Chiamiamoli col loro nome: saccheggiatori e devastatori. Questi sono i ragazzetti e i ragazzotti che hanno devastato e saccheggiato Milano nello scorso weekend. Se qualcuno avesse incertezze o delle perplessità su come chiamare ciò che è successo a Milano, vada a rivedersi l’art. 419 del Codice penale che recita così: «Chiunque […] commette fatti di devastazione o di saccheggio è punito con la reclusione da 8 a 15 anni».
Partiamo da qui per capire quanto il diritto consideri gravissime queste due azioni-reati. Per «devastazione» si intende il danneggiamento o la distruzione tali da interessare la collettività. Per saccheggio si intende l’atto di appropriazione violenta e minacciosa di beni privati altrui compiuta durante eventi e manifestazioni di caos sociale.
Non vi sembra che ciò corrisponda a quello che è successo a Milano? I negozi chiusi per paura, la città praticamente deserta, soprattutto nelle vie commerciali non è forse descritta in questa fattispecie di reato? In Italia la devastazione e il saccheggio sono condannate insieme perché queste azioni compromettono inducono anche un senso di insicurezza collettivo.
C’è chi ha contestato la misura della pena minima fissata in otto anni di reclusione, ma la Cassazione, con la sentenza n. 6961/2023, ha ritenuto infondate queste critiche perché secondo i giudici il significato delle espressioni devastazione e saccheggio può essere individuato con sufficiente precisione e dunque ritenere legittima la misura della pena.
Il folle libro di testo dei maranza che saccheggiano
La storia -sconosciuta a questi fanciulli – fino a un certo punto ha giustificato i vari sacchi, soprattutto successivi alle guerre, come risarcimento indiretto. Ma dal 1907 la Convenzione dell’Aja nonché le Convenzioni di Ginevra hanno considerato il saccheggio e la distruzione gratuita di beni non giustificati, neanche da necessità militari, ma come crimini di guerra.
Se al posto di «guerra» ci si mettesse di «imbecillità», allora tutti questi imbecilli del weekend milanese, senza scomodare l’Aja, andrebbero rinchiusi in un’aia chiamata carcere, comunità di rieducazione o fate voi, e tenuti alla larga da persone e attività che non violano diritti e hanno il diritto di vivere senza paura.
Negli Stati Uniti la giornalista e scrittrice Vicky Osterweil nel 2020 ha pubblicato In Defense of Looting, cioè In difesa del saccheggio. Nel libro è proposta una tesi provocatoria e radicale: il saccheggio (looting) e la distruzione della proprietà non sono atti di violenza insensata, ma tattiche politiche legittime ed efficaci per contrastare il capitalismo e la supremazia bianca.
La mentalità (pericolosissima) che si è diffusa a livello mondiale
Ovviamente questo testo è letto dagli intellettuali (chiamiamoli così per pietà), lo leggono anche qui, ed è emblematico di una mentalità un po’ diffusa anche da noi.
Ne ho esperienza diretta grazie alle trasmissioni che ho condotto in questa settimana: non sono riuscito a far dire ad alcuni esponenti di sinistra che si trattava solo di devastazione e saccheggio da condannare, ma tutti hanno detto frasi tipo: «Condanniamo ogni forma di violenza senza se e senza ma», e poi, in sequenza: «ma», «però», «se», «comunque», «nondimeno», «con tutto ciò», «bensì», «senonché», «non bisogna fermarsi ai fatti, ma occorre andare alle radici di questo che è successo e del quale tutti siamo responsabili in quanto abbiamo sottovalutato e trascurato la rabbia e i bisogni dei giovani e degli adolescenti»…
Tutti sì, ma un cazzo. C’è chi ne parla da almeno cinque/dieci anni, compreso il sottoscritto, cosciente, naturalmente, di non potersi ergere a figura di riferimento morale per alcuno. Non ha visto chi non voleva vedere, non ha capito chi non voleva capire, non ha giudicato chi, per non prendersi responsabilità, non ha voluto giudicare.
Sono 25 anni che in Italia, escluso il decreto Caivano (discutibile, ma concreto) non si è interessato nessuno. La Verità e il sottoscritto se ne occupano da 10 anni: sono rare le trasmissioni in cui non si è parlato di sicurezza, disagio e violenza giovanile, maranza, immigrati di seconda generazione.
La giustificazione delle devastazioni
Tornando alla scrittrice statunitense ed entrando nei contenuti del libro, ho ritrovato molto di quello che ho ascoltato, anche e soprattutto da coloro che hanno compiuto queste azioni o che comunque le hanno giustificate: molte assonanze con quanto scritto dalla signora Osterweil.
L’autrice, infatti, definisce il saccheggio come l’atto in cui una folla di persone si appropria apertamente e direttamente di beni durante disordini sociali e sostiene che questo sia un metodo pragmatico di redistribuzione della ricchezza a favore delle classi più povere. Sostiene che la proprietà privata e le forze di polizia non sono istituzioni neutrali e che il saccheggio, rifiutando il concetto di proprietà, attacca le fondamenta del capitalismo razziale. Sostiene inoltre che la sottomissione a codici di comportamento non violenti sia una forma di autoritarismo che protegge lo status quo.
Infine, tra le diverse stupidaggini che propone, dichiara anche che occorre dare priorità alle vite umane (non specifica quali) e alla liberazione delle comunità emarginate rispetto alla tutela dei piccoli commercianti e dei beni materiali.
Una volta si parlava di «cattivi maestri»: a proposito della scrittrice non basta più. Occorre parlare di «pessima e patetica maestrina».
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