Il sindaco di Saint-Denis, Bally Bagayoko, alla Stampa ieri ha raccontato di essere cresciuto in una famiglia «numerosa e felice», di origini nigerine. In Francia ha potuto studiare, candidarsi, farsi eleggere. Ora predica la violenza legittima «in alcune circostanze» e la «rivoluzione di cittadinanza». Youssef Siher, presunta mente dei rivoltosi, in Italia ha preso un dottorato, è stato stagista dell’Ispi e collaboratore del Fatto Quotidiano. A riprova che, sul «disagio» dei maranza, ci stanno raccontando una marea di menzogne: il punto non è che l’Occidente li discrimina; il punto è che, in cambio delle attenzioni, riceve disprezzo.

Disuguaglianze economiche e modello capitalista

Ieri, su Repubblica, Massimo Giannini se la prendeva con «il dominio incontrastato del modello capitalista». Allora sì che avrebbe ragione Bagayoko: l’unica soluzione sarebbe la rivoluzione. E invece il sistema si può migliorare. E viene migliorato. Ci ha provato persino Giorgia Meloni. Lo dimostrano i numeri: l’Eurostat, per esempio, ha certificato che, nel nostro Paese, la diseguaglianza nella distribuzione dei redditi è scesa, nel 2025, al livello più basso registrato dal 2014. Certo, rimane superiore alla media europea: su una scala da 0 (perfetta uguaglianza) a 100 (tutta la ricchezza concentrata nelle mani di un’unica persona), noi siamo a 31,0, l’Europa a 29,2. C’è ancora tanta strada da fare, ma un po’ è stata fatta: in un anno, un calo di 2,2. Tra gli under 18, il coefficiente di Gini, che misura la ripartizione delle risorse, è sceso da 31,1 a 29,3 tra il 2024 e il 2025; la media europea è 28,6 e si è ridotta solo di 0,1.

Meritocrazia e disuguaglianze: il confronto politico

Dopodiché, esistono diseguaglianze e diseguaglianze. Ci sono quelle, ingiustificabili sulla base del merito, che avariano il «modello capitalista». Un unico governo fatica a superarle, perché occorrerebbe una sorta di conversione politica globale. Ma ci sono anche le disuguaglianze che è bene conservare, perché chi lavora duro non è uguale a chi colleziona sussidi. Dovrebbero saperlo, quelli che adesso sommergono di parole comprensive i giovani, mentre qualche anno fa, quando erano al potere, li insultavano perché erano troppo choosy, «schizzinosi». «Sembra che il sogno di migliorare la propria vita stia svanendo», ha piagnucolato Elsa Fornero. «L’ascensore sociale si è bloccato», ha ribadito Beppe Sala. Dov’erano loro, mentre accadeva la tragedia?

Occupazione giovanile e potere d’acquisto delle famiglie

Dieci anni fa, la disoccupazione giovanile era al 36,7%; ad agosto 2026 era inferiore di 16,4 punti (20,3%). A luglio, gli occupati totali, in Italia, hanno raggiunto la quota storica di 24.370.000, in crescita dell’1,3% su base annua. Il tasso di disoccupazione tra 17 e 74 anni si è attestato al 5,6%. Va tutto bene? No: ci sono ancora troppi inattivi tra donne e ragazzi tra 15 e 24 anni. E il potere d’acquisto delle famiglie ha subìto una nuova contrazione. Non per colpa della Meloni, ma per via di una congiuntura geopolitica sulla quale solo tre o quattro leader nel mondo possono esercitare una qualche influenza. D’altro canto, assorbiti i chiari di luna della guerra in Ucraina, era stato proprio il centrodestra a intercettare la fase migliore, nel quarto trimestre del 2023: massima crescita su base annua dei salari, crollo dell’inflazione. Dalla scorsa primavera, la tendenza si è invertita.

Pnrr, scuole e borse di studio: le opportunità per i giovani

Eppure, nonostante la difficoltà, per i ragazzi le opportunità ci sono. Con il Pnrr, è stata messa in cantiere la ristrutturazione di 10.000 scuole e sono stati realizzati 33.000 posti letto per gli universitari; altri 30.000 saranno disponibili entro il 2027; il 30% verrà riservato a studenti indigenti ma capaci. Quanto alle borse di studio, che secondo l’Udu, caso unico nel continente, in Italia non verrebbero corrisposte, i dati parlano chiaro: l’ultimo report ministeriale documenta una copertura pari al 99,8%. Non è il 100%, ma neppure il il 50, il 20, o lo zero.

Maranza e integrazione: il dibattito sul disagio sociale

Poi c’è il capitolo maranza. Quelli nei confronti dei quali saremmo in debito permanente, perché non li accogliamo abbastanza, non li integriamo abbastanza, non li facciamo sentire abbastanza parte della comunità.

Esperimento mentale: famiglia immigrata, regolarmente residente in Italia. Il babbo guadagna 1.200 euro; la mamma è disoccupata; ci sono due figli da sfamare. Tra aiuti vari (assegno unico, eventuale assegno d’inclusione, eccetera), ogni mese può entrare un migliaio di euro extra, oltre ad agevolazioni su bollette, affitto e mense scolastiche. Vita da nababbi? Neanche per idea. Ma una rete di protezione, per quanto carente e inefficiente, esiste. E si regge su chi si è spaccato la schiena per una vita: più dei tre quarti dell’Irpef sono pagati da meno del 30% dei contribuenti. Nel 2025, gli stranieri sono costati 5 miliardi di bonus e sussidi; intanto, oltre l’80-90% del gettito fiscale grava sui dipendenti e sui nonni. Semmai sono loro che dovrebbero incazzarsi.

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