza».
Dunque contrordine, fraticelli: il lupo di Gubbio non era affatto feroce, uccideva sì ma solo per dar seguito al suo «bisogno vitale non soddisfatto». Capito? Non è violenza ma bisogno vitale non soddisfatto. O, in alternativa, disagio delle periferie. È per questi motivi, non per cattiveria, che si uccidono gli uomini e si spaccano le vetrine di Foot Locker.
San Francesco secondo Recalcati
Ed è qui che Recalcati rivela ciò che tutti non sanno. Il santo di Assisi fa un miracolo? Ammansisce il lupo? Gli ordina di non fare più del male? Lo redarguisce come «ladro e omicida»? Lo definisce «degno delle forche»? Lo accusa di aver fatto «grandissimi malefici»? Macché. Buttate a mare tutto quel che avete imparato finora. San Francesco, spiega Recalcati, stipula un «patto simbolico». Che, all’incirca, dev’essere come l’apertura di un centro di accoglienza straordinario. Il celebre Cas per lupi feroci.
Così tutto si rovescia: nella versione recalcatiana del fioretto, infatti, ad essere ammansito non è il lupo, ma «il lupo che è in noi» umani, come recita il titolo dell’articolo che apre la sezione culturale di Repubblica. Il pericolo infatti non è la ferocia che colpisce gli uomini.
Il pericolo è la paura che gli uomini hanno di quella ferocia. E dunque la loro «spinta aggressiva che non viene dal di fuori ma dal di dentro», «l’anima cainesca» e la già citata e sicuramente terribile «pulsione securitaria», che peraltro sarebbe la voglia di vivere senza essere uccisi. Ma è proprio questa, spiega l’intellettuale, che va combattuta.
Per questo il miracolo di San Francesco, nella versione Recalcati in salsa di Fratoianni, viene ribaltato: perché non bisogna ammansire i violenti, ma coloro che ne hanno paura. Il mondo è al contrario, i fioretti di San Francesco pure.
La vera natura di San Francesco
La versione ufficiale dei fioretti, infatti, è assai diversa. La versione ufficiale ci racconta di un San Francesco assai duro, che di fronte alla bestia feroce esordisce con queste parole: «Vieni qui, frate lupo, io ti comando dalla parte di Cristo che tu non faccia del male né a me né a persona». Poi lo accusa: «Fai molti danni da queste parti, hai fatti grandissimi malefici, per la qual cosa tu se’ degno delle forche come ladro e omicida».
Se Recalcati, fra una conferenza e un festival, avesse avuto tempo di rileggersi il testo, si sarebbe accorto che San Francesco ebbe un approccio per nulla buonista né perdonista, e forse era anche animato da pulsione un po’ securitaria, tanto è vero che non lasciò parlare il lupo fino a quando quest’ultimo non mostrò di pentirsi «con atti di corpo e di coda e di orecchi e con inchinar di capo». Altro che patto simbolico.
Ma che ci volete fare? Così va la cultura à la page. Non ci resta che sperare che il professor Recalcati non voglia andare avanti nella riscrittura in chiave Avs della vita di San Francesco. Altrimenti già ci aspettiamo le prossime puntate: San Francesco che va a trovare il feroce Saladino e chiede di essere convertito all’islam; San Francesco che non predica agli uccelli, ma si fa indottrinare da qualche pappagallo; e San Francesco che spiega che la perfetta letizia non è l’incontro con Gesù ma con Rula Jebreal o Aboubakar Soumahoro.
Speriamo che l’intellettuale si fermi prima. O, in alternativa, torni a raccontare tutto ciò alla Leopolda di Renzi, dov’era di casa. Almeno lì alle balle ci sono abituati.
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