(Totaleu)
Lo ha dichiarato l'eurodeputata della Lega Anna Maria Cisint a margine del voto in plenaria sul Mercosur, dove è stato approvato il passaggio alla Corte di Giustizia europea.
Lo ha dichiarato l'eurodeputata della Lega Anna Maria Cisint a margine del voto in plenaria sul Mercosur, dove è stato approvato il passaggio alla Corte di Giustizia europea.
Lo grideranno migliaia di agricoltori stamane a Strasburgo «assaltando» la sede dell’Eurocamera sostenuti dalla voce dei trattori: «Von der Leyen vattene». Un’anteprima c’è stata ieri in tutta Italia – con particolari concentramenti nel veronese, a Roma e nel Lazio, lungo l’Adriatico – con i blocchi organizzati dal Cra (agricoltori traditi) e dal Co.api (coordinamento agricoltori e pescatori italiani). La baronessa può anche minacciare i controdazi per 90 miliardi di euro a Donald Trump, può anche mostrare i muscoli per difendere la Groenlandia, che fino a ieri per Bruxelles era «l’isola che non c’è», ma ha un problema: rischia di interpretare un’Europa che davvero non c’è. Il presidente americano, come del resto Xi Jinping e Vladimir Putin, lo sa. Torna stamani in auge un’antica attualissima battuta di Henry Kissinger: «Se devo telefonare all’Europa che numero faccio?».
Mentre il presidente della Commissione pensa di essere alla testa di un contingente anti Trump, la contestazione diventa feroce contro quell’accordo – il trattato di libero scambio col Mercosur – che lei ha firmato con due obbiettivi: fare un favore alla sua Germania e dimostrare che l’Ue non è come gli Usa, crea il più ampio libero mercato del mondo ed è ancora protagonista della globalizzazione. Domani però il Mercosur rischia di saltare: avrebbe ballato solo una novantina di ore perché il Parlamento europeo potrebbe decidere di far giudicare il comportamento della baronessa dalla Corte di giustizia e dopodomani votarle la sfiducia. Quella che stamani gli agricoltori che arrivano da Francia, Belgio, Spagna, Grecia, Polonia, Italia le grideranno in faccia scaricando tonnellate di letame per le strade dell’Alsazia. Peraltro l’Europa i dazi li mette – li sta usando come arma di pressione proprio sugli Usa, cerca d’imporli alla Cina arrivata a un surplus commerciale di 1.200 miliardi di dollari di cui 400 in Ue con un aumento del 5,5% – soprattutto al suo interno, e il Mercosur segna una frattura profonda nell’Ue. Emmanuel Macron che si agita per Trump è il primo ad opporsi alla Von der Leyen sul terreno agricolo, la Polonia – la più intransigente nel chiedere il sostegno all’Ucraina – sfiducia la Commissione sull’accordo commerciale, e così fa l’Irlanda che predica moderazione nei rapporti con l’Usa e l’Austria che mette in crisi l’asse con la Germania.
È un’Europa che si sfalda di fronte alla protesta degli agricoltori. I cantori dell’Ue si sforzano di dire che il Mercosur è una grande opportunità – lo ha fatto ieri il Corriere con Milena Gabanelli – ma raccontano solo un pezzo di verità. I numeri certificano come Ursula von der Leyen abbia lavorato alla distruzione della sovranità alimentare del continente in dispregio della Pac – fu la prima delle politiche comuni – che lei voleva ulteriormente tagliare e che invece avrebbe bisogno di una radicale riforma visto che ai 23 milioni di piccole imprese dell’Ue arrivano solo le briciole. I dati delle importazioni agroalimentari in Europa sono una sentenza. Nei primi dieci mesi del 2025 sono aumentate di 15,5 miliardi di euro (più 11%) peggiorando di quasi 13 miliardi il saldo. Dal Mercosur abbiamo comprato il 14% del totale, è il nostro secondo fornitore dopo il vicino Oriente, Turchia compresa.
Altre cifre raccontano che l’agricoltura è stata sacrificata sull’altare dell’industria tedesca: la Germania esporta verso il Mercosur per 15 miliardi di euro con una crescita del 40% nell’ultimo decennio. A Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay i tedeschi vendono auto, meccanica e chimica che sono oltre il 70% del totale delle esportazioni. In compenso arriveranno senza controlli e a prezzi di dumping 3 milioni di tonnellate di carne di manzo e di pollo dagli allevamenti dove si usano antibiotici vietati in Europa, 600.000 tonnellate di riso coltivato con l’uso di pesticidi proibiti in Ue (il potenziale di coltivazione è sei volte quello europeo), oltre a 180.000 tonnellate di zucchero prodotto anche attraverso lo sfruttamento dei lavoratori. Ma che gli fa, l’importante è che la baronessa sia contenta.
Fino a domani che avrà un alba di tensione per la contestazione degli agricoltori con Coldiretti in testa, ma anche per il voto del Parlamento. Sono 145 gli eurodeputati di Ppe, S&D, Renew, Verdi e The Left che hanno presentato la mozione che chiede alla Corte di giustizia di verificare la compatibilità dell’accordo con i trattati Ue. Fatti i conti, visto che tutti i francesi e tutti i polacchi votano per bloccare il Mercosur, il rinvio ai giudici è sulla carta maggioranza anche perché almeno 50 popolari votano contro il Mercosur. Per questo ieri la Von der Layen ha fatto una riunione «riservata» dei popolari minacciando: «Se il Mercosur fallisce, possiamo dimenticarci l’Ue come attore globale». Il Ppe da sempre si proclama il partito degli agricoltori e per evitare di essere smascherato sembra che chiederà il voto segreto. Tuttavia l’insoddisfazione dei contadini – come fa notare Ettore Prandini, presidente di Coldiretti – non è solo per il Mercosur; è la mancanza dei controlli doganali, dell’etichetta di origine, è il denominare i prodotti come europei in base all’ultima lavorazione, è la mancanza di clausole di reciprocità, ma soprattutto è «l’aver emarginato l’agricoltura scegliendo di finanziare le armi, svendendo come merce diplomatica la sovranità alimentare e questo riguarda tutta la politica di questa Commissione». Dopodomani c’è un altro voto: la sfiducia alla Von der Layen. Lo hanno promosso i francesi di Jordan Bardella, ma il consenso è ampio e divide anche gli schieramenti italiani: 5 stelle, Lega e Avs da una parte, Pdi, Forza Italia e Fdi a sostegno della baronessa. C’è il rischio concreto che vi sia una inedita saldatura: estrema destra ed estrema sinistra più i vari sovranismi per mandare a casa questa Commissione. Per questo Ursula von der Leyen ha fretta di menare le mani; non sa se può dire, come invece l’americana Rossella Hoara di Via col vento, «domani è un altro giorno».
Per non disturbare la manovratrice Ursula von der Leyen si fa silenzio sulla protesta dei campi che stanno diventando campi di battaglia, ma gli autotrasportatori – peraltro pronti anche loro a dissotterrare l’ascia di «guerra», stanchi di un’Ue che si occupa solo di guerra – denunciano la paralisi delle maggiori strade d’Europa. Ovunque i trattori hanno costruito delle barricate d’acciaio e di rabbia contro l’accordo che fra tre giorni la «baronessa» va in Paraguay a firmare. La Coldiretti lo ha ribattezzato «Marcosur», facendo intendere che la Commissione Ue si è piegata per l’ennesima volta alle esigenze a e ai voleri di Berlino. C’è da domandarsi che accordo sia quello del Mercosur se da Suloszowa ad Abony, da Arties a Kalamata, da La Rochelle a Viscri gli agricoltori si sollevano con una situazione di particolare tensione a Parigi dove anche ieri la città è stata tenuta sotto scacco da 350 trattori.
In Italia la rivolta cova sotto la cenere. Per il 19 gennaio il Cra, Comitato agricoltori traditi, coordinato da Danilo Calvani, e il Coapi, che riunisce 37 associazioni di agricoltori e pescatori sotto l’insegna «sovranità alimentare», hanno indetto una mobilitazione nazionale. È ancora incerto se dopo la «sfilata» dei trattori il 9 gennaio a Milano con migliaia di litri di latte sversati davanti al Pirellone ci sarà un’unica manifestazione nazionale o la mobilitazione sarà più articolata. Il giorno successivo a Strasburgo tutte le organizzazioni agricole europee, Coldiretti in testa, sono mobilitate per stringere d’assedio il Parlamento europeo che sarà riunito in seduta plenaria. Spetta all’Eurocamera, sempreché Ursula von der Leyen non tenti di dribblare il voto parlamentare, la ratifica del Mercosur. Sull’intesa grava il ricorso presentato dalla Polonia alla Corte di giustizia europea. Contro la Von der Leyen il gruppo Patriots for Europe – a cui aderisce anche la Lega – ha messo a punto ieri una mozione di sfiducia motivandola col fatto che è stata ignorata «la forte e ripetuta opposizione di diversi parlamenti nazionali, del Parlamento europeo e degli agricoltori europei». Patriots chiederà di discutere la mozione già nella plenaria dal 19 al 22 gennaio. Le probabilità che venga approvata non sono molte, ma a cercare di dare la spallata a Ursula von der Leyen è in primissima fila Jordan Bardella che ha preteso nella mozione un riferimento al governo autoritario del presidente della Commissione.
Il leader del Rassemblement National fa da megafono alla protesta che sta infiammando la Francia. Parigi è stata paralizzata per ore da 350 trattori. Gli agricoltori della Fnsa hanno riversato sul ponte della Concordia 30 tonnellate di patate. Letame è stato scaricato ai principali ingressi della città e quando il corteo dei mezzi agricoli è arrivato all’Assemblea Nazionale è stata steso un gigantesco striscione che ammonisce: «La rivolta agricola riprende». Il leader del maggiore sindacato dei campi Damien Greffin ha annunciato che il 20 di gennaio i francesi con belgi e spagnoli saranno a Strasburgo, poi è stato ricevuto dal premier Sébastien Lecornu che ha promesso entro marzo una legge speciale, mentre la ministra dell’agricoltura Annie Genevard ha garantito che la Francia insedierà una brigata di controllo doganale per le merci che arrivano dai Paesi del Mercosur. In Francia – è per dimensioni la prima agricoltura europea – c’è anche la crisi della zootecnia con le mandrie colpite dall’epidemia di dermatite bollosa e per la prima volta in 132 anni il Salone dell’agricoltura si fa senza gli allevamenti. Il settore zootecnico è anche uno di quelli a maggior rischio di concorrenza sleale da parte del Mercosur. L’iniziativa francese – peraltro Emmanuel Macron ha votato contro il trattato con Austria, Polonia, Irlanda, Ungheria, e il Belgio si è astenuto – rischia di scontrarsi con la Commissione e di riaccendere la rivalità con l’Italia visto che sia Roma che Parigi hanno avanzato la candidatura per ospitare l’autorità doganale europea al fine proprio di controllare le merci in arrivo dal Sudamerica. Perché nel testo del Mercosur la cosiddetta clausola di reciprocità non c’è: importeremo prodotti che dal punto di vista dell’uso di pesticidi, di ormoni, di manodopera sfruttata non danno alcuna garanzia. È vero che gli agricoltori sono circa 12 milioni in Europa, ma la Commissione che delibera contro di loro rischia grosso. La prova? Se il Mercosur deve servire ad esportare, le merci non possono viaggiare. Lunedì su autostrade, accessi portuali e valichi, con effetti immediati su tempi di consegna, catene del freddo e flussi intermodali tra Francia, Spagna nordorientale, Polonia e Belgio i Tir erano impossibilitati a transitare. Per non dire della Grecia e dell’Ungheria dove i principali percorsi sono bloccati. In Francia i blocchi interessano Parigi e Lille con code fino a 30 chilometri, sono off-limits i porti di Le Havre e di La Rochelle, sull’autostrada 63 a Bayonne nord e sulle autostrade A9, A61 e A64 che percorrono il Sud ci sono code che arrivano fino a 150 chilometri. In Spagna la protesta è concentrata in Catalogna con il blocco totale del porto di Tarragona, in Polonia sono sbarrati i valichi con l’Ucraina e i punti più critici sono Medyka, Dorohusk e Hrebenne; il porto di Zeebrugge in Belgio è irraggiungibile e il tribunale di Anversa ha con un’ordinanza evitato un allargamento della protesta che sta già costando milioni di euro considerando che un’ora di fermo per ogni Tir pesa cento euro. Come risultato del Mercosur non c’è male.
Il Mercosur s’ha da fare e Ursula von der Leyen non si cura di avere contro tutta l’Europa dei campi, di aver spaccato il consiglio: ha soddisfatto chi vende auto, macchinari, chimica e farmaci. Tutto per un risparmio in dazi di 4 miliardi attraverso l’accordo commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay, Paraguay con estensione alla Boliva che aspetta di essere varato da un quarto di secolo. Ieri nel Consiglio dei 27 ambasciatori ha incassato il sì della maggioranza europea. Ha però un blocco di Paesi che le votano contro: Francia, Austria, Ungheria, Irlanda (il Belgio si è astenuto, la Grecia ci sta pensando) e la Polonia che ha già fatto ricorso alla Corte di giustizia europea. Se accolto il Parlamento non voterà l’accordo prima di un anno.
La «baronessa» ha forzato la mano per renderlo operativo provvisoriamente in modo da poter andare il 12 o al massimo il 14 gennaio in Paraguay a firmare. Per lei è un successo personale: può tacitare i malumori dell’industria che ha massacrato con il Green deal e può far finta che l’Europa stia battendo Donald Trump nel giardino di casa degli Usa e dove la Cina sta facendo il bello e il cattivo tempo. Ma il rischio politico è altissimo. Deve averlo messo in conto anche Giorgia Meloni che ha convertito la posizione italiana dal no del 15 dicembre al sì di ieri peraltro determinante. Da Palazzo Chigi ha detto: «Non ho mai avuto una preclusione ideologica sul Mercosur, ho sempre posto una questione pragmatica che non riguarda solo il Mercosur: la strategia europea di iper-regolamentare al suo interno aprendo, al contempo, ad accordi di libero scambio è suicida. Io sono per gli accordi di libero scambio, ma anche per deregolamentare. Il sì all’accordo lo abbiamo dato alla luce delle garanzie ottenute per i nostri agricoltori». Sono l’aver limato al 5% per tre mesi il ribasso dei prezzi che fa scattare il blocco dell’import, una quasi reciprocità sui fitofarmaci, un modesto aumento dei controlli doganali, 6,3 miliardi per le emergenze e una mitigazione per 45 miliardi dei tagli sulla futura Pac. Non è tutto ma è molto, almeno a giudizio del ministro agricolo Francesco Lollobrigida e del capo degli eurodeputati di FdI Carlo Fidanza. Ma il prezzo politico è alto. La Lega ha già dichiarato che voterà – a Roma come a Bruxelles – contro il Mercosur. Ursula von der Leyen l’accordo se lo può spendere, ma è da vedere se lo possa praticare. In tutta Europa gli agricoltori stanno paralizzando i Paesi e il 20 gennaio arriveranno a decine di migliaia con altrettanti trattori carichi di letame ad assediare Bruxelles. Ieri Milano era «invasa» da centinaia di trattori «convocati» da Riscatto Agricolo e Coapi e Gian Marco Centinaio – vicepresidente del Senato - accompagnato da Silvia Sardone - vicesegretaria della Lega ed eurodeputata - ha portato la solidarietà agli agricoltori e ha scandito: «Ero contrario al Mercosur da ministro dell’Agricoltura e sono oggi ancora più contrario». Gli agricoltori hanno bloccato le strade e riversato migliaia di litri di latte davanti al Pirellone. Nulla a confronto di ciò che succede in Francia, in Spagna, in Belgio, in Grecia, in Polonia, in Ungheria dove i contadini stanno paralizzando i Paesi. In Francia Jordan Bardella ha costretto Emmanuel Macron al no e ha già annunciato due mozioni di sfiducia contro la Von der Leyen. Le possibilità che passino ci sono. Infine c’è la complessità dell’iter. Strada facendo le garanzie promesse potrebbero attenuarsi e dunque in sede parlamentare – è l’Eurocamera che deve ratificare – potrebbero esserci delle sorprese. Così il Mercosur resta un «accordo in attesa di giudizio». Ed in crisi il consenso verso l’Europa. Il presidente di Coldiretti Ettore Prandini lo ha detto chiaro: «Della Von der Leyen non ci fidiamo; c’è un miglioramento delle clausole di salvaguardia grazie al governo italiano, ma quelle di reciprocità sono insufficienti: l’accordo non ci soddisfa». Luigi Scordamaglia (Filiera Italia): «Ci sono gravi lacune: dalla tutela inadeguata alle indicazioni geografiche, alla mancata reciprocità». Cristiano Fini di Cia-agricoltori: «Sulla reciprocità ci sono solo promesse, la qualità del made in Italy non si baratta».
Sarebbe utile sapere se i contadini dell’Amazonia o della Pampa lasceranno «almeno il 4% della superfice non coltivata per salvaguardare l’ambiente» o se hanno «un protocollo del benessere animale» o «tengono le siepi incolte per consentire la nidificazione dei migratori». Questo sono regole imposte dall’Ue ai nostri agricoltori. Lamberto Frescobaldi, presidente dell’Unione Italiana vini, però è soddisfatto. Ci sono sconti del 27% dei dazi sui vini. Al netto di considerare che il Brasile continuerà a fare il suo Prosecco e che un Chianti (tanto per dirne una) arriverà in Argentina non più a 25 dollari a bottiglia, ma a 18, un Malbec argentino però verrà da noi a 6 dollari. Ma la narrazione dell’eurocrazia è che il Mercosur costituisce una zona di libero scambio con oltre 700 milioni di consumatori. Un miracolo formato Ursula von der Leyen.
Blocco del traffico davanti alla Stazione Centrale: decine di trattori in piazza Duca d’Aosta per dire no all’accordo Ue-Mercosur. Gli agricoltori denunciano concorrenza sleale e chiedono tutele per il settore.

