Tutto in diretta social: il delirio di questi delinquenti è un lungometraggio che somma video, reel, foto e ogni genere di immagine che possa produrre like e condivisione. Nulla si nasconde e nulla va nascosto. Persino le maschere fanno parte del corredo, come estensione del proprio profilo: lo hanno fatto quelli della Casa di carta e allora lo facciamo anche noi.
In fin dei conti quelli svaligiavano il cuore del potere finanziario, cosa volete che sia un assalto ai negozi o la devastazione – rigorosamente col cellulare attivo – di macchine delle forze dell’ordine. Ripeto: tutto va pubblicato. Ciò non è secondario, è primario. Se non sei on air, quel fatto non esiste. Il fatto di essere riconosciuti come protagonisti vale la legittimazione.
Siamo oltre quella dimensione che il vecchio professor Giovanni Sartori definiva Homo Videns, come evoluzione della specie Sapiens. Ma saremmo nel torto marcio se pensassimo che tutto questo si ferma all’apparire sulle piattaforme al fine di farsi riconoscere una qualche leadership.
Il vero tema è nella meccanica delle piattaforme e in chi le governa. Allora, mentre si stanno «educando» le macchine dell’Intelligenza artificiale, domando: perché sui social è permesso tutto? Perché i video dei trapper, in cui si inneggia alla violenza contro le forze dell’ordine e si esalta la devastazione, sono consentiti? Perché nessun alert spezza la viralità delle condivisioni di immagini che rompono ogni regola?
I video sui social in cui si autoriprendono a devastare
Il ragazzo che si riprende mentre accoltella la prof o i ragazzi delle varie gang (non ultima quella delle mini car) o appunto le immagini delle devastazioni ai negozi sono il frutto di una «alfabetizzazione» che le piattaforme hanno creato e consolidato negli ultimi decenni.
Le piattaforme ci guadagnano fior di soldi, lasciando qualche briciola in giro. Ci guadagnano perché profilano ogni tipo di utente, lo profilano «dalla culla alla bara». Quindi lo vendono, lo piazzano. E soprattutto lo manipolano.
Fa ridere quando questi ragazzi rivendicano «la libertà», quando di libero – dentro il mondo che considerano il loro ecosistema – non c’è nulla: costoro hanno ceduto se stessi alle piattaforme, a Big Tech e agli Ott e lo hanno fatto dando il pieno consenso, senza nemmeno accorgersi che nell’ingordigia di avere l’ultimo aggiornamento o l’ultimo prodotto dei miracoli digitali, hanno acconsentito che la loro faccia, la loro iride, la loro voce, le loro impronte digitali sono nelle piene disponibilità di questi Padroni della Sorveglianza. I quali hanno la titolarità delle immagini che pubblicano.
Si possono fermare questi Giganti? Se ci si ricorda che le leve regolatorie sono nelle mani degli Stati, allora la partita si può giocare, ben sapendo che la dimensione digitale sfugge facilmente ai controlli. Sì deve giocare sul piano fiscale, innanzitutto. E poi su un piano penale. Io per esempio traslerei il principio di una «responsabilità oggettiva» in capo ai dirigenti delle piattaforme: certi filmati non si pubblicano, vanno censurati. Altrimenti scatta la mannaia.
Come stroncare questa pedagogia manipolatoria
Non piace la parola «censura»? Abbellitela ma il concetto resta e non è estraneo alle Big Tech, che usano meccanismi analoghi per «selezionare» ciò deve andare e ciò che va rallentato. Nulla accade per caso nella gigantesca macchina delle piattaforme.
Per questo tocca al legislatore intervenire per rompere questa pedagogia manipolatoria in capo ai predatori della sorveglianza (vado persino oltre la definizione della Zuboff) e colpire al cuore la meccanica, impendendo situazioni ben definite.
Non è un attacco alla democrazia o alle libertà perché i detentori della catena di montaggio sono i primi a trasgredire la libertà e usando le persone come fossero di loro pertinenza. Ne dispongono a loro piacimento. Il caso Guillou. Storia di un’identità cancellata è un libro illuminante scritto da padre Paolo Benanti.
Il caso del magistrato francese Nicolas Guillou
«Nel 2005 Nicolas Guillou, magistrato francese della Corte penale internazionale, viene colpiti da sanzioni imposte dagli Stati Uniti dopo aver emesso mandati d’arresto contro i vertici del governo israeliano. Da un giorno con l’altro la sua presenza sul web viene cancellata: si ritrova senza account Google o Meta, con le carte di credito bloccate e i canali finanziari sbarrati. Senza processo e se possibilità di appello, Guillou subisce una vera e propria “morte digitale”». Lo ha pubblicato Marina Berlusconi, che da tempo si è esposta sul tema.
Il messaggio che parte dalla cronaca (una cronaca sconosciuta ai più) serve a Benanti per richiamare la potenza devastante di questo strumento: non solo Big Tech con un clic può rendere le persone ipervisibilli o fantasmi, ma la sua densità di potere è tale da divenire arma geopolitica. A Marina Berlusconi va riconosciuto il merito assoluto di trattare questi temi e di insistere come casa editrice su un argomento attualissimo, che pochi studiano (a cominciare da Forza Italia; e questo secondo me è paradossale!).
Con la Silvio Berlusconi Editore, Marina ha messo a disposizione della classe dirigente gli strumenti per capire il dietro le quinte di questo potere manipolatorio.
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