Ci vuole coraggio, se si è il presidente del Consiglio, a non applicare una sentenza del Consiglio di Stato. Ma ce ne vuole ancora di più a emettere una sentenza che concede ai magistrati un aumento retroattivo di 100.000 euro a testa, con un costo complessivo per le casse pubbliche di 1 miliardo.
Il ministro dell’Economia fa fatica a trovare le risorse per ridurre le accise e anche per contenere gli aumenti delle bollette a carico delle famiglie più povere. Giorgetti non ha molti soldi da mettere sulla sanità e anche sull’istruzione, non solo perché gli occhiuti funzionari di Bruxelles lo impediscono, ma perché il precedente governo giallorosso, quello guidato da Giuseppe Conte e sostenuto dal Pd, ha dilapidato 174 miliardi con il Superbonus.
Però, mentre le regole europee e le follie della sinistra condannano gli italiani a tirare la cinghia, il Consiglio di Stato, ovvero i magistrati competenti per i ricorsi che riguardano la giustizia amministrativa, decide che le toghe guadagnano troppo poco e hanno diritto a un aumento che, tra arretrati e incrementi, vale 100.000 euro a testa. Risultato totale a carico della collettività, come detto, 1 miliardo.
Quanti aiuti si possono distribuire con 1 miliardo? Beh, fate conto che nel bilancio statale del 2026 sono stati inseriti 627 milioni di euro in favore delle persone con disabilità e dei familiari che le assistono, i cosiddetti caregiver. In pratica, non dico che col miliardo destinato dai giudici amministrativi ad altri giudici si potrebbe triplicare la spesa, ma quasi.
Dunque Giorgia Meloni, con una decisione a sorpresa, ha annunciato che quel miliardo ai magistrati non ha intenzione di erogarlo, ritenendo evidentemente la sentenza del Consiglio di Stato uno schiaffo in faccia agli italiani. Mentre al resto della popolazione si chiede di fare sacrifici, perché i costi dell’energia sono pesanti, e si aggiunge che i salari non possono essere aumentati a causa della situazione generale dell’economia, al punto che molti contratti sono fermi da anni, i giudici amministrativi decidono autonomamente. Senza tenere in alcun conto la situazione della finanza pubblica, tutti i magistrati, cioè sia quelli del Consiglio di Stato che quelli ordinari della giustizia civile e penale, hanno quindi diritto a 20.000 euro di aumento l’anno più 70.000 di arretrati. Boom. Nel senso che basta una simile decisione per far esplodere i conti pubblici, perché 1 miliardo fa saltare ogni parametro.
Come nasce l’aumento delle toghe
Ma da che cosa origina la decisione del Consiglio di Stato? Da una sorta di diritto acquisito dovuto ai parametri Istat che, in relazione agli aumenti elargiti a favore del pubblico impiego, vale a dire per i dipendenti pubblici, rivede al rialzo anche gli stipendi delle cosiddette categorie non contrattualizzate, come appunto i magistrati.
Qualcuno potrebbe osservare che, se la regola è questa, ovvero se la retribuzione delle toghe va adeguata automaticamente a quella degli altri lavoratori dello Stato, i magistrati hanno diritto a ottenere l’adeguamento. Peccato che le norme siano fatte per essere interpretate.
Avete presente il meccanismo di rivalutazione che riguarda i trattamenti previdenziali? Siccome ogni anno l’inflazione erode un po’ del potere d’acquisto delle pensioni, esiste — o meglio, esisteva — un meccanismo che, sulla base dei calcoli dell’Istat, perequava le pensioni. Il sistema era previsto perché, a differenza dei lavoratori in attività, quelli a riposo non hanno diritto a chiedere un adeguamento della propria retribuzione al costo della vita. Dunque, provvedeva lo Stato.
Ma poi sono venuti vari governi, a cominciare da quello di Mario Monti e anche altri della sinistra, i quali hanno deciso che la perequazione va bene, ma solo per i trattamenti più bassi, mentre chi ha pagato contributi che consentono di avere un assegno più consistente può anche sopportare di perdere ogni anno un pezzetto della propria pensione.
Le vittime di quella che resta una misura iniqua si sono rivolte ai giudici per veder ripristinati i propri diritti, ma le toghe della Corte costituzionale hanno sentenziato che va bene così e che l’interesse della finanza pubblica viene prima di quello dei pensionati. Un principio che evidentemente non vale per i magistrati, i quali avanzano diritti che non possono essere lesi, mentre quelli di tutti gli altri italiani non contano niente.
Ribadisco: ci vuole coraggio a disconoscere una sentenza del Consiglio di Stato se si è un uomo — o una donna — di Stato. Ma ci vorrebbe molta più faccia tosta ad applicarla.
L’Anm replica: «Faremo valere i nostri diritti»
Il braccio di ferro sugli stipendi delle toghe si sposta sul terreno legale. La premier Giorgia Meloni ha fatto sapere di non voler firmare il dpcm che sblocca gli aumenti per i magistrati, previsti da alcune sentenze del Consiglio di Stato. L’Associazione nazionale magistrati ha risposto con la minaccia di un ricorso.
«Il governo decide, ma se ci sono dei margini faremo un ricorso», ha dichiarato il vicesegretario dell’Anm, Stefano Celli. «Utilizzeremo gli strumenti che l’ordinamento ci riconosce per far valere i nostri diritti, che sono gli stessi diritti degli altri cittadini».
La cifra in gioco è rilevante. Tra arretrati e incrementi, l’aumento vale circa 100.000 euro a testa, per un conto complessivo che la premier ha quantificato in un miliardo di euro. A stabilire che le toghe guadagnano troppo poco sono stati altri magistrati, quelli della giustizia amministrativa.
Davanti al no di Palazzo Chigi, la categoria si prepara così a chiedere di nuovo ai colleghi di darle ragione, con un ricorso che con ogni probabilità finirebbe proprio davanti ai giudici amministrativi. Insomma, nonostante la brutta figura, per ora nessun passo indietro.
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