Giovane donna che guida una protesta
Proteste di giovani (iStock)

Nell’attuale fase di crisi d’identità del mondo occidentale vi sono elementi semplici da decifrare – come il ridimensionamento del suo peso geopolitico globale – e altri più complessi e subdoli. Tra questi ultimi figura una tendenza autodistruttiva che riduce in cenere tradizioni e culture in nome di un mal concepito politicamente corretto.

Nel 2020, l’ondata di proteste contro il razzismo e il colonialismo seguita alla morte di George Floyd ha travolto diverse città americane e dell’America Latina, portando all’abbattimento, all’imbrattamento o alla rimozione delle statue di Cristoforo Colombo. I manifestanti accusavano Colombo di essere il precursore dello sterminio, della sottomissione e della schiavitù delle popolazioni indigene nelle Americhe. La stessa sorte è toccata alla statua di Abramo Lincoln a Portland, in Oregon, durante la «Giornata della rabbia dei popoli indigeni». A nulla è valso ricordare che la schiavitù fu abolita proprio da Lincoln: un gesto che ha finito per ucciderlo simbolicamente una seconda volta.

Anche i classici del mondo greco e romano sono stati accusati di aver introdotto nella nostra cultura razzismo, sessismo e suprematismo bianco al punto da auspicare l’abolizione del loro insegnamento. Casi di forte impatto mediatico hanno riguardato alcuni professori e gruppi di studenti di Università e di College americani, zelanti nel condannare l’Odissea per misoginia o le Metamorfosi di Ovidio, un testo in cui sono presenti numerosi episodi di stupro. Il più famoso immortalato dal Bernini nella scultura Apollo e Dafne.

Tali episodi testimoniano la volontà di operare una vera e propria riscrittura della memoria pubblica, aprendo un dibattito globale che contrappone chi intende rimuovere i simboli del passato coloniale a chi difende la tradizione e la memoria storica. È in corso una sorta di guerra contro la storia: statue abbattute, parole bandite, opere d’arte e libri messi all’indice, programmi scolastici «decolonizzati».

Sotto le insegne del politicamente corretto si consuma una crociata morale che punta a riscrivere le radici dell’Occidente. Persino le sue conquiste più alte – dalla filosofia greca all’Illuminismo, fino alle scoperte scientifiche della modernità – vengono oggi accusate di complicità con la violenza e l’oppressione. Ridurre la storia occidentale a un semplice elenco di colpe è ormai un riflesso diffuso nel dibattito pubblico e accademico.

Sensibilità delle minoranze e «decolonizzazione» delle menti: cosa c’è dietro al woke

Quali sono le motivazioni ufficiali che supportano questi comportamenti? In sintesi, le argomentazioni si basano su due pilastri: la necessità di rispettare la sensibilità delle minoranze per correggere i torti del passato, e l’urgenza di «decolonizzare le menti», emendando il presente dal lascito imperialista dell’Occidente. Tuttavia, analizzando a fondo queste premesse, ne emerge la natura paradossale.

L’idea di «correggere i torti del passato», se presa alla lettera, chiede l’impossibile. Il passato è ciò che è stato; nulla può modificarlo. Quand’anche concordassimo sul fatto che determinati soggetti abbiano subito un’ingiustizia secoli fa, quell’offesa è scomparsa insieme a chi l’ha vissuta. Possiamo deprecare la schiavitù dei secoli scorsi, ma non possiamo risarcire né consolare chi l’ha patita. Questa creazione ex novo di uno stato d’animo offeso è un elemento cardine della temperie culturale contemporanea.

Ci si rivolge alla storia muovendo inevitabilmente dagli interessi del presente. Ma se l’atteggiamento è autenticamente storico, ci si accosterà al passato per comprenderne i meccanismi nella loro alterità. La storia non è quasi mai un modello ideale da imitare, bensì un esercizio di valutazione delle dinamiche umane, dei rapporti di causa-effetto e dei meccanismi socio-economici. È un’esperienza di analisi della particolarità irripetibile che allena a riconoscere, per analogia, le tendenze del presente.

Nella celebre Apologia della storia, Marc Bloch descriveva il rapporto tra passato e presente come un cortocircuito indissolubile: «L’incomprensione del presente nasce inevitabilmente dall’ignoranza del passato. Ma non è forse meno vano affaticarsi nel comprendere il passato, se non si sa niente del presente». Questa massima è il prisma ideale attraverso cui leggere lo scontro sulla logica della cancellazione, stretta tra i rischi del «presentismo» e quelli della riscrittura della memoria nello spazio pubblico.

Quando l’idea di fare i conti con il passato si traduce in rimozioni iconoclaste di monumenti, cade nella prima trappola indicata da Bloch: pretende di «correggere» il presente ignorando la complessità del passato. All’atteggiamento analitico subentra la volontà di condannare. Attraverso una griglia moralistica e anacronistica, il gesto rischia di trasformarsi in un’autoassoluzione contemporanea. Rimuovere la statua di un personaggio problematico – che sia un mercante di schiavi come Edward Colston o un protagonista del colonialismo – non cancella la violenza sistemica che essa rappresenta. Trasforma un conflitto storico in una tabula rasa e priva il cittadino del suo strumento più prezioso: la conoscenza delle radici del male e delle contraddizioni della propria civiltà.

Vi è poi un paradosso profondo. Iconolatria e iconoclastia – la venerazione cieca dell’immagine e la sua distruzione violenta – sono due facce della stessa medaglia: entrambe attribuiscono al simbolo un potere assoluto, capace di sostituirsi alla realtà. Lo mostra già l’episodio biblico del vitello d’oro, costruito da Aronne e distrutto da Mosè. Specularmente, l’atteggiamento opposto – la difesa dogmatica dello status quo monumentale in nome di un’identità «che non si tocca» – cade nella seconda trappola : pretendere di comprendere il passato ignorando le esigenze del presente. I difensori ad oltranza dei simboli dimenticano che lo spazio pubblico è dinamico e politico. Un monumento non è un documento d’archivio o un manuale scolastico.

La terza via distruzione sconsiderata e conservatorismo sordo

Una risposta equilibrata sia alla distruzione sconsiderata sia al conservatorismo sordo arriva dallo storico Massimo Montanari nel saggio Le statue giuste. La sua proposta non è cancellare le testimonianze del passato, ma risemantizzarle: cambiarne il significato nello spazio pubblico attraverso la contestualizzazione e l’affiancamento di nuove narrazioni. L’esempio emblematico è il monumento dei “Quattro Mori” a Livorno. La scultura seicentesca raffigura il granduca Ferdinando I de’ Medici in cima al piedistallo con quattro pirati barbareschi incatenati ai suoi piedi. Nata per celebrare la vittoria medicea sui corsari, l’opera incarna una retorica di assoggettamento. Anziché abbatterla, la «terza via» propone di rifiutare l’amnesia mantenendo il monumento per ricordare ciò che siamo stati, trasformandolo al contempo da luogo di celebrazione a spazio di pedagogia civica. In quest’ottica, le statue non devono essere né divinità intoccabili né capri espiatori. La storia deve servire da laboratorio critico, non da tribunale morale.

Questa spinta all’emendamento e alla cancellazione – potente e pervasiva nei media, nella scuola e nell’università – necessita di essere corretta. Nell’Europa settentrionale il fenomeno è più radicato, mentre nell’Europa meridionale si limita prevalentemente a tentativi di revisione del linguaggio e al superamento delle nozioni tradizionali di famiglia e identità.

La concezione più radicale del concetto di cancellazione presuppone che qualunque fase storica con elementi oggi inaccettabili debba essere condannata in toto. Manca la consapevolezza che nessuna epoca reale è mai stata il paradiso in terra: ogni era storica contiene contraddizioni, punti ciechi ed errori immanenti. Giudicare il passato con i parametri morali del presente è una forma di «presentismo», un vero e proprio imperialismo culturale che pretende di colonizzare la storia con le categorie dell’oggi.

A ben guardare, l’Occidente si trova oggi stretto in una morsa: da un lato è attaccato internamente dai fautori della decolonizzazione; dall’altro dal determinarsi di una sorta di «colonizzazione» dovuta ai grandi processi migratori, che portano nelle nostre società soggetti privi, per ovvie ragioni originarie, di quella medesima memoria storica. Se non saremo in grado di allentare questa morsa attraverso il dialogo critico e la comprensione della storia, l’esito finale di questo processo rischia di essere la progressiva dissoluzione dell’identità culturale europea e occidentale.

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