Donald Trump parla con i giornalisti mentre si dirige verso l'elicottero Marine One sul prato della Casa Bianca a Washington
Donald Trump parla con i giornalisti prima di salire a bordo di Marine One sul South Lawn della Casa Bianca, a Washington (Ansa)

Non sono stati i democratici, i progressisti, gli islamici a sconfiggere Donald Trump ma sono stati i conservatori, i cattolici, perfino i nazionalisti a voltargli le spalle. I suoi antagonisti politici erano contro di lui sin da quando fu eletto, non era una novità e non erano e non sono la maggioranza americana.

La delusione dell’elettorato conservatore

Il fattore nuovo è stato la delusione, la preoccupazione, il dissenso di una parte consistente del mondo nazional-conservatore che aveva votato per Trump. E che in parte oggi rappresenta il vice di Trump, J.D.Vance.

Perché aveva vinto Trump? Si, per liberarsi dei dem dopo la performance di Biden e il suo finale declino alle soglie della demenza. Ma soprattutto per alcune chiare ragioni: per combattere il dominio woke, ormai insopportabile, per spegnere i fuochi di guerra nel mondo, per dare centralità agli States, al suo popolo e al credo patriottico-religioso, per avere più America e meno mondo, in tutti i sensi, e per rilanciare l’economia Usa rispetto alla globalizzazione e all’ascesa asiatica.

Le guerre e le promesse tradite di Trump

Trump ha presto disatteso queste aspettative; prima ha inguaiato il mondo e gli Usa con l’indecente altalena dei dazi, poi si è imbarcato in minacce e aggressioni, dal Venezuela alla Groenlandia, dal Canada a Cuba, quindi ha assecondato lo scellerato piano di Netanyahu, non solo a Gaza; infine inguaiandosi e aprendo una guerra unilaterale con l’Iran che pensava di risolvere in breve, decapitando il suo vertice.

Non sappiamo i moventi, le follie, i ricatti che ci sono stati dietro queste scelte, soprattutto l’ultima. E tutto questo accompagnato con le sue insopportabili spacconate, la sua egocrazia incontenibile, i cambiamenti drastici e repentini di opinione e decisioni, gli annunci di annientare qui, di cancellare là… E la guerra che aveva promesso di chiudere subito, tra Ucraina e Russia, è ancora là, mentre l’escalation globale ha prodotto anche il caro-carburanti e il carovita che si avverte in tutte le piazze d’occidente, incluse le borse.

Con le sua performance Trump ha avvelenato i pozzi del mondo nazional-conservatore, religioso-tradizionale e ha indebolito la stessa causa per la quale era stato votato e accettato nonostante la sua insopportabile tracotanza.

Per il mondo Trump è un cavallo prima imbizzarrito e ora tramortito, ha perso potere e prestigio per trattare con Xi Jinping, Putin e il resto del mondo.

L’Europa e l’Italia dopo il ridimensionamento della Casa Bianca

E per l’Europa? Ad avercela l’Europa, potrebbe essere un’occasione preziosa per ripensare al proprio ruolo, per dissociarsi dalla subordinazione atlantica e dall’occidentalismo supino, per ritrovare le mani libere e ribadire la nostra geo-centralità tra Oriente e Occidente, Nord e Sud del pianeta e per sfilarci da questa guerra ibrida con la Russia, intavolando una costruttiva trattativa, a partire dal rifornimento energetico. Ma l’Ue cammina con la testa e pensa con i piedi.

E l’Italia, in particolare? Giorgia Meloni aveva avuto un feeling più con Biden che con Trump; lui le aveva dato il via libera al governo – qualcuno dice che tra i garanti della Meloni nel mondo euroamericano vi fosse Mario Draghi – era completamente allineata sul riarmo e il sostegno all’Ucraina, lui la baciava sulla testa come una piccola nipote da proteggere…

Ma Trump è al governo della superpotenza che veglia su di noi, per giunta nel nome di temi, istanze e «valori» comuni alle destre nazionali e sovraniste; quindi la Meloni se lo fece piacere, si sbilanciò con giudizi positivi. Ma cosa ottenne in cambio?

Il regalo migliore che Trump ha fatto alla Meloni è stato quando l’ha attaccata; persino i sondaggi registrarono favorevolmente la polemica che alla fine dette alla Meloni la possibilità di apparire una che difende la sovranità e l’indipendenza… Un assist formidabile. Oggi lei si mantiene neutrale e prudente su quel che è successo negli States, naviga a vista, ma sottosotto – insinuiamo – non le è dispiaciuta la mazzata a Trump, che lo ridimensiona e gli dà minore libertà di manovra e di abuso.

Trump, i magnati della tecnologia e l’America cattolica

Non escludo che la bocciatura di Trump, anche in bacini elettorali tradizionalmente repubblicani, sia anche un mezzo stop al tecno-capitalismo e al suprematismo della superintelligenza artificiale e dei suoi principali sponsor, come Peter Thiel ed Elon Musk. La gente non è affatto sicura che si debba abbracciare con entusiasmo tutto quel che proviene dall’IA e dai grandi impresari della nuova tecnologia; non a caso sono conservatori della deep, old America, coi piedi per terra. La gente è più con Papa Prevost e la sua Enciclica che con l’entusiasmo tecnologico di Trump e dei magnati che gli sono al fianco. Sul piano ideologico genera qualche inquietudine la volontà di potenza trumpiana-muskiana e la mancanza di confini tra il loro egocentrismo e i loro affari e ciò che realmente è bene comune, interesse universale. C’è la percezione di un rischio di sovrapposizione degli interessi privati e singoli su quelli pubblici e collettivi.

Quel suprematismo applicato all’idea di oltrepassare l’uomo che si fa superumanesimo e volontà di potenza, sembra quasi una caricatura di Nietzsche; che non a caso già paventava l’uso distorto dei suoi pensieri e li bollava come «le scimmie di Zarathustra», esattamente come il diavolo è simia dei, scimmia di dio. Ne ho scritto anche in quest’ultimo libro. Trump rischia di essere associato a questa ebbrezza di potenza, questa vertigine di sovrumanità, concessa in realtà solo ad alcuni ricchi e potenti; tutto questo non piace soprattutto a quel mondo conservatore, rurale, tradizionale, cattolico che lo ha votato, insieme ad altri.

Sul piano religioso la sua amministrazione sembra meglio sposarsi con alcune sette messianiche e avventiste da tempo assai forti negli States, piuttosto che nell’America che segue il Papa americano e si professa cattolica. E che diffida, della subordinazione sospetta di Trump a Netanyahu e ai suoi sponsor (e qui risale pure l’ombra del caso Epstein).

Il dopo Trump e il futuro del campo largo

Il primo segnale del dopoTrump in casa dem è l’ascesa politica degli islamici che già guidano alcune delle principali capitali d’Occidente. È una tendenza destinata a crescere ma non credo che sia frutto di un disegno di islamizzazione, magari ideato da qualche Ayatollah, ma a fattori politici e sociologici già testati: le minoranze compatte prevalgono sui fluttuanti movimenti d’opinione; gli immigrati di più recente adozione hanno una voglia di emergere e una vitalità maggiore rispetto alle popolazioni a lungo sedute nel benessere; l’ambizione di integrarsi, di passare da ruoli subordinati a ruoli dirigenti, la maggiore prolificità, giocano a favore dei nuovi ceti in ascesa.

Mi sono convinto anzi di una cosa: il prossimo leader del campo largo nostrano sarà un oriundo, un immigrato, anche di seconda generazione; non un papa straniero ma un imam laico. Manca ancora il suo nome e la sua faccia, ma il posto è pronto e il concorso con quei requisiti è stato bandito.

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