L’Ue fa sul serio: riforma di Frontex per riportare i migranti in Africa
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Stavolta sembra facciano sul serio. Così sul serio che la sinistra è salita subito sulle barricate: i Verdi dicono che la Commissione «rischia di trasformare Frontex in una versione europea dell’Ice», l’organizzazione sguinzagliata da Donald Trump per rastrellare e deportare i clandestini. Il piano presentato ieri dall’esecutivo di Ursula von der Leyen non è altrettanto drastico, però a Bruxelles tira aria di svolta.

L’Agenzia della guardia di frontiera e costiera, con sede a Varsavia, è in predicato di diventare il «braccio operativo principale» delle politiche europee di rimpatrio. Sarà incaricata di scortare gli irregolari in Paesi terzi e, per svolgere i nuovi incarichi, conterà su un sostanzioso rafforzamento degli organici: 30.000 agenti in più per il Corpo permanente, di cui 17.000 impiegati in una Riserva europea per le frontiere e i rimpatri.

Si tratta di un contingente che resterà a disposizione degli Stati membri e che potrà essere dispiegato in caso di necessità. In aggiunta, verranno costituiti un Centro di coordinamento dei rimpatri, una Quick reaction force (Forza di reazione rapida) per fronteggiare crisi improvvise, come l’invasione di Ceuta, nonché un Centro di monitoraggio online, per l’individuazione di potenziali minacce alla sicurezza.

Il gruppo che si occuperà di scandagliare social network e siti Web agirà ai sensi del Digital services act e sarà autorizzato a chiedere alle autorità nazionali di intervenire, laddove necessario, con ordini di rimozione dei contenuti a rischio. Tipo i post che incitavano i migranti a riversarsi nell’exclave spagnola in Nord Africa.

L’iniziativa dell’Ue per riformare Frontex

L’obiettivo della riforma, che rappresenterebbe uno sviluppo legato all’entrata in vigore del nuovo regolamento sui rimpatri, è quello di «modernizzare la gestione» delle espulsioni, «semplificare e accelerare le procedure amministrative attraverso la digitalizzazione, ridurre l’onere amministrativo e migliorare la raccolta e la condivisione dei dati». Anche perché, come ha notato il commissario Ue agli Affari interni, Magnus Brunner, ad oggi la quota di allontanamenti dei clandestini si attesta, in media, al 32-33%: «Non è abbastanza».

«L’Europa», ha giurato la Von der Leyen, «si impegnerà sempre a proteggere le proprie frontiere. È l’Europa a decidere chi può entrare nella nostra Unione e a quali condizioni». Per questo Frontex avrà «il mandato e le capacità che questa nuova realtà richiede». In cosa consista la «nuova realtà» l’ha illustrato bene Brunner, ammettendo candidamente qual è la principale preoccupazione delle élite del Vecchio continente: l’avanzata dei sovranisti.

Alla base della riforma di Frontex

Il politico austriaco ha alluso agli eventi di dieci anni fa: si riferiva agli arrivi in massa in Germania (che accolse 1 milione di persone, tra siriani e afgani) e sulle coste del Sud Italia. Quando l’allora inquilino di Palazzo Chigi, Matteo Renzi – stando almeno alla ricostruzione dei fatti che diede Emma Bonino e che il senatore semplice ha sempre smentito – avrebbe barattato con l’Ue la flessibilità per gli 80 euro con il via libera di Roma a ridurre Lampedusa a uno scalo sovraffollato di disperati.

Secondo Brunner, proprio la pressione alle frontiere, l’assenza di «regole» e «controllo di ciò che accadeva nell’Unione europea», erano ciò che «alimentava l’estrema destra». Ora, la musica deve cambiare. E Frontex sarà in grado addirittura di «offrire sostegno ai Paesi terzi nelle operazioni di rimpatrio», purché in presenza di accordi bilaterali. Un dettaglio non esattamente irrilevante, sul quale si dovrà lavorare con solerzia, per evitare che la roboante promessa del giro di vite evapori come molta della fuffa di Bruxelles.

Il panorama politico attuale dell’Ue

Certo, la strizza che le classi dirigenti avvertono, adesso che Alternative für Deutschland spopola in Germania e Marine Le Pen, a dar retta ai sondaggi, è arrivata a un passo dall’Eliseo, lascia ben sperare: già contenere i danni è diventata un’impresa titanica; figuriamoci quanto costerebbe, alla filiera che tiene in piedi Friedrich Merz e la combriccola della Commissione, un ennesimo passo falso.

Per il carrozzone progressista, la cura rigenerante per l’agenzia che era ormai diventata un simulacro, invece, è l’equivalente di una randellata. È il segno che, come ha notato l’eurodeputato di Fdi, Alessandro Ciriani, sta passando la linea italiana. E che sta dando i suoi frutti lo spiazzante asse tra Giorgia Meloni e la socialdemocratica danese Mette Frederiksen, già cofirmatarie di una lettera in cui invitavano l’Ue a impegnarsi più a fondo nella difesa dei confini e del comune «patrimonio culturale cristiano».

A quell’iniziativa, socialisti spagnoli e Pd italiano avevano reagito in maniera isterica, accusando la premier di Copenaghen di aver tradito la famiglia politica di appartenenza. In Scandinavia hanno imparato il pragmatismo.

E infatti, mentre la Frederiksen, con il nostro presidente del Consiglio, continua a insistere affinché Bruxelles aggiunga alla rinnovata architettura migratoria pure l’ultimo tassello, cioè la costituzione di hub al di fuori dell’Ue, il gruppo Socialisti e democratici all’Eurocamera, ieri, ha «respinto» la proposta di riforma di Frontex. È l’unico respingimento che tollerano i sodali di Elly Schlein.

Il governo dell’Unione, peraltro, tira dritto. «Gli attraversamenti illegali sono in calo, le minacce alla sicurezza vengono bloccate alle nostre frontiere esterne e i rimpatri sono in aumento», ha osservato Hanna Virkkunen, vicepresidente della Commissione. «Una buona politica», ha concluso, «non può restare ferma». La democrazia serve ancora: ci è voluta la rivolta degli elettori incazzati, per svegliare l’europachiderma.

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