Quando Ursula von der Leyen afferma che ci sono i russi dietro l’immigrazione di massa potrebbe anche avere ragione ma è il fatto di non curarsi che ciò dovrebbe costituire un motivo di merito per i russi – visto che senza immigrazione di massa non ci reggiamo in piedi, siamo destinati all’estinzione e non riusciamo a pagarci le pensioni – a risultare incomprensibile.
Adesso che le masse immigrate vengono usate in maniera coordinata per devastare le nostre città trasformando in maniera non così culturalmente indolore il concetto di «sabato pomeriggio di shopping», l’immigrazione di massa viene ribaltata in un’“arma usata contro di noi”» da un Emmanuel Macron, pronto a fuggire dalla casa alla quale ha appiccato il fuoco, che prima dice che i video dei saccheggi sono fatti con l’Ia e poi che sono veri però diffusi dai russi.
Le organizzazioni transnazionali e le proteste in Europa
Il gioco di indicare i nemici per suggerire implicitamente di essere sia i giudici che le vittime non funziona più e un contributo decisivo per capire chi ci sia dietro le proteste organizzate in mezza Europa l’ha dato Fox News in un approfondimento che ha mappato un ecosistema basato su 101 organizzazioni di estrema sinistra in nove Paesi, tra le quali figurano La France Insoumise, il Partito comunista francese, il Mouvement des jeunes communistes, sindacati come la Cgt e formazioni come Révolution permanente, a cui si aggiungono vari gruppi Antifa locali e componenti pro Pal.
Secondo la Fox, che non ha ricevuto smentite, l’organizzazione e i mezzi sarebbero coordinati sul piano transnazionale da realtà come CodePink, BreakThrough News e il Party for socialism and liberation, tutti legati alla rete finanziata da Neville Roy Singham, imprenditore americano residente a Shanghai. Ma la chiave per comprendere la situazione in Europa la troviamo sulla copertina dell’Economist col titolo: «L’agonia dell’Europa liberale. I governanti centristi hanno fallito miseramente e ora ne stanno pagando il prezzo».
La crisi del modello globalista europeo
L’Europa globalista basata sull’immigrazionismo passa da essere contenitore e gestore dei conflitti sociali che ha innescato a essere il luogo su cui il conflitto si scarica. Il crollo dell’ipotesi tecnocratica di una Ue che smette di produrre, importa tutto e fa svolgere le funzioni produttive residue agli immigrati che sussidia presenta il conto sotto forma di deflagrazione di quei conflitti sociali presenti da sempre ma sempre negati.
Ed è proprio in questo contesto che la «sinistra estrema che appoggia le devastazioni», di cui ha parlato ieri Macron, ha trovato uno spiraglio per regolare i conti con la sinistra globalista del «New labour», incitando alla rivolta la manovalanza rivoluzionaria degli immigrati che seppur privi di coscienza di classe non disdegnano le cinture di Hermes.
Lo scontro interno alla sinistra e le sfide elettorali
La sinistra globalista che ha offerto alla classe operaia il baratto del woke in cambio del precariato emerge ora come «tradimento del popolo» e il regolamento di conti tutto interno alla sinistra può ora giungere alle battute finali. Alla vigilia di snodi elettorali che potrebbero portare la destra al governo della Francia per la prima volta, a essere forza egemone in Germania e a tornare al governo in Spagna, la sinistra postcomunista accetta consapevolmente di favorire questi processi attraverso gli scontri di piazza per provocare il crollo del proprio nemico interno e rimanere come forza egemone d’opposizione pronta a quel punto ad alzare ancora di più il livello dello scontro da portare contro i «governi fascisti». Si tratta della trasposizione europea della stessa dinamica del Partito democratico americano finalizzata al recupero della lotta di classe forte di nuove masse immigrate da impiegare.
Mélenchon e la strategia della radicalizzazione del conflitto
Jean-Luc Mélenchon espone questa analisi in pubblico ormai da mesi dichiarando il proprio fine di rilancio degli obiettivi marxisti-leninisti per i quali il nemico interno è più dannoso di quello esterno. In questa prospettiva la vittoria politica della destra non è un semplice effetto collaterale ma la condizione stessa del progetto di radicalizzazione del conflitto sociale secondo la vecchia idea di «crisi come metodo» elaborata da Mario Tronti e Toni Negri negli anni Settanta. La manovalanza immigrata serve precisamente a questo: a forzare la crisi della forma-Stato liberale fino al punto in cui la mediazione diventa impossibile rendendo ingovernabile il campo in cui la sinistra globalista aveva stabilito la propria egemonia.
La destra e la difesa della comunità occidentale
A fronte di una strategia articolata sull’idea di ordine sociale come bene sacrificabile per fini di egemonia politica la destra che si appresta a contrastare il degrado sociale è chiamata a un compito che è più che politico e che si salda con l’idea stessa di comunità.
A fronte di forze che pur essendo «no global» hanno approfittato a più livelli dei frutti avvelenati del globalismo e che oggi colgono l’occasione per tornare egemoni dopo 30 anni di marginalità, la destra trova su di sé la responsabilità di difendere la civiltà occidentale in un’ultima battaglia decisiva dalle caratteristiche inedite. Le spinte rivoluzionarie novecentesche, infatti, non si basavano su componenti estranee al tessuto culturale e civile del Paese nel quale agivano; questa volta si devono affrontare forze che non hanno alcuna esitazione a voler vedere distrutto alla radice il mondo che combattono e che qualcuno gli ha fatto credere sia lì per essere conquistato da loro.
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