«Eccola, la Resa. Adesso la vedono tutti». Così comincia l’articolo che Max Del Papa ha pubblicato il 19 ottobre, all’indomani del fine settimana in cui il centro di Milano è stato messo a sacco. Il titolo è lo stesso del suo libro, La resa. L’Italia islamizzata nella rassegnazione comune, uscito il 3 settembre: 102 pagine in edizione digitale che descrivevano, prima che accadesse, quello che sabato e domenica hanno visto tutti.
Sabato 17 ottobre una manifestazione contro il carovita è stata travolta da centinaia di giovanissimi vestiti di nero, arrivati dalle periferie, dall’hinterland e da altre province. Hanno assediato piazza del Duomo, costretto la polizia ad arretrare, devastato un’auto dei carabinieri, sfondato vetrine, saccheggiato il negozio Foot Locker.
Il Viminale ha contato 104 feriti fra le forze dell’ordine. Domenica sono tornati senza nemmeno il pretesto del carovita: Levi’s, Champion, Decathlon, il Carrefour di via Torino svuotato.
Qualcuno sventolava bandiere palestinesi, qualcuno gridava «Allah akbar», qualcuno davanti alla cattedrale urlava insulti contro la Chiesa. Duecento fermati, otto su dieci minorenni. Oltre mezzo milione di euro di danni nel solo primo giorno, secondo Confcommercio.
Milano devastata, Del Papa aveva previsto tutto nel libro «La resa»
Del Papa non usa giri di parole. Le scuole, il carovita, sono pretesti: Milano è stata «presa letteralmente d’assalto, devastata, conquistata al grido Allah akbar». A Milano, scrive, la sinistra radicale realizza «la saldatura dei terrorismi»: quello interno dei centri sociali e quello islamista, che si fa usare ma non risponde a nessuno, l’islamocomunismo.
I poliziotti finiscono in ospedale e non nascondono più la rabbia verso uno Stato che li usa «come carne da macello» e impedisce loro qualsiasi reazione adeguata. «Siamo in guerra e nessuno vuole prenderne atto. Siamo in guerra ma da una parte sola».
Dalla sinistra radicale all’islamismo: la saldatura dei terrorismi
Gli invasori la combattono con saccheggi, stupri, omicidi, imposizioni; gli invasi subiscono tutto senza nemmeno provare a difendersi.
Milano è il laboratorio: se cade Milano, cade il Paese. E dopo un sabato di conquista e una domenica di assalti, osserva, il sindacato rosso non trova di meglio che invocare lo sciopero generale: la paralisi nel segno dell’islamocomunismo.
Dopo la caduta del Muro di Berlino, nel 1989, la sinistra ha perso la sua guerra: il proletariato non voleva la rivoluzione, voleva il frigorifero.
Rimasta senza popolo, ne ha cercato uno nuovo. Nel 1994 un dirigente trotzkista inglese, Chris Harman, scrisse un saggio, Il Profeta e il proletariato, in cui teorizzava che i rivoluzionari potessero marciare, in certe occasioni, insieme agli islamisti. Da allora il nuovo proletariato è l’immigrato.
Da maranza a barbareschi: la razzia come metodo di predazione
E veniamo alle parole. Li chiamiamo maranza. È una parola simpatica, quasi affettuosa, che evoca il ragazzino di periferia con la tuta, il borsello e la musica a tutto volume. Una macchietta. Ma quello che abbiamo visto a Milano non è una macchietta.
Gruppi di cinque o sei, tutti in nero, che arrivano col treno da fuori, colpiscono in più punti contemporaneamente, sfondano, arraffano e spariscono. Questo ha un nome antico: razzia. Per tre secoli i corsari barbareschi sbarcavano sulle coste italiane, saccheggiavano, portavano via merci e persone e tornavano al largo prima che arrivassero i soldati.
Le torri di avvistamento che ancora punteggiano le nostre coste servivano a vederli arrivare. Lo storico Robert Davis stima che fra il 1530 e il 1780 oltre un milione di europei, in gran parte italiani, siano stati catturati e venduti nei mercati di Algeri, Tunisi e Tripoli. Sbarcavano di notte, spesso guidati da rinnegati che conoscevano i paesi, colpivano dove non c’erano difese e fuggivano. Ci resta quel grido, «Mamma li turchi!».
La parola barbaresco non indica una razza. Indica un metodo: vivere di predazione, considerare i beni degli altri un bottino legittimo e chi li possiede una preda. Molti di quelli che hanno saccheggiato Milano sono nati in Italia e hanno la cittadinanza italiana, ma un islamico è un islamico cui hanno regalato la cittadinanza, non un italiano.
Come i barbareschi, non vogliono appartenere alla città che saccheggiano: la disprezzano. Non sono maranza: sono barbareschi. Il nome giusto è una diagnosi. Finché useremo una parola da cartone animato, tratteremo la razzia come una ragazzata, il saccheggiatore come un disagiato.
Corano, guerra e bottino: i versetti citati da Del Papa
I versetti di guerra del Corano esistono, non sono stati abrogati, e devono essere letti come ordini, soprattutto il più definitivo: «Uccidente gli infedeli ovunque si trovino».
Sura 8, versetto 12: «Getterò il terrore nei cuori dei miscredenti: colpiteli sul collo…». Sura 47, versetto 4: «Quando incontrate i miscredenti, colpiteli al collo».
Sura 9, versetto 5: «Uccidete gli associatori ovunque li troviate, catturateli, assediateli, tendete loro agguati».
Sura 9, versetto 29: combattete chi non crede finché non paghi il tributo «umiliato». Il bottino è dichiarato lecito: «Mangiate di ciò che avete preso come bottino, lecito e buono», sura 8, versetto 69.
La sura 8, versetto 41, stabilisce perfino la quota: un quinto ad Allah e al suo Messaggero. Le prigioniere di guerra diventano lecite al padrone, sura 4, versetto 24. E il bottino è un diritto, non un furto: la sura 8 si intitola proprio Il bottino, al-Anfal.
Nella raccolta di Bukhari il Profeta dice: «Sono stato reso vittorioso con il terrore». E alla sura 9, versetto 111, Allah ha comprato dai credenti le loro persone e i loro beni in cambio del Paradiso: combattono sulla via di Allah, uccidono e sono uccisi.
Devastazione e saccheggio, le pene previste dal codice penale
Per il maomettano, terrorizzare, depredare, uccidere l’infedele non è un crimine: è un atto di fede, che apre il Paradiso. Lo dice il Corano. Chi grida «Allah akbar» mentre sfonda una vetrina forse non ha mai letto una riga del Corano, ma ha respirato la cultura che ne deriva: la convinzione che quello che appartiene all’infedele sia preda.
A estremi mali, estremi rimedi. Il codice penale punisce la devastazione e il saccheggio con la reclusione da 8 a 15 anni, aumentata se avviene durante una manifestazione: si potrebbe applicare. Si potrebbero espellere gli stranieri condannati, si potrebbero chiudere le moschee in cui si predica l’odio, si potrebbe restituire alla polizia il diritto di difendersi e di difenderci.
Si potrebbe a patto di non avere la magistratura e il capo dello Stato che contrastano il governo, ma in teoria si potrebbe. E queste sono parole normali per fingere che ancora si sia all’interno di una normale democrazia che deve contrastare la criminalità.
Noi non siamo all’interno di una normale democrazia, non siamo all’interno di atti di criminalità: siamo all’interno di una guerra e il nemico è dentro le porte. Tutti siamo in guerra.
Prendiamo atto di questa realtà. Sto scrivendo questo articolo prima di sapere se venerdì o sabato lo scempio si ripeterà, ma so che ci è stata dichiarata guerra, tutti i venerdì e tutti i sabato saranno a rischio distruzione.
«Il nemico è dentro le porte»: l’appello a difendere l’Italia
Tutti dobbiamo batterci di fianco alle nostre forze dell’ordine imbrigliate, imbavagliate, terrorizzate dal rischio di denunce e condanne, disarmate.
Questa terra è di tutti. Il sindacato si scatena il venerdì, i barbareschi il sabato e si sono dati appuntamento per tutti i sabati alle 15 in centro.
Devono trovare tutti noi. Se posso dare un consiglio procuratevi una copia di Islam senza veli, il libro dove spiego che un nordafricano che saccheggia e terrorizza non è un delinquente ma il soldato di un esercito venuto a sottometterci.
Non è troppo tardi per imparare a difendere l’unica terra che abbiamo.
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