Christine Lagarde, presidente della Banca centrale europea
Christine Lagarde, presidente della Banca centrale europea, al centro delle manovre per il rinnovo dei vertici dell’istituto (Ansa)

Niente fra Bruxelles e Francoforte, produce un’agitazione paragonabile a quella provocata dagli elettori. È in questa atmosfera che va letto il grande risiko delle poltrone alla Bce. Una partita che nei prossimi dieci giorni si trasformerà in una corsa contro il calendario.

Christine Lagarde, per cominciare. Il 29 ottobre la presidente della Bce potrebbe annunciare l’uscita con un anno d’anticipo. Già nella riunione del 2 novembre il consiglio di amministrazione del World Economic Forum potrebbe comunicarne la designazione al vertice a partire dall’1 gennaio. Del resto, perché aspettare? Soprattutto se domani potrebbe essere un giorno politicamente assai meno comodo.

Il calendario, infatti, non gioca a favore degli eurocrati. La Francia si avvicina alle presidenziali di primavera con Marine Le Pen e il suo campo politico al centro dei sondaggi. In Germania l’AfD avanza e ad aprile si vota in altri due Länder. La Spagna andrà alle urne ancora prima, visto che Pedro Sánchez, sciogliendo le Camere, ha fissato l’appuntamento per il 29 novembre. Sullo sfondo, c’è il rischio che la crisi del bilancio francese si trasformi in un nuovo capitolo di instabilità. Ecco perché anticipare la successione diventa una tentazione irresistibile. Prima che il voto porti a conclusioni non gradite al blocco europeista. Ecco perché bisogna seguire il balletto senza farsi incantare dalla musica di sottofondo.

De Cos e Knot, la corsa alla presidenza

Per la successione a Lagarde, due nomi occupano una posizione di primo piano: lo spagnolo Pablo Hernández de Cos, già governatore della Banca di Spagna e oggi alla guida della Banca dei regolamenti internazionali, e l’olandese Klaas Knot, ex governatore della banca centrale dei Paesi Bassi. Sullo sfondo resta anche il tedesco Joachim Nagel, presidente della Bundesbank.

Non è soltanto una questione di curriculum e orientamento monetario. Se fosse così, basterebbe organizzare un concorso pubblico. Ma in Europa le nomine di questo livello sono pasto per la diplomazia: nessuno deve avere l’impressione che il vicino abbia mangiato la fetta più grossa.

La candidatura spagnola ha dalla sua il fatto che Madrid non ha mai espresso un presidente della Bce. Quella olandese può contare sull’esperienza di Knot e sulla possibilità di costruire alleanze fra governi. Ma la geografia, da sola, non basta. Bisogna trovare un equilibrio che consenta a tutti di rivendicare una vittoria.

Qui entrano in scena Francia e Germania. Parigi ha già occupato la presidenza con Jean-Claude Trichet e Christine Lagarde. Berlino, invece, deve fare i conti con un equilibrio delicato: Ursula von der Leyen guida la Commissione europea e un’eventuale concentrazione di incarichi di vertice nelle mani tedesche rischierebbe di provocare più di qualche malumore. Nessuno, però, sembra disposto a rinunciare a un pezzo della torta senza ottenere qualcosa in cambio.

La partita per il capo economista e gli altri incarichi

Il posto più ambito, dopo quello della presidenza, è probabilmente quello del capo economista. Philip Lane, l’irlandese che ricopre attualmente l’incarico, ha un mandato fino alla primavera. Uscirà prima per favorire l’accordo generale. La Germania vorrebbe giocare una partita da protagonista: il nome di Joachim Nagel circola anche in questo contesto, sebbene la sua candidatura alla presidenza renda più complicato capire quale sarà la strategia definitiva di Berlino.

La Francia, dal canto suo, ha interesse a non restare ai margini della distribuzione degli incarichi. Nel frattempo, Isabel Schnabel ha già annunciato che lascerà il direttorio della Bce il 3 gennaio 2027 per assumere un incarico di primo piano al Fondo monetario internazionale. Anche questo avvicendamento contribuisce a rendere più affollato il calendario delle successioni.

E quando si liberano più caselle contemporaneamente, la tentazione di trattarle come un pacchetto unico diventa fortissima: si chiude una partita, si apre la successiva, si compensano le perdite e si distribuiscono le soddisfazioni. È il grande gioco europeo, dove nessuno perde mai ufficialmente e tutti, alla fine, dichiarano di aver difeso l’interesse comune.

L’Italia osserva il risiko delle poltrone

Naturalmente, l’Italia osserva. Può contare sulla vicepresidenza della Bce con Piero Cipollone e sulla presenza di Carlo Comporti alla guida dell’Esma, l’autorità europea dei mercati finanziari. Roma ha dunque interesse a preservare le posizioni conquistate e a evitare che il nuovo assetto venga definito attraverso un accordo dal quale resti esclusa.

Anche qui, però, conviene distinguere fra ciò che è già acquisito e ciò che deve ancora essere negoziato. Nelle grandi partite europee, dare per scontato un posto è il modo più rapido per scoprire che qualcuno lo aveva già promesso a un altro.

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