Che a sinistra non sappiano più a che santo votarsi – anzi, a quale poltrona attaccarsi – lo dimostra il fatto che, per mettere insieme i pezzi di una coalizione che non sta insieme neanche con il Super Attak, stanno offrendo a Giuseppe Conte qualsiasi cosa.
Per convincere il leader dei 5 stelle a farsi da parte nella corsa alla leadership del campo largo, prima gli hanno proposto lo scranno di presidente della Camera. Poi, di fronte al suo rifiuto, sono passati a quello di presidente del Senato.
Quindi, visto che pure questo è stato respinto, ecco pronto uno strapuntino da commissario Ue, anche se la Commissione europea non è in scadenza e probabilmente non lo sarà ancora per un pezzo. A questo punto manca solo che, per levarsi dai piedi un concorrente giudicato pericoloso, Elly Schlein arrivi a ipotizzare la nomina a capo dello Stato. Poi, nel caso di ulteriore diniego, resterebbe solo il soglio di Pietro, ovvero offrire a Conte, che per altro ha studiato a villa Nazareth, prestigiosa istituzione universitaria presieduta dal cardinale Silvestrini, l’elezione a pontefice.
Il campo largo e le divisioni sulla leadership
Non so quale fondamento abbiano le voci che circolano a Roma e che assicurano la costante pressione sul leader pentastellato affinché, in cambio di nomine pesanti, si ritiri dalla corsa delle primarie. Sta di fatto che l’insieme di chiacchiere che ruotano intorno alla consultazione con cui si vorrebbe scegliere il candidato del campo largo dimostra quanta confusione ci sia a sinistra. Ma soprattutto quante divisioni esistano e come l’alleanza fra compagni rischi di morire prima ancora di nascere.
Non è vero quello che ha detto il segretario del Pd chiudendo la Festa dell’Unità a Reggio Emilia, e cioè che l’opposizione è pronta a esprimere un candidato oltre che a governare. Se domani mattina fossero indette nuove elezioni, la sinistra non avrebbe un leader da schierare e allo stesso tempo nemmeno un programma da presentare, perché quello elencato dalla segretaria in un’ora e mezza di chiacchiere non è una piattaforma che contenga proposte concrete, da adottare nei prossimi anni, ma solo l’elencazione di una serie di temi e problemi che affliggono il Paese.
Schlein rinvia il programma comune e le primarie
Che, oltre al nome del candidato presidente del Consiglio, Schlein non abbia detto nulla di nuovo, ma soprattutto di decisivo, lo dimostra l’annuncio di ieri della stessa segretaria del Pd, la quale alla festa del Foglio ha svelato come il programma della coalizione debba ancora essere scritto, promettendo di averlo pronto entro l’anno. Ma come? Non era già tutto definito? La leader del Partito democratico non aveva invitato Meloni a sloggiare perché adesso tocca a lei e ai suoi compagni? A quanto pare, se si mettono da parte le invettive, si scopre che a sinistra un programma comune, quello che una forza di governo deve presentare se ambisce ad andare a Palazzo Chigi, non esiste.
E non c’è soltanto la questione grossa come una casa di che fare con la guerra in Ucraina, se cioè continuare a sostenere Kiev o chiudere i rubinetti. Ci sono anche i temi dell’energia, delle tasse (patrimoniale o no?), della Difesa, dell’ambiente, dell’immigrazione e della sicurezza. Per non parlare poi di scuola, sanità, servizi eccetera. Pd, Avs, 5 stelle e Italia viva su questi argomenti hanno forse le stesse idee? Ovviamente no. Ed è per questo che Schlein sposta l’argomento un po’ più in là, rinviando le proposte da presentare agli elettori alla fine dell’anno e magari anche ai primi di gennaio o di febbraio. Se si allungano i tempi, lei guadagna tempo, perché non deve fare una campagna elettorale per le primarie combattendo con avversari come Conte, più popolari e certo anche più populisti di lei. Soltanto sul tema della guerra in Ucraina, fra gli elettori di sinistra l’ex premier vincerebbe a mani basse.
Il nodo delle liste e la tenuta della segreteria dem
Qualcuno potrebbe obiettare che più rinvia la consultazione sulla scelta del candidato premier e più si rischia di non riuscire a farle, queste benedette primarie. Ma a Schlein questo interessa poco. Per lei conta arrivare viva alle elezioni del prossimo anno. E delle primarie che la vedessero soccombere certo non la lascerebbero al suo posto. Se invece la consultazione non ci fosse o avvenisse proprio a ridosso delle elezioni, la segretaria avrebbe in ogni caso salva la poltrona. Infatti, a pochi mesi dalle elezioni non si può indire un congresso per cambiare segretario, e dunque lei resterebbe in sella anche se i suoi la volessero disarcionare.
Vi chiedete a che cosa servirebbe prolungare l’agonia? Semplice: a decidere le liste dei candidati. Così, a prescindere dal risultato del voto delle primarie, lei preserverebbe il controllo su senatori e deputati, garantendosi, se non un futuro da premier, almeno uno da influente capo corrente.
Le vecchie guerre intestine della sinistra
Insomma, avete capito: siamo alle solite guerre intestine della sinistra, che in passato abbiamo visto con Prodi, D’Alema, Bersani, Letta e così via, compagno segretario dopo compagno segretario. La sola differenza è che, se questi sono durati un anno o qualche mese, lei batterebbe ogni record. Con simili premesse, immaginate un esecutivo con una coalizione a pezzi prima ancora di nascere: a Palazzo Chigi durerebbe quanto un gatto in tangenziale.
Aggiungete inoltre che la gamba centrista della combriccola ha più leader che partiti (l’ultima formazione è nata con due teste: quella dell’ex capo degli esattori e dell’ex numero uno delle spie) e, per di più, molti di questi oltre a sgomitare per un posto da ministro si detestano. Dunque, non dubitate: nei prossimi mesi ci sarà da divertirsi.
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