Insegnanti e studenti partecipano a una manifestazione a Torino il 16 ottobre 2026
Insegnanti e studenti in corteo a Torino il 16 ottobre 2026, durante una manifestazione (Ansa)

Bisogna ascoltare i giovani. Non basta reprimere, occorre aprire le orecchie e stare a sentire, prendere in considerazione le fondamentali richieste che arrivano dalle piazze. Negli ultimi dieci giorni circa questi concetti sono stati ripetuti migliaia di volte.

Non c’è stimato editorialista che non li abbia fatti propri, ribadendoli su una prima pagina o in un talk show. Bisogna ascoltare i giovani. Lo hanno detto i politici di sinistra, e pure qualcuno di destra ci ha tenuto a fare presente che lui un po’ reprime, ma è anche disposto a sentire. Ce lo hanno detto sociologi, psicologi, filosofi, artisti, cantanti, rapper, preti, vescovi, star della televisione, sportivi. Ebbene, alla fine questi giovani io li ho ascoltati. Non solo ho sentito con grande attenzione ciò che hanno dichiarato in interviste, video sui social, comunicati vari ed eventuali.

Mi sono anche trovato di fronte a un gruppetto piuttosto agguerrito nello studio di Lo stato delle cose, il programma su RaiTre di Massimo Giletti, il quale ha giustamente dato voce in diretta a una rappresentanza di ragazze e ragazzi sinistrorsi. Non si trattava di persone a caso, ma di militanti che hanno partecipato alle varie proteste delle tende e sono stati in piazza nei giorni scorsi per protestare contro «quello che non va».

Le proteste e le risposte dei militanti

Va detto che non tutti erano proprio imberbi. Uno di loro, il più loquace, aveva 26 anni: non esattamente un ragazzino. Ma si sa, di questi tempi si qualificano come giovani arrabbiati perfino lavoratori precari di 34 anni, tipo quello che ha avuto a che fare in un altro programma Tv con il nostro direttore Maurizio Belpietro. Comunque sia, ho ascoltato, seppure – confesso – con una certa fatica. Non pretendo certo di avere sentito tutte le rivendicazioni espresse nei cortei, immagino che vi siano anche altre voci, altri nomi, altre richieste. Tuttavia penso di essermi confrontato con gente tenace, anche abbastanza informata, consapevole di ciò che fa. Non quattro ragazzini che vanno in strada per una scampagnata o per saltare una lezione, ma soggetti tosti che organizzano e mobilitano.

Ma nonostante ciò, sentendo i discorsi e osservando gestualità, modi di dire e toni, ho provato una bella dose di tristezza. Quei giovani mi sono sembrati del tutto identici a certi anziani di sinistra che parlano e scrivono e pontificano ovunque e da anni. Non appena uno o una di loro prendeva la parola, attaccava con proclami a macchinetta, cifre e numeri affastellati come quelli che snocciolano i politici in ogni talk show. Più o meno ogni frase iniziava con la formula «il governo Meloni» (seguivano contestazioni di ogni genere utili a dipingere «il peggior governo della Storia»).

L’elenco delle lamentazioni era lungo, ma piuttosto confuso. Una ragazza molto battagliera mi ha spiegato che in Italia la sanità è al collasso e che ci sono liste di attesa lunghissime, che i salari sono bassi e il costo della vita aumenta. Mi sono permesso di chiederle perché non allargasse la sua analisi ferocemente critica alle dinamiche europee, al contesto internazionale, ma non ho avuto molto successo: a lei interessava soprattutto «il governo Meloni». E vabbè.

Un suo collega (così si chiamano tra loro, colleghi), di origini apparentemente nordafricane, ha aggiunto che si è scatenato un movimento trasversale e internazionale, mi ha fatto sapere che i giovani sono arrabbiati dopo «tre anni di genocidio a Gaza». Ha ripetuto più volte «andiamo oltre le vetrine rotte», del resto lui e i suoi colleghi sembravano irritati dal fatto che gli si chiedesse conto delle violenze a Milano e dintorni. Erano piuttosto seccati quando qualcuno domandava di ripudiarle, ma non sorprende.

I vecchi slogan della sinistra extraparlamentare

Un’autocritica, tuttavia, il militante in questione è riuscito a farla. Ha spiegato che la rabbia e il disagio sociale avrebbero dovuto essere meglio indirizzati politicamente. Lo scrutavo mentre mi istruiva sulle dinamiche di sviluppo e la gestione del conflitto sociale, e non potevo evitare di pensare alle tirate boriose di certi maestrini degli anni di piombo. In effetti tutto si è chiarito quando alcuni dei giovani in questione hanno comunicato di appartenere a movimenti come Osa e Cambiare rotta. Uno addirittura è esponente del Partito comunista rivoluzionario, non so dire se cambogiano o vietnamita: comunque qualcosa di preistorico.

In buona sostanza, ho ascoltato i giovani e quelli che hanno parlato o avevano le idee un po’ intricate o erano vecchi catenacci del comunismo capitato chissà come in corpi ventenni. Ne ho concluso senza particolari patemi d’animo di non avere alcun bisogno di ascoltare le menate di questi piccoli invasati. Vecchi nei toni, nei modi, nelle idee. Se ne staranno un po’ nelle formazioni extraparlamentari a farsi gonfiare la zucca da qualche più anziano irriducibile, poi si stancheranno o magari si faranno furbi e faranno la fine di Ilaria Salis, facendosi inglobare dalla cara e vecchia sinistra istituzionale.

Perché mai dovrei stare a sentire giovani che riciclano idiozie già morte quarant’anni fa? Che cosa mai dovremmo imparare sulla contestazione o sui problemi dell’oggi da queste caricature di rivoluzionari? Quasi quasi preferisco i maranza. Quelli almeno hanno obiettivi chiari (i vestiti di marca) e non rompono le scatole con la rivoluzione fuori tempo massimo.

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