All’improvviso sono tutti rivoluzionari, tutti barricaderi. Sono tutti sociologi e politologi, in aggiunta. Vengono a spiegarci le origini del disagio e della rabbia sociale, si atteggiano a ribelli e ottengono qualche titolo di giornale senza fatica. A parlare delle manifestazioni di piazza sono arrivati anche i rapper e i trapper italiani, subito ascoltati dai media come fossero le voci della verità.
Ghali, Marracash, Sayf: i pezzi grossi dell’hip hop schierati in buon ordine, tutti – prevedibilmente – dalla stessa parte. A soffiare sul fuoco, fingendo di non capire. Ghali, al solito, fa il profeta.
«A tutti i ragazzi che scendono in piazza, a quelli che hanno il coraggio di affrontare discorsi scomodi e a chi, nel silenzio, cerca la pace con sé stesso», scrive. «Continuate a lottare per ciò in cui credete, anche a costo di sembrare pesanti. La libertà di pensiero e d’animo è l’unica libertà di cui possiamo disporre in questa vita». Belle parole. Peccato che non spieghi dove stia esattamente la libertà di pensiero fra coloro che assaltano i negozi dei grandi marchi per saccheggiare scarpe, vestiti e gioielli.
Come i rapper incitano i saccheggi
Non lo spiega nemmeno Marracash, uno che pure avrebbe intelligenza e esperienza sufficienti per dire qualcosa di originale. E invece… «Con le buone non cambi le cose. Aspettavo questa reazione da tempo e credo che siamo solo all’inizio», pontifica.
«Chi mi conosce sa bene da che parte sto. Le diseguaglianze sociali sono la mia battaglia, alla ribellione ho dedicato la mia vita. Ecco da che parte sto. Un anno fa da un palco dicevo che il potere capisce solo il potere e che è ora che il popolo mostri il proprio».
E ancora: «La violenza va condannata, ma anche quando la polizia manganella gli studenti, quando ci sono i caschi senza numero di matricola, lo scudo penale. Per una generazione senza futuro, che studia per niente, distrutta dagli psicofarmaci , messa ai margini davanti a una vetrina di status symbol che non avrà mai e il mantra che sei quello che hai e cioè niente. Esistono molte forme di violenza».
I commenti i Marracash
A distanza di qualche ora da questi primi commenti, Marracash è tornato sulla questione. Ha frignato un po’ dicendo di avere subito tanti attacchi online, e ne ha approfittato per ribadire che lui ci mette la faccia: «Ok, mi sono preso una vagonata di merda, ci sta, me lo aspettavo», ha scritto su Instagram.
«Esporsi vuol dire letteralmente questo, mettere la faccia fuori dal finestrino e prendersela tutta. Mi stanno bene i titoli dei quotidiani nazionali e delle paginette che estrapolano due frasi ad effetto per i loro titoloni, ci sta anche questo, fa parte del gioco».
Povera stella, lo hanno attaccato: davvero un prezzo altissimo da pagare per il suo strabiliante impegno politico… Proprio per dimostrare di essere un indomito combattente per la libertà, il caro Marra ha aggiunto qualche parola di circostanza sulla condanna della violenza e altre considerazioni sociologiche un tanto al chilo sul malessere diffuso. Ah, che belle le lagne sulla generazione senza futuro, soprattutto se a proferirle è uno dei massimi cantori di quella generazione.
Viene da chiedersi: che obiettivo, che coscienza politica, che critica sociale hanno saputo offrire questi illustri rapper alle masse di ragazzini che li ascoltano? Con quali sogni e speranze hanno dipinto l’immaginario di minorenni e neo maggiorenni? Se vogliono discutere di politica, i nostri artisti eroi, allora lo facciano sul serio e si prendano le loro belle responsabilità.
L’ipocrisia di Ghali, Marracash, Sayf e altri rapper
Per prima cosa, sarebbe utile che Marracash, Ghali e soci la smettessero di fingere di non sapere che cosa sia successo a Milano. A sfasciare le vetrine non erano studenti in rivolta, bensì maranza impegnati nel saccheggio. Una razzia fine a sé stessa che nulla esprime se non astio per la civiltà circostante.
E che cosa hanno rubato o cercato di rubare quei simpatici ragazzotti? Esattamente ciò che da anni rapper e trapper esibiscono nei loro video e nei loro testi: gioielli, scarpe, vestiti firmati. Ora scrivono tante belle e profonde analisi, ma a creare culturalmente il maranza sono stati loro, i geni dell’hip hop.
Hanno fatto parecchi soldi celebrando i delinquentelli di strada, i piccoli spacciatori, i criminali e le gang. Hanno elevato a religione il culto del denaro e della ricchezza esibita. Quel modello di sneakers, quella felpa, quella collana. I simboli dello status e del potere che ora fingono di criticare.
Certo, alcuni si sono limitati a descrivere la realtà che vivevano, altri invece si sono gettati a capofitto nello stereotipo. Lo hanno cavalcato per avere successo, e adesso tifano rivolte perché devono compiacere il loro pubblico.
L’onestà di Fedez
A tale riguardo va notata l’onestà di Fedez, che commenta: «Dentro le vetrine distrutte ci sono anche gli artisti ricchi che vi sostengono. Il vostro artista preferito, alla fine della giornata, tornerà in prima fila alle sfilate di Louis Vuitton». Poi la conclusione: «Siamo noi che promuoviamo quell’idea di vita e di successo».
Fedez dice la verità, ma finora è stato l’unico a volare oltre le banalità di cui si riempiono la bocca personaggi anche dotati di un certo talento come Sayf. Il quale ovviamente ha ripetuto la tiritera pro manifestanti: «Puntano il dito contro la violenza delle manifestazioni per delegittimarle, per togliere il diritto alle persone di ribellarsi a un sistema che non funziona e di avere un futuro senza essere prese per il c*lo da una classe dirigente degenerata», scrive il nostro.
«Non crediamo alla loro propaganda, è la tecnica più vecchia del mondo: sono loro che si infiltrano nelle manifestazioni per renderle violente, loro che accendono il faro sulla violenza di pochi, loro che la istigano in primis». Poi aggiunge da vero ribelle: «La violenza delle manifestazioni non è e non sarà mai paragonabile alla violenza con cui si permettono di togliere dignità alle vite delle persone, con cui fanno vincere il guadagno sopra la vita delle persone, con cui assecondano la sete di potere di certi maiali. Siamo uniti in quanto persone, non c’è destra o sinistra, ma c’è un sotto e un sopra. E noi siamo tutti sotto».
Loro erano quelli che mitizzavano il lusso e la ricchezza
Veramente, lui e i suoi colleghi non sono sotto. Sono milionari che ancora giocano a fare quelli di strada. Sono stati bravi, hanno avuto successo, sono la dimostrazione vivente che se uno ha talento e lavora sodo qualche possibilità ce l’ha. Ma preferiscono fare quelli cattivi e real che se la prendono con i poliziotti.
Che pena. Ai tempi del Covid se ne stavano tutti zitti, timorosi solo di perdere soldi perché non potevano esibirsi dal vivo come il povero J-Ax. Raramente li abbiamo visti contestare il potere vero, allontanarsi dal racconto patetico della vita di periferia che, per loro, è lontana anni luce. Al massimo riescono ad affastellare qualche slogan pro Pal prodotto in laboratorio, qualche frase a effetto sul razzismo sistemico e le case popolari, niente di più. E per questo il sistema lì premia, li ha resi famosi e potenti: i burattini ribelli funzionano sempre.
Peccato solo che cd e vinili ormai non li venda più nessuno. Non avremo nemmeno il gusto di vedere i maranza che saccheggiano le pregiate opere dei loro eroi. Ma abbiamo la sensazione che, se invece di spaccare vetrine i «nuovi italiani» dessero l’assalto alle eleganti abitazioni dei rapper, questi ultimi non sarebbero così entusiasti della rivoluzione.
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