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Lo ha dichiarato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini durante le proteste degli agricoltori a Bruxelles in concomitanza del Consiglio europeo.
Lo ha dichiarato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini durante le proteste degli agricoltori a Bruxelles in concomitanza del Consiglio europeo.
«Sono contenta che abbia prevalso il buon senso, che si sia riusciti a garantire le risorse che sono necessarie, ma a farlo con una soluzione che ha una base solida sul piano giuridico e finanziario». Lo ha detto il premier ai cronisti in merito all’intesa in Ue sul prestito da 90 miliardi all’Ucraina.
Giorgia Meloni si è anche espressa sul rinvio dell’intesa Ue-Mercosur: «Si sta lavorando per posticipare il summit, il che ci offre altre settimane per cercare di dare le risposte richieste dai nostri agricoltori, le salvaguardie che sono necessarie per i nostri prodotti e consentirci così di poter approvare l’accordo quando, come abbiamo detto, avremo tutte le garanzie».
Lo ha dichiarato l'europarlamentare di Fratelli d'Italia, Sergio Berlato, durante un'intervista al Parlamento europeo di Strasburgo.
Si comincia con la protesta del grano e si finirà con i trattori a Bruxelles. Da stamani Bari e Palermo, le due capitali italiane della cerealicoltura (altri presidi a Firenze, Cagliari e Rovigo), sono le trincee dei coltivatori italiani - in totale 1,2 milioni di ettari a grano con l’Italia che dipende dall’import per oltre 60% tra duro, indispensabile per la pasta di cui siamo leader mondiali, e tenero - che subiscono il dumping dei prodotti esteri.
Li chiama in piazza la Coldiretti di Ettore Prandini per dare un segnale forte ai trasformatori, che impongono prezzi inaccettabili per i nostri agricoltori, ma soprattutto all’Europa che, come sostiene il segretario generale di Codiretti, Vincenzo Gesmundo, si è del tutto rimangiata le promesse che aveva fatto lo scorso anno. Il clima nei campi è caldissimo, ma non c’entrano gli allarmi di Greta Thunberg. C’entra la riforma della Pac(Politica agricola comune, ndr) che viene drasticamente ridotta nell’ammontare, stravolta nella prassi e, soprattutto, penalizza i piccoli agricoltori. Da che Pac è Pac si sa che i maggiori beneficiari sono i latifondisti del Nord-Europa. Ma con la riforma che fa scomparire i fondi per lo sviluppo rurale, questo divario diventa insostenibile.
È stranoto che l’1% delle aziende agricole si è messo in tasca un terzo dei contributi; malcontati, sono 150 miliardi. Ursula von der Leyen, invece di correggere queste distorsioni, distrugge la Pac. La proposta della Commissione, già bocciata dall’Eurocamera e avversata dalla maggioranza dei governi, è di abolire i fondi dello sviluppo rurale e ridurre la Pac a un fondo unico (pagamenti diretti sulle produzioni) tagliando il 20% del budget comunitario (più o meno 70 miliardi); di trasferire i finanziamenti in un fondo unico per ogni singolo Paese; di fondere l’ex sviluppo rurale con i fondi di coesione (tagliati di 80 miliardi, sempre sull’arco di 6 anni). La coesione prima finanziava progetti regionali per i territori più svantaggiati; ora finisce in un fondo unico nazionale penalizzante per le regioni che meglio spendevano, azzerando il sostegno ai territori rurali. Questo in una logica che favorisce ancora il latifondo nordeuropeo perché l’agricoltura mediterranea è fatta di piccole aziende iperspecializzate che sono le custodi dell’ambiente e che proprio dai fondi rurali ricevevano il maggior sostegno. Il taglio di cui si discute va oltre i 150 miliardi.
Viene un sospetto: siccome la Von der Leyen vuole fare entrare l’Ucraina nella Ue e Kiev punta tutto sulle produzioni agricole, i miliardi risparmiati dal bilancio comunitario servirebbero a sostenere l’Ucraina e a comprare i carriarmati. Il dumping che denunciano i nostri cerealicoltori (ma vivacissime proteste si sono già avute in Polonia, Ungheria, Romania, Slovacchia e Bulgaria) viene proprio da Kiev; l’Ue, come sostegno di guerra, ha consentito agli ucraini (23 milioni di tonnellate prodotte) di esportare in Europa circa 11 milioni di tonnellate di grano senza dazio.
Stando così le cose, si va dritti verso una rottura insanabile tra mondo agricolo e Ue al punto che Raffaele Fitto vicepresidente della Commissione non avrebbe preso parte alle votazioni che definiscono i tagli e la riformulazione della Pac nello schema del nuovo bilancio comunitario. Nota Paolo De Castro, già ministro agricolo italiano per tre lustri a Strasburgo a presiedere la commissione Agricoltura: «È strano che Von der Leyen non tenga conto del no del Parlamento ai tagli: siamo al raddoppio delle risorse per l’Ue, quasi due trilioni di euro: a fronte di tutto ciò, la Pac è stata ridotta del 25%. Il peso della Pac sul bilancio comunitario passa dal 30 al 15%: è chiaro che nel mondo agricolo italiano ed europeo ci sia un malessere». Malessere di cui si è fatto interprete il nostro ministro per la Sovranità alimentare, Francesco Lollobrigida. Osserva: «Dobbiamo prendere atto che si stanno buttando a mare 60 anni di politica agricola comune. C’è il rischio di rendere impossibile una sovranità alimentare che non può, in Europa, che basarsi su una strategia condivisa. Non possiamo accettare che la Pac confluisca in un fondo unico, significherebbe rendere indeterminato l’investimento sulle produzioni».
Per questo Lollobrigida, sostenuto anche da Giorgia Meloni e Fitto, ha intessuto una tela diplomatica che porta oggi la quasi totalità dei governi contro la proposta della Von der Leyen. Il nostro ministro, avviando una difficile trattativa, un primo risultato lo ha portato a casa: «Siamo riusciti a ottenere una riserva di fondi destinata alla Politica agricola comune all’interno del fondo unico. Questo, però, non è sufficiente. Se l’attuale proposta sul futuro bilancio Ue venisse approvata, potrebbe accadere che fondi destinati all’agricoltura siano dirottati ad altri settori mettendo a rischio il nostro modello produttivo». L’approccio della Commissione, sottolinea Lollobrigida, «significa lasciare agli Stati membri la politica agricola. Praticamente tutti i governi sono contrari. Chiederemo una revisione di questa posizione». Intanto, chi fa grano si porta avanti col lavoro e da stamani comincia la protesta.
«Benvenuti a Vonderland» portavano scritto sui cartelli i giovani di Coldiretti che ieri insieme con migliaia di agricoltori europei hanno pacificamente «assediato» Palazzo Berlaymont, sede della Commissione, e il Parlamento a Roma. Ma ce n’est qu’un début: i trattori sono in moto e il letame da riversare sul presidente della Commissione è già pronto. La protesta è stata indetta dal Copa-Cogea (rappresenta 23 milioni di imprese agricole e 22.000 cooperative) per impedire che la Pac venga smembrata, che perda la «C» che non solo vuol dire comune - in realtà l’Unione va verso accordi bilaterali tra Bruxelles e singoli Paesi - ma anche «centrale» perché l’Europa è nata dall’agricoltura. E questo è il primo e il più clamoroso tradimento. Per la prima volta questa protesta ha un bersaglio con un nome e un cognome: Ursula von der Leyen. Gli agricoltori l’accusano di aver mentito e le muovono una contestazione durissima che sta già producendo alla «baronessa», appena uscita da una non sfiducia assai risicata, contraccolpi di stima politica. Sottolineava ieri sotto Palazzo Berlaymont Luigi Scordamaglia, amministratore delegato di Filiera Italia: «Questa protesta non è solo degli agricoltori, ma di tutto il sistema agroalimentare e per i cittadini contro una politica che sta diluendo in un fondo non ben definito un pilastro dell’Europa che esiste fin dalla sua fondazione. Un risultato lo abbiamo già ottenuto: la Von der Leyen doveva illustrare il suo bilancio in un collegio di commissari asservito alla sua presidente. Ma grazie a questa protesta e a quella di martedì di Coldiretti e Filiera Italia un sistema è entrato in crisi, i commissari hanno ritrovato un po’ d’orgoglio e hanno pesantemente contestato il bilancio».
È una vittoria? No, ma la richiesta di rispettare le promesse spacca il monolite burocratico di Bruxelles. Uno dei co-relatori del bilancio al Parlamento, Siegfried Muresan del Ppe, ha duramente criticato la Commissione. Il nuovo bilancio dell’Unione difficilmente passerà il vaglio dell’Eurocamera dove sulla proposta di abolire il pilastro dello sviluppo rurale della Pac e di unificare la politica agricola con quella dei fondi di coesione si sta levando un muro da parte di tutti i gruppi. È il cuore del tradimento che Ursula von der Leyen sta consumando alle spalle degli agricoltori. Tradimento che diventa urgenza nell’imminenza dell’accordo Mercosur dove non c’è alcun riparo per le produzioni agricole, soprattutto per quelle mediterranee.
Come l’Ue intenda disimpegnarsi dai campi per concentrarsi sulla Difesa e sull’ingresso dell’Ucraina lo dichiara implicitamente il commissario al settore, il lussemburghese Christophe Hansen. A latere del bilancio - contestato duramente in Commissione anche dal vicepresidente Raffaele Fitto -ci sono cinque idee guida che distruggono la politica agricola. Dopo la protesta dei trattori dello scorso anno, la Von der Leyen aveva assicurato sburocratizzazione, reciprocità dei prodotti importati (stessi vincoli e stesse garanzie di qualità), abolizione delle norme più penalizzanti del Green deal (la rinaturalizazzione però è rimasta tale quale come i vincoli sui fertilizzanti, con incomprensibile messa al bando dell’urea e del digestato prodotti naturali, e agrofarmaci) garanzia dell’origine e revisione del codice doganale, ma nulla è stato fatto.
In compenso ci sono le linee guida di Hansen. Abolito il fondo per la pesca, col fondo unico (rurale e coesione) s’afferma la flessibilità d’intervento: per l’agricoltura strumenti come il sostegno ai piccoli produttori e le misure agro-ambientali diventano discrezionali e non più garantite e dal 2028 la Pac sarà gestita attraverso il negoziato bilaterale tra Commissione e singoli Stati per definire le modalità di spesa. Del vecchio impianto la Pac mantiene solo i pagamenti diretti: sia disaccoppiati, cioè in base agli ettari posseduti e non coltivati, altra promessa mancata, sia sulle produzioni.
Per il resto c’è un’evidente marginalizzazione dell’agricoltura. Che è il motivo su cui si regge l’accordo del Mercosur (quello che l’Ue vuole siglare con Brasile, Paraguay, Uruguay, Bolivia e Argentina anche se Javier Milei, che rifiuta l’Accordo sul clima di Parigi e guarda più a Donald Trump che all’Europa, mette in crisi questa unione doganale sudamericana). Prevede una massiccia importazione di prodotti agricoli senza dazi, senza garanzie di reciprocità su qualità e rispetto ambientale ed etico: il caporalato in Amazzonia è la regola, a fronte di una esportazione libera dell’Europa di macchinari e prodotti finanziari. Il presidente del Consiglio europeo António Costa vuole la firma entro il prossimo novembre - poi deve esserci la ratifica dei 27 Parlamenti nazionali - il cancelliere tedesco Friedrich Merz spinge per la firma entro il 2025 - ha le sue auto da vendere - mentre Francia e Italia frenano per ragioni agricole e ambientali. Ma anche in questo caso Ursula von der Leyen si rimangia la parola data ai nostri contadini: nel Mercosur le garanzie sui prodotti agricoli non ci sono perché più dell’onor poté il digiuno economico di Berlino.

