Nessuno si stupisce degli ultimi massicci licenziamenti in Netflix, ma questa volta non si tratta soltanto dei disastri delle serie televisive woke giacché tutto il settore della produzione cinematografica sta iniziando a subire le conseguenze della grande rivoluzione tecnologica basata sull’Intelligenza artificiale.
Alcuni settori ne risentono per primi – è di pochi giorni fa la grande questione nata attorno alla riproduzione tramite «reverse coding» di alcuni tra i più importanti software al mondo – e i lavoratori licenziati, così come le aziende che vedono scomparire il valore dei propri brevetti, protestano comprensibilmente ponendo al contempo un’essenziale questione filosofica sul significato del lavoro.
Intelligenza artificiale e lavoro, la rivoluzione tecnologica riapre la questione del significato della vita
Partendo dal presupposto che non è il lavoro che conferisce significato alla vita ma è la vita che deve usare il lavoro come strumento, l’idea di «realizzazione tramite il lavoro» è tipicamente moderna, viene dal Calvinismo e ha trovato nella Seconda rivoluzione industriale il suo momento di definitiva espressione.
L’automazione dei processi lavorativi, consentita prima dalla macchina a vapore e poi dall’elettricità, ha modificato la vita umana e plasmato le nuove società industriali. Ha anche creato la nuova realtà sociale della «classe operaia» intesa come risultato della conversione delle masse contadine in masse di lavoratori nelle fabbriche.
Non possiamo tuttavia dimenticare che tale fenomeno non fu affatto una pura «conquista del progresso» se non altro perché produsse quello che fu forse il più grave peggioramento complessivo delle condizioni di vita della storia.
Masse di contadini le cui vite erano strutturate sulla base di un rapporto col lavoro di concezione ancora medievale – e quindi migliore di quella moderna – si videro irreggimentati secondo modalità militari all’interno di una vita fatta di pura produzione.
Dalla fabbrica ottocentesca alla finanziarizzazione, come il lavoro ha subordinato l’esistenza
Alla metà dell’Ottocento il lavoro non cambiò semplicemente da «umano» a «meccanico» ma proiettò sulla vita umana un nuovo rapporto con il tempo e con il mondo producendo altresì due novità assolute: alienazione e nevrosi.
Il tempo contadino era scandito da cicli naturali e religiosi non basati sulla distinzione tra lavoro e vita, al contrario il tempo della fabbrica imponeva una separazione netta, una quantificazione continua e la priorità degli obblighi produttivi su tutti gli altri aspetti della vita.
Dalla vita invivibile alla lotta di classe, Marx trasforma il lavoro in strumento di emancipazione
La «vita invivibile» nacque per l’appunto da questa scissione, non dal fatto che si lavorasse di più – anche se fu effettivamente così – ma dal fatto che il tempo del lavoro diventava il «tempo della vita» e tutto il resto veniva degradato ad interstizio, a riacquisto delle forze, a «dopolavoro».
Fu proprio allora che nacque l’identificazione tra «vita» e «lavoro» e con essa la subordinazione del significato della vita all’”impiego» ed alla «benedizione» rappresentata dal successo economico.
Il rigetto della vita invivibile fu alla base dei primi movimenti operai, dotati di così grande forza ideale proprio perché basati sulla constatazione di una oggettiva condizione di invivibilità.
Da Paul Lafargue a tutto il primo Operaismo il lavoro salariato veniva identificato come «ostacolo alla vita» non tanto in virtù di una ricerca irrazionale di benessere piovuto dal cielo ma in quanto constatazione oggettiva del degrado nel quale il lavoro ottocentesco aveva gettato l’uomo.
Ci penserà poi Marx, in particolare con la pubblicazione del Manifesto nel 1848, a ridefinire il lavoro nelle fabbriche come «la leva attraverso la quale la classe operaia può appropriarsi dei mezzi di produzione» privando così di legittimità ogni seria critica dell’alienazione e consentendo il disinnesco delle spinte rivoluzionarie – che per tutta la seconda metà dell’Ottocento fecero tremare il mondo – dando in cambio al proletariato le cosiddette «conquiste dei lavoratori».
Aumenti salariali, diminuzione del tempo di lavoro e sindacalizzazione delle proteste. Conscia di vivere nella «fase di transizione» ed in costante attesa delle «condizioni rivoluzionarie» la classe operaia accettò che il tempo della vita rimanesse scandito e organizzato attorno alla produzione.
Questa fu la genesi del mondo nel quale ci troviamo, questa è la sequenza storica che ci ha portati nel Novecento e che ha consentito il trionfo del Grande capitale e la finanziarizzazione del sistema economico coronata dalla Globalizzazione.
L’IA non ruba il lavoro all’uomo: le macchine devono liberarlo dalle mansioni automatizzabili
Ora, affermare che l’attuale rivoluzione tecnologica basata sull’IA e sulla robotica sia qualcosa che «toglie lavoro all’uomo» è senza dubbio vero, a patto però di capire bene di che «lavoro» e di che vita si stia parlando.
In linea generale qualsiasi lavoro possa essere svolto da una macchina è giusto che sia svolto da una macchina e non dall’uomo, ferma restando la convinzione che le mansioni creative dell’uomo – che non sono «lavoro» ma atti di realizzazione esistenziale – non potranno mai essere sostituite in quanto coessenziali alla stessa umanità.
Il rischio semmai è farsi schiavi delle macchine, esattamente come nell’Inghilterra vittoriana, e non certo usare le macchine volanti di Musk per spostarsi, ma si tratta di un rischio che l’uomo deve affrontare da sempre.
La Sinistra contro il progresso tecnologico, il paradosso dei nuovi neoluddisti
Resta un’ultima questione: come mai oggi a scoprirsi neoluddista sia proprio la parte politica che dovrebbe difendere la qualità della vita umana, la stessa che vanta come «progresso» un sistema produttivo basato sull’importazione di masse di immigrati per dichiarata deflazione salariale.
Il motivo è semplice: perché è stata proprio la Sinistra a costruire questo mondo ed ora vede messi in pericolo i dispositivi di potere costruiti attorno ad esso.
Ecco perché è la Sinistra oggi a rivestire la parte del più incallito dei «conservatori» rilanciando le più caotiche battaglie, anche contro il progresso tecnologico, affinché nulla cambi.
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