Il sonno del principio di autorità genera vandali e picchiatori
(Getty Images)

«Vedo in giro i frutti delle sberle mai prese». L’autore di questo aforisma è social-ignoto. Ma ha centrato la mia reazione davanti alle immagini dell’assai poco tranquillo weekend di saccheggio a Milano. La lettura delle cronache di giornali (non di destra) mi ha rafforzato in tale convinzione. Repubblica, riferendo le parole dei teppisti: «“Abbiamo visto la diretta su TikTok e siamo corsi”, “Se spaccano tutto, chi sono io per non farlo?”, “Lo sapevamo tutti che oggi c’era il bordello”, “C’è la situa, io vado e spacco. È roba gratis”. E tira un sospiro di sollievo: “Mi sono sempre salvato”» (pure recidivo, dunque).

Corriere: «Sono giovanissimi che vivono la piazza come un videogioco: lanciano bottiglie contro la polizia e scappano. Poi si abbracciano, filmano e postano sui social. In via Torino un gruppo di genitori scorta verso casa ragazzini vestiti di nero. Un papà si gira verso il figlio e gli tira un calcio nel sedere: “Dove caz.. eri? Cosa hai combinato? Sei un cogl…”» (dov’era pure lei, esimio genitore).

La Stampa: «“Oggi faccio gli anni, non ho mai avuto un compleanno così bello”, dice euforico un ragazzino. Un supermercato Carrefour è preso d’assalto. Da uno zaino spunta un martelletto. Gli altri spaccano con quello che si trova in giro».

Dalla protesta alla devastazione: il principio di autorità in crisi

Altro che inascoltato grido di dolore delle banlieue italiche. Altro che rivolta ideale. Altro che «espropri proletari» 2.0 (quelli di una volta avevano almeno una parvenza, ipocrita, di «verniciatura» ideologica). Qui c’è solo devastazione. «È la degenerazione di un gruppo di debosciati, rincoglioniti dai social e non educati dalle rispettive famiglie con un po’ di roncola sui denti», sintetizza tranchant il sito Dagospia. «Bisogna distinguere tra proteste e violenze», è l’esortazione. Grazie al gatto: è ovvio. Ma qui farla da padrone sono le seconde. Quindi qualsiasi «sì, ma» suona sinistramente tollerante. E concorre a minare il principio di autorità, in caduta verticale, fenomeno che è la vera piaga sociale.

Famiglia e scuola hanno abbassato il livello delle pretese

Da quando famiglia e scuola hanno abbassato «il livello delle pretese» (il copyright è di Susanna Tamaro), i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Non per Daniele Vicari, regista del meritorio film (voluto coraggiosamente dal produttore Domenico Procacci) sui fatti della scuola Diaz, la «macelleria messicana» ai tempi del G8 di Genova del 2001. Che su Repubblica di ieri ha commentato: «La discussione sui metodi sbagliati della protesta somiglia alle chiacchiere su quanto sia sbagliato che un aereo precipiti al suolo, mentre sta precipitando: tempo perso». E già qui scatta la prima perplessità, perché se è vero che se una casa prende fuoco, la prima cosa è spegnere l’incendio, la seconda è punire il piromane, senza se e senza ma.

La responsabilità degli adulti e le giustificazioni della violenza

«Sbagliano i giovani a rompere delle vetrine? Certo, e di grosso, ma gli adulti almeno ammettano che hanno lasciato loro solo questo spazio di manovra, avendolo ben preparato come una trappola con leggi speciali sull’ordine pubblico che fanno ribrezzo a chiunque si consideri cittadino di una democrazia». Eccallà, avrebbe chiosato Maurizio Costanzo, te pareva: è colpa della destra al governo. Non basta: «Gli adulti, prima di redarguirli per la loro rabbia a volte anche inconsulta, chiedano scusa a questi giovani per averli trascinati nel baratro. Allora sì saranno credibili quando diranno loro: no alla violenza».

Il ritorno agli anni Settanta e il giustificazionismo politico

Ed eccoci ripiombati negli anni ’70, quando chi sfasciava una vetrina andava compreso: «Colpa della società». Oppure, allora come ora, del mai morto fascismo autoritario e liberticida. Che usa polizia e carabinieri in salsa «cilena». Risultato? Nelle zucche vuote si radica l’idea che la «caccia allo sbirro» sia cosa buona e giusta, financo divertente (non per i poliziotti finiti all’ospedale). È il giustificazionismo il brodo di coltura in cui i batteri dell’aggressività e delle violenze proliferano. Lasciando il corpo sociale senza «anticorpi».

Ilaria Salis e Luciana Littizzetto: il dibattito sulle responsabilità

È lo spaesamento che mi hanno provocato le parole di Ilaria Salis, europarlamentare Avs, quando tre carabinieri saltarono in aria durante uno sgombero, tragedia da imputare al capitalismo «che nega un diritto fondamentale, quello alla casa» (diritti, diritti, mai che qualcuno parli di doveri). E dei politici che non hanno mai affrontato «le cause profonde del disagio» (altro evergreen, il disagio). Oppure i sapidi interventi di Luciana Littizzetto, che una volta asfaltò in tv un preside che aveva osato esprimere riserve sull’abbigliamento – ombelichi scoperti, bermuda, infradito – degli studenti in estate, facendone uno zimbello di fronte a colleghi e allievi.

Un’altra volta quando dei baldi giovani spararono a pallini contro una professoressa, lei – dopo aver condannato il gesto (e meno male) – non ebbe dubbi: «Se il professore è empatico, non gli sparano». E quindi hanno tutti ragione: i pazienti e i loro parenti che aggrediscono medici e infermieri. I genitori di baby calciatori che si avventano sull’arbitro (magari minorenne come i loro figli). Gli automobilisti che menano i vigili (a Catania la polizia locale inaugurò sul proprio sito la sezione «vigili picchiati», e ho detto tutto).

La scomparsa della censura sociale e del senso di vergogna

Abbassatasi l’asticella dell’etica, pubblica e privata, è scomparsa la censura sociale e il conseguente senso di vergogna. Siamo rassegnati all’idea di una società in cui o non ci sono regole, o non sono rispettate, o le loro violazioni non sono sanzionate, o le sanzioni non vengono applicate. È il lassismo democratico, bellezza, e noi non possiamo farci nulla.

Se non raccogliere cocci e pezzi di vetro.

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